altrevelocita-logo-nero
Il-Processo-002

“Il processo”, nel labirinto onirico di Archivio Zeta

di Sara Barbieri

Entrare in casa d’altri per la prima volta richiede delicatezza. C’è un momento preciso, nell’intercapedine tra il fuori e il dentro, in cui tratteniamo involontariamente i muscoli, gli occhi e il respiro. Come per accedere ad un altro mondo in punta di piedi. Varcare la soglia del Cimitero Militare Germanico della Futa un tardo pomeriggio di agosto restituisce la stessa sensazione.

È in questo sacrario monumentale a quasi 1000 metri sul livello del mare che Archivio Zeta, compagnia fondata e diretta da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, ha innestato il proprio lavoro artistico 23 anni fa. A partire dalla messa in scena de I Persiani di Eschilo nel 2003, sulla corteccia dell’appennino tosco-romagnolo è germogliato e cresciuto il Teatro di Marte, esperienza di teatro civile in simbiosi con il paesaggio e la sua memoria.

Non si tratta di una sostituzione, né di un cambio di nome: il cimitero ideato dall’architetto Dieter Oesterlen per ospitare più di 30.000 caduti tedeschi della Seconda Guerra Mondiale continua ad esistere. Nonostante i dissidi iniziali, legati al ricordo ancora caldo delle stragi naziste nell’appennino, dal 1969 occupa stabilmente 12 ettari di terreno al centro di quella che fu la Linea Gotica.

Si tratta, piuttosto, di un cambio di stagione. Di un risveglio. Ogni estate questo luogo di sepoltura, abitato e ribaltato dalla parola poetica della compagnia, si trasforma in un organismo dove il tempo dei morti, immobile tra i terrazzamenti di lapidi, torna a scorrere, respira, grida, suda, si fa scompigliare i capelli dalle sferzate di vento. Diventa una casa dove i vivi allenano la memoria collettiva attraverso le grandi narrazioni, antiche e contemporanee: pensiamo, tra gli altri, ad Antigone / Nacht und Nebel, allo shakesperiano Macbeth, a La Montagna Incantata di Thomas Mann, fino ad arrivare a Il Processo di Franz Kafka nel biennio 2025-2026.

L’arresto inspiegabile di Josef K. nel giorno del suo trentesimo compleanno e l’odissea giudiziaria che ne consegue vengono raccontati in un dittico di spettacoli che copre l’intero arco narrativo del romanzo, rispettandone l’incompiutezza (Franz Kafka aveva steso interamente solo il primo e l’ultimo capitolo, mentre quelli intermedi non sono mai stati terminati) e creando un chiaro parallelismo con la vita dello stesso autore, sottolineando la condizione di smarrimento e colpa che emerge dai suoi diari e rapporti epistolari (anch’essi materiali di partenza per la creazione dello spettacolo). Alternando un registro tragico a quello comico-grottesco, Archivio Zeta mette in dialogo il genius loci con la sempre attuale assurdità del potere che schiaccia l’individuo, senza lasciare vie d’uscita.

(foto di Franco Guardascione)

Ci accolgono un residuo di temporale e un’atmosfera lieve, elettrizzata. Basta superare la prima cinta muraria dietro la biglietteria perché il cimitero si mostri nella sua interezza: una voluta verde e grigia che culmina in una lama di pietra serena contro il cielo. Viene subito naturale alzare la testa e percorrere con gli occhi la scalinata che taglia il fianco della montagna. Il passaggio di stato è netto: il chiacchiericcio scema in un silenzio attento, come a chiedere “permesso”.

Saliamo circondati da una litania di voci acute. Due figure nere ci aspettano a metà strada: il primo, boia incappucciato, resta di lato a mo’ di vedetta; la seconda, allegoria della giustizia bendata, ci sbarra il cammino. Come due traghettatori di anime, Gianluca ed Enrica aprono per noi le porte dell’incubo di Josef K.: “Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, e ti lascia andare quando te ne vai.”

Il cimitero ci ingloba e ci imprigiona. Diventa un’aula di tribunale, la piazza buia di una città europea, un labirinto onirico, una prigione mentale in cui sette performer appaiono e scompaiono, facendosi attraversare da molteplici personaggi. In particolare, l’ego di Josef K. si triplica e scivola da uno all’altro grazie all’espediente scenico di un cappotto con una toppa gialla a forma di “K”. Forti delle loro differenti fisicità e peculiarità attoriali, ogni K. ci presenta una precisa sfaccettatura caratteriale del protagonista, ora più comica, ora più smarrita o più irosa.

Assistiamo, impotenti, al calvario di K. dal giorno in cui viene accusato di un crimine ignoto, agli incontri che popolano un anno della sua vita mentre cerca invano di costruire la propria difesa e trovare comprensione nelle persone a lui vicine, fino ad arrivare al suo assassinio, in completa solitudine. Sempre lo segue una main de justice col dito puntato, per ricordargli l’inesorabilità della sua colpa senza forma.

