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Polonia, il dissenso della cultura. Conversazione con Piotr Rudzki

di Francesco Brusa

Questo articolo fa parte di Speciale Est. Voci da un’altra Europa

A ottobre del 2015, le elezioni parlamentari polacche hanno visto una vittoria schiacciante – la più larga del periodo post-comunista – del partito PiS (Prawo i Sprawiedliwość – Legge e Giustizia). Si tratta di un evento politico su cui si sono da subito accesi i riflettori internazionali. Il PiS propugna infatti un’ideologia certamente assimilabile a quella delle “nuove destre”, di stampo “conservatore-revisionista” e anti-UE, con una forte matrice cattolica e una linea economica che da principio tendenzialmente neoliberista si è sempre più spostata verso l’interventismo statale. Fra gli episodi più clamorosi, i tentativi di limitare al massimo l’immigrazione e l’accoglienza di rifugiati (accompagnati spesso da una retorica smaccatamente xenofoba) o di introdurre leggi restrittive sull’aborto (cui hanno fatto seguito vaste proteste, che hanno ricevuto ampia eco mediatica).
Ma ad alzare ulteriormente il livello di preoccupazione è quello che pare essere un progetto di “ristrutturazione dello stato”, in direzione di un maggiore accentramento dei poteri e di un utilizzo di metodi di controllo sociale altamente coercitivi. Molte istituzioni, tra cui la Corte Costituzionale, hanno infatti subito “attacchi” con l’obiettivo di una loro sottomissione al governo centrale.

E – cosa che forse dal nostro contesto può suonare sorprendente – la cultura e il teatro sembrano essere al centro di tali cambiamenti. Già in passato la Polonia ha vissuto episodi controversi in questo ambito, come nel caso della rappresentazione di 
Golgota Picnic di Rodrigo Garcia, contestata in più occasioni da frange cattoliche che la accusavano di blasfemia. Oggi, dal tentativo di censura preventiva de La morte e la fanciulla di Elfriede Jelinek, una produzione del Polski Theatre di Wroclaw, alle manifestazioni dell’estrema destra contro il regista Oliver Frljic per il suo The Curse, paiono moltiplicarsi gli scandali generati dal teatro.
Parallelamente, le stesse strutture culturali stanno subendo processi di cambiamento, che possono essere interpretati come veri e propri attacchi e “operazioni di smantellamento”. In particolare proprio nel Polski Theatre di Wroclaw, uno dei teatri di ricerca più apprezzati nonché sede di lavoro del regista Krystian Lupa, l’ex-direttore artistico Krzysztof Mieszkowski (che, come si legge nella petizione di solidarietà nei suoi confronti, è stato capace durante i suoi 10 anni di attività di trasformare il teatro in un “centro nevralgico della scena nazionale”) è stato rimpiazzato ad agosto del 2016 da Cezary Morawski, nonostante l’opposizione di molti fra i membri del teatro e di altre personalità culturali. Morawski (ex-attore di soap opera e figura probabilmente legata ai partiti di destra) da direttore ha licenziato già dodici persone, fra attori, tecnici e operatori generando forti contrasti interni, sfociati spesso in azioni di protesta. Da quelle simboliche, per cui al termine di ogni spettacolo gli attori tornavano sul palco con la bocca coperta da un nastro adesivo nero, alla nascita quasi in contemporanea delle due pagine Facebook “Polski Theatre in the Underground” e “The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw”, che hanno avuto da subito un notevole riscontro fra quanti erano insoddisfatti della nuova gestione. Si tratta in realtà di un “movimento” che si sta creando e che raccoglie sia chi è stato licenziato da Morawski sia chi è generalmente contrario alle sue scelte artistiche e politiche. Sono state organizzate manifestazioni e sono anche stati prodotti cinque spettacoli alternativi, ospitati in altre strutture della città di Wroclaw.

Sembra insomma che sulla cultura si giochi oggi in Polonia una grossa partita politica. Se da una parte il governo è intenzionato a controllare la produzione culturale, compresa quella teatrale, per imporre i suoi “valori”, dall’altra in molti stanno reagendo e cercando nuovi metodi per portare avanti il proprio discorso artistico. Abbiamo parlato con Piotr Rudzki, ex-literary manager del Polski Theatre dal 2006 al 2017 e fra i 12 licenziati da Morawski, nonché gestore della pagina Facebook “Polski Theatre in the Underground“, per farci raccontare più nel dettaglio i recenti avvenimenti e per provare a capire meglio cosa significhi per il teatro trovarsi al centro di tali sommovimenti sociali.  

Ci può raccontare i passaggi che hanno portato alla nomina di Cezary Morawski a direttore del Polski Theatre e ci può spiegare come mai si sono generate tante controversie?

