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Rimini. Alla fine c’è sempre qualcuno che applaude
di Alex Giuzio pubblicato in Recensioni il 26 Luglio 2021 0 commenti 10 minuti di lettura
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Il fratino è un piccolo uccello che nidifica lungo le zone costiere e depone le uova direttamente sulla sabbia. La sua specie è in via di estinzione a causa dell’antropizzazione delle spiagge: l’invadente presenza dell’uomo, la pulizia meccanica degli arenili e la progressiva riduzione dei litorali non urbanizzati stanno provocando la scomparsa di questi piccoli volatili. Eppure lo scorso anno, durante il duro lockdown che ci ha costretti tutti chiusi in casa per quasi due mesi, i pochi fratini superstiti in Italia hanno notato – s’immagina con una certa incredulità – chilometri e chilometri di spiagge deserte, che li hanno spinti a tornare a nidificare sulle spiagge romagnole. Avvistati dagli ambientalisti appena usciti di casa, i nidi di fratino sono stati prontamente transennati per proteggerli dall’invasione dei turisti nel frattempo riversatisi in riviera, bramosi di tornare a fare il bagno e prendere il sole dopo tante settimane di costrizioni. E così, nell’estate 2020 a Rimini si poteva ammirare un esemplare di questo piccolo volatile fermo a covare sulla sabbia, protetto da un gabbiotto di metallo e circondato a pochi metri di distanza da centinaia di corpi unti di crema solare stesi immobili e ignari sui lettini.

Davanti a questa immagine proiettata durante Rimini, spettacolo proclamato ieri vincitore dell’ottava edizione di Direction Under30 (con Leonardo Bianconi, Luisa Borini, Leo Merati, Giulia Quadrelli e Chiara Sarcona, regia di Mario Scandale, aiuto-drammaturgia di Francesco Tozzi), la prima cosa che viene da pensare è che quando la realtà di un luogo riesce a superare la fantasia, diventa molto difficile rappresentarlo attraverso la finzione teatrale. Soprattutto se questo luogo è appunto la città di Rimini, metropoli balneare ricca di fascino e di contraddizioni, dove possono convivere giovani alla ricerca di sballo e famiglie desiderose di tranquillità, ombrelloni ordinati come filari di viti e masse di persone danzanti e drogate in discoteca; dove non si dorme mai e la vacanza sembra un’unica lunga giornata. Eppure Rimini ci prova con ambizione, prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Pier Vittorio Tondelli – l’unico riuscito a restituire una narrazione poetica dignitosa di questo marasma – e allo stesso tempo andando oltre come occorreva fare, poiché ciò che lo scrittore di Correggio ha figurato della riviera romagnola è nel frattempo diventato storia, e il gruppo di attori che ne ha seguito le tracce ha realizzato, per costruire questo spettacolo, decine di ore di interviste sul campo a imprenditori turistici e lavoratori stagionali e visite ai luoghi più caratteristici della città come le discoteche e i parchi tematici, di cui durante la messinscena vengono mostrate alcune emblematiche riprese video che ritraggono turisti scattarsi selfie davanti alla finta torre di Pisa di “Italia in Miniatura” o fare cruciverba sotto l’ombrellone.