(foto di Franco Guardascione)

Lo spettacolo acquisisce forza grazie alla caratterizzazione dei personaggi (nel romanzo solo abbozzati con pochi tratti netti, simbolici) con linee grottesche e voci imponenti. La forbice è ampia: dallo Zio Karl, che si slancia alto grazie all’utilizzo di  trampoli metallici, all’informatore giudiziario che ricalca i movimenti di Charlot; dall’avvocato Hult, che indossa un berretto da notte con pon-pon, al commerciante Block, che imita in tutto e per tutto un cane fedele; fino ad arrivare ai carnefici di K., in parata su una marcetta di flauti stonati con indosso cappelli a cilindro. L’ambiente sonoro contribuisce ad acuire lo scarto spaesante, grazie all’introduzione di archi, pianoforte, organo e (nell’apice comico) addirittura un pezzo di derivazione folk/country.

Alcune figure di donna (la Signorina Bürstner, la signora Grubach, l’infermiera Leni) appaiono dure, agitate da una collera sotterranea che sembra ossessionare il protagonista; altre, più secondarie, assumono connotati bestiali e isterici. Sembrano portare all’estremo, in modo critico, una visione negativa del genere femminile che fa eco alle difficoltà relazionali dell’autore stesso. La drammaturgia spaziale, coadiuvata da uno studio attento della luce ambientale, va proprio a sottolineare i rapporti tra i personaggi e la loro difficoltà comunicativa: spesso si trovano su piani asimmetrici, ad altezze diverse, congiunti da diagonali. Non è raro vedere K. brancolare nell’ombra (“Ma io nel buio non riesco a vedere la strada da solo”, dice verso la fine della vicenda), mentre i suoi interlocutori si mostrano in pieno sole.

Gli spostamenti da un luogo all’altro per seguire queste interazioni ci disorientano: a volte ci si ferma per un minuto, altre ci si siede per lungo tempo, si sale e si scende, si esce per poi rientrare poco dopo con nuove presenze in scena. Come K., anche noi ci perdiamo. La prima parte del Processo si chiude facendoci inabissare nello spazio claustrofobico della cripta, durante il primo vero ingresso di K. in un’aula di giustizia, mentre la seconda parte sembra disegnare una parabola ascendente, che ci conduce attraverso parapiglia comici fino ad un campo lungo, arioso, sulla parete laterale del cimitero, sublimando la morte di K. nell’assurdo.

Al termine di due giorni di spettacoli, l’impressione è quella di essere stati investiti da una piena. Quando la compagnia si congeda, la gravità della vicenda di K. si sovrappone alla realtà: ci viene raccontato che il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, ente che gestisce i cimiteri di guerra fuori dai confini nazionali tedeschi, ha deciso di chiudere i cancelli della Futa alle attività artistiche dal 2027. Un tira e molla che si protrae da qualche tempo e che sembra essere giunto alle sue battute finali, non senza amarezza. Infatti la comunicazione, breve e chirurgica, che sancisce questa conclusione lascia trapelare come il senso profondo del lavoro della compagnia non sia stato pienamente compreso (o, forse, deliberatamente ignorato): le parole “sacrilego” e “irrispettoso” ci sembrano, infatti, le più lontane per descrivere il rito ventennale messo in moto da Archivio Zeta. Il lungo applauso del pubblico diventa, allora, un paracadute.

(foto di Sara Barbieri)

Quello che ci colpisce particolarmente, osservando da vicino i ritmi della compagnia nel corso di questi due giorni, è proprio la dimensione stanziale e comunitaria che si crea d’estate al Passo della Futa. Gli applausi si fermano, ma la folla non si dirada: il momento dello spettacolo sembra fungere da centro di gravità per chi, lontano dal caos della città, ne approfitta per campeggiare nella natura, per passare una giornata lenta sulle sponde del fiume Santerno, per festeggiare un compleanno in agriturismo o per cantare fino a tarda notte in un casolare di campagna da cui si vede benissimo il cielo stellato. Per sostare e condividere. Il lavoro di cesello di Archivio Zeta si accompagna, dunque, a una ramificazione di relazioni che ne sorreggono la bellezza. Un ecosistema complesso di cui facciamo parte, ora, anche noi. È strano e doloroso pensare che la nostra prima volta alla Futa sarà, forse, anche l’ultima.

Lasciare casa propria senza sapere se vi si ritornerà richiede coraggio. E, possibilmente, qualcuno da tenere per mano: se è vero che la casa non è solo un luogo fisico ma un intreccio di relazioni, allora forse il ricamo del Teatro di Marte si può sciogliere senza perdere il filo. Pure se nessun grande potere vorrà intervenire per sanare questo allontanamento, ci piace pensare che Archivio Zeta, diversamente da Josef K., non verrà abbandonato dalla sua comunità. Che il suo lavoro artistico avrà modo di innestarsi altrove, per fiorire in nuove forme. Con una nuova casa da abitare insieme, nonostante tutto.

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

La spirale che riconnette

Un percorso fisico attorno al collasso Costantemente bombardati da notizie catastrofiche sullo stato del mondo,

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.