Inizio facendo un paio di premesse che aiutano forse a comprendere meglio la dinamica degli eventi. Innanzitutto, è bene dire che il Polski Theatre è finanziato attraverso due canali: riceve fondi dal Governo Centrale (tramite il Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale, MKiDN) e dal governo locale della regione in cui è collocato, il voivodato della Bassa Slesia (attraverso il Marshal Office, corpo esecutivo del voivodato).
La composizione del comitato che ha infine eletto Morawski riflette tale suddivisione: sono presenti infatti rappresentanti sia del governo che dell’amministrazione regionale, oltre che membri delle Associazioni Teatrali, dei sindacati e ovviamente del Polski Theatre; Krystian Lupa e io eravamo presenti rispettivamente in rappresentanza dell’associazione degli artisti dei teatri polacchi (ZASP) e di uno dei sindacati di settore, il Workers’ Initiative. 
La seconda premessa è appunto relativa ai sindacati. Occorre sottolineare che Solidarność, storico e celebre sindacato che ha avuto un ruolo di peso nella caduta della dittatura comunista durante gli anni ‘80, è cambiato molto. Le sue politiche hanno subito un significativo spostamento in termini conservatori, a causa delle personalità che sono arrivate a ricoprire le cariche maggiori del sindacato e  che – a mio modo di vedere – pensano solo a fare carriera arrivando anche ad appoggiare il governo in carica del PiS.
Ora, nel 2016 è scaduto il mandato di Krzysztof Mieszkowski e, dopo una sessione andata a vuoto in giugno perché nessuno dei candidati soddisfaceva i requisiti richiesti, il comitato di selezione ha convocato una nuova sessione per la nomina del direttore in agosto. In questa occasione Morawski ha presentato la sua candidatura ed era senza dubbio la più inadatta fra tutte: aveva in programma una partnership con un festival tedesco che non esisteva più da almeno tre anni, c’era una lista di potenziali collaboratori visibilmente compilata senza criterio… Inoltre, Morawski è stato anche tesoriere dello ZASP, che durante la sua amministrazione ha perso circa 10 milioni di Zloti, un caso che è finito in tribunale e per il quale è stato dichiarato colpevole. Insomma, non c’era alcun ragionevole motivo per sceglierlo come direttore del Polski Theatre.

Quali sono le dinamiche che lo hanno portato a candidarsi e come mai allora è stato scelto?

Lo dico con tutta franchezza: artisticamente parlando, Morawski è un “signor nessuno”. Ha lavorato come attore nel teatro pubblico fino al 1994, collaborando anche con buoni registi. Dopodiché è passato nel teatro privato e lì ha prodotto – a mio modo di vedere – molti fra gli spettacoli peggiori che si possono vedere in quell’ambiente. Nel corso degli anni ‘90 è stato inoltre attore di soap opera per la tv pubblica e i più lo conoscono per questo lavoro.
Sul perché sia arrivato alla direzione del Polski Theatre posso fare delle supposizioni, di cui però trovo un numero sempre maggiore di conferme. Morawski ha lavorato anche con l’Accademia Drammatica di Varsavia, dove è entrato in contatto con figure legate al Partito Popolare (un partito che ha fatto alleanze con chiunque, pur di avere un tornaconto elettorale). Ora, la candidatura di Morawski è stata fortemente supportata da un particolare membro del governo regionale della Bassa Slesia, Tedeusz Samborski, il quale a sua volta è parte del Partito Popolare. Credo allora che a Morawski fosse stato promesso un ruolo dirigenziale e di potere, e il posto vacante al Polski Theatre faceva perfettamente al suo caso.
Ma, parallelamente a tali dinamiche, ce ne sono altre che completano il quadro: con la vittoria alle elezioni del 2015 da parte del PiS, Piotr Gliński è diventato Ministro della Cultura. Gliński semplicemente odia il Polski Theatre: ne è un esempio il tentativo di censura preventiva della nostra messinscena de La morte e la fanciulla di Elfriede Jelinek. Ecco dunque che dal punto di vista dei suoi interessi e di quelli del PiS, Morawski può essere una “pedina” importante per continuare la guerra al nostro teatro.

I membri del Polski Theatre si sono però opposti duramente alla sua elezione…

Sempre. Krystian Lupa e io abbiamo lasciato i nostri posti all’interno del comitato elettivo rifiutandoci di firmare il protocollo finale e abbiamo dichiarato che le decisioni prese erano inaccettabili.
Morawski è stato comunque eletto e da quel momento le proteste si sono ingigantite. Fin da subito i maggiori rappresentanti della scena teatrale e culturale polacca hanno manifestato il proprio dissenso registrando dei video-messaggi per Morawski in cui gli si chiedeva di lasciar l’incarico (è possibile vederli nella fanpage di Facebook “Ustąp, panie Cezary”). Poi, abbiamo attuato delle proteste simboliche che hanno avuto un’eco in tutto il mondo (durante la messa in scena di Woodcutters di Lupa all’Odéon di Parigi e in Cina, per esempio): alla fine di ogni performance, alla terza salita sul palco degli attori per l’applauso tutti avevano del nastro adesivo nero sulla bocca a segno della censura che stavamo subendo. Tra l’altro durante una di queste proteste Morawski, che era eccezionalmente presente allo spettacolo, ha ordinato di spegnere tutte le luci di sala, incluse quelle d’emergenza, mettendo in serio pericolo gli attori e il pubblico (sul palco durante la messa in scena era stata anche sparsa una sostanza scivolosa).      
Ma c’è di più: dodici membri del Polski Theatre, compreso me, sono stati licenziati con motivazioni perlopiù ridicole o totalmente false. Altri sono stati costretti a dare le dimissioni: per esempio, un’attrice era stata invitata come ospite per uno spettacolo dal Powszechny Theatre di Varsavia e Morawski, invece di concederle un permesso, le ha posto come condizione le dimissioni dal Polski Theatre. Per inciso, stiamo portando anche tutti questi casi in tribunale e sono abbastanza fiducioso che riceveremo dei risarcimenti, pagati dunque con soldi pubblici per la sconsiderata gestione di Morawski.

È nel solco di questi eventi che nasce dunque Polski Theatre in the Underground. Cos’è esattamente?

Nella fattispecie è semplicemente una pagina Facebook che abbiamo creato per esprimere il dissenso nei confronti della direzione di Morawski. Ma ha ottenuto da subito un forte successo e praticamente, dopo i licenziamenti, è diventato una sorta di movimento alternativo. Da gennaio a oggi siamo infatti riusciti a mettere in piedi cinque performance, anche grazie al supporto volontario e gratuito di giovani registi e dei nostri attori. Abbiamo solo dovuto raccogliere fondi per le attrezzature. Questi lavori sono stati preparati e rappresentati in alcune