Lo spettacolo inizia proprio con l’espediente di un regista (Leo Merati) che il 1° giugno 2019 parte da Bologna con la sua auto per raggiungere Rimini con l’intento di raccontarne l’essenza, i suoi universi più o meno nascosti e la sua evoluzione da città distrutta durante la seconda guerra mondiale a capitale internazionale del turismo: lo farà intervistando chi questo luogo lo vive e lo anima, restituendocene cartoline e racconti e sempre restando in disparte, seduto alla scrivania in un angolo della scena, senza farsi travolgere dalle tentazioni frivole che continuamente gli vengono proposte. «Rimini è la città con il numero più elevato di palestre per abitanti – dice il regista – e non è mai stata conosciuta per esportare merci, bensì per importare persone». In questa località, proprio qui e non altrove, milioni di turisti si riversano per praticare l’aquagym, la baby dance, l’aperitivo, le notti in discoteca, la tintarella. Nel frattempo gli attori sul palco ci disegnano le immagini della città con una recitazione e un linguaggio connotati da una sagace ironia: saltellano sulla sabbia che scotta, stanno stesi per ore con buffe smorfie sui ruvidi lettini, ballano in riva al mare componendo coreografie che ricordano le foto aeree di Olivo Barberi in Adriatic sea (staged) dancing people, passano le giornate tra i locali notturni come il Prince e i parchi di divertimento come Fiabilandia. Poco importa se sono fuori città, perché Rimini è in realtà solo il simbolo di un’intera riviera lunga cento chilometri senza interruzioni, una megalopoli sul mare dove «il divertimento è una cosa seria», un valore da consumare. «Qui devi solo pagare il biglietto, a renderti unico ci pensiamo noi», dice il vitellone romagnolo (Leonardo Bianconi); per questo «bisogna sempre stare allegri, anche quando soffia la burrasca» afferma la proprietaria del Bagno La Praia (Giulia Quadrelli): una finzione insomma, in cui i turisti stanno al gioco accontentandosi del mare maleodorante e brodoso compensato dai servizi come la cassaforte sotto l’ombrellone o la cabina-nursery per cambiare il pannolino ai bebé. D’altronde è per questo che i forestieri tornano qui ogni anno: «Li abbiamo visti nascere, crescere e invecchiare, facciamo parte della loro vita», dice la bagnina con orgoglio, mentre in sottofondo passano canzoni folkloristiche come Rimini Rimini Rimini di Raoul Casadei o Spiagge di Fiorello e mentre il regista continua a intervistare i personaggi e a scattare fotografie col flash.

Oltre questa superficie si nascondono però tanti lati oscuri: dal sottotesto emerge infatti che il reale intento con cui i titolari di alberghi, pensioni, campeggi e stabilimenti balneari accolgono e coccolano quasi ossessivamente i loro ospiti non è il piacere di svolgere un servizio bensì quello di guadagnare più soldi possibili. È solo per questo che la titolare dell’Hotel Luna festeggia i compleanni di tutti i suoi ospiti, che «non li lasciamo mai soli, questi poveri clienti». Ancora, ci sono la vanità e l’ossessione per i selfie che hanno incancrenito la nostra società (rappresentate da Chiara Sarcona nei panni di una vocalist all’ossessiva ricerca di followers: «È come stare in vetrina, sei sempre su un piedistallo»), gli incidenti mortali del sabato sera e l’eccesso di droghe sintetiche (raccontato dal vitellone impersonato da Bianconi, gradasso corteggiatore e organizzatore di serate di perdizione), lo sfruttamento dei lavoratori (Luisa Borini, dipendente stagionale che inizialmente sembra felice e divertita dei ritmi frenetici a cui è sottoposta, ma poi con voce tremante fa emergere la stanchezza e la rassegnazione a essere sottopagata e privata del giorno libero: «Devi accettarlo, se vuoi lavorare qui»), il trionfo del consumismo (ancora l’influencer Sarcona: «Quando consumiamo siamo già qualcosa in più»). Tutto ciò va a comporre uno scenario surreale, quasi irrappresentabile: «Rimini è come una cartolina, facile da fotografare ma difficile da raccontare», afferma rassegnato il regista incompreso dagli altri personaggi, la figura più tondelliana dello spettacolo: lui non si vuole divertire mentre gli altri sullo sfondo ballano, vuole raccontare la profondità delle persone con cui dialoga mentre loro sono ignare e disinteressate a tutto ciò che va oltre la superficie; vuole restare in silenzio, indugiare, prendersi il tempo per riflettere e analizzare anziché cedere alla velocità delle stories di Instagram: insomma, incarna quello che è l’arte in contrasto con lo spettacolo e l’entertainment.

Il regista però nel finale confessa che il suo tentativo di restituirci tutto il materiale raccolto durante il suo soggiorno è fallito, ammettendo così l’impossibilità di interpretare la riviera romagnola. Una dichiarazione esplicita che potrebbe apparire come un’auto-giustificazione per proteggersi dal proprio fiasco, e che maschera l’approccio con cui lo spettacolo attraversa una realtà così complessa senza avere la pretesa di capirla: ovvero quello di rappresentarla senza analizzarla. Raccontare la riviera romagnola significa raccontare un importante pezzo d’Italia, quello dei costumi della società, del turismo di massa e del divertimento in quanto valore superficiale ma dominante, e il fatto che a compiere questa scelta tematica sia una compagnia di trentenni è significativo dell’attrazione quasi perturbante che ancora oggi proviene dalla riviera, mutata dai tempi di Tondelli ma ancora inalterata nelle sue contraddizioni. Rimini fa tutto ciò mettendo in fila una serie di stereotipi noti: in maniera impeccabile dal punto di vista drammaturgico, la resa finale è dunque quella di una riviera confezionata ed esposta in vetrina, in cui l’impacchettamento consumistico sovrasta lo scavo sociologico, raffigurando l’essenza stessa di Rimini anziché acutizzandone e sviscerandone la complessità. C’è dunque da auspicarsi che il premio di 4000 euro come sostegno produttivo assegnato dalle giurie di Direction Under30 sia il giusto incentivo affinché la compagnia possa proseguire con ulteriori affondi per continuare a esplorare la sua fascinazione verso questo tema e ad analizzare un’area geografica che, nonostante le sue contraddizioni che negli anni recenti si sono ulteriormente accentuate (a partire dal cerchio iniziato con l’esplosione del turismo di massa avvenuta come eredità del nazifascismo e chiusosi con il trionfo del grillismo e del leghismo in questi territori storicamente rossi, che ha portato per esempio un’icona della Romagna come Raoul Casadei a sostenere Matteo Salvini), nessuno dopo Tondelli è stato ancora in grado di raccontare.

Di Tondelli, peraltro, durante lo spettacolo si leggono alcuni suggestivi brani («Rimini è una galassia dove convivono euforia e solitudine») e con Tondelli soprattutto si fa un riuscito parallelismo nel finale dello spettacolo, quando l’apocalisse che caratterizza la fine dell’omonimo romanzo, con la città a fuoco e fiamme a causa della schizofrenica paura dell’imminente fine del mondo diffusa da un santone (di cui gli imprenditori turistici si impadroniscono, trasformandola in un’attrazione da ammirare a bordo dei pedalò al prezzo di cinquemila lire), viene traslata nella pandemia del Covid-19 che ha realmente messo in discussione il modello turistico romagnolo. Il regista dello spettacolo torna infatti a Rimini a settembre 2020 per intervistare nuovamente tutti i personaggi, che si mettono in fila sul proscenio coi visi incattiviti e illuminati da un’intensa luce gialla: la bagnina dice che «sembra incredibile, ma anche questa estate è passata», sconvolta dalla pandemia e desiderosa per la prima volta nella sua vita di vendere lo stabilimento balneare; la sua dipendente è stata licenziata dopo quattro anni e ha trascorso la notte distruggendo i lettini dello stabilimento balneare in cui lavorava, gonfiata di alcol e droghe; l’influencer e il vitellone sono sconvolti dalle misure di contenimento sanitario che hanno fermato l’intero sistema del divertimento su cui le loro vite si basavano. Eppure Rimini sopravviverà anche a questo: perché l’immagine che ci resta di questa città, evocata sul finale dal regista, è quella di un villaggio turistico in cui gli animatori cantano «una canzone in playback fuori sync, al termine della quale c’è sempre comunque qualcuno che applaude».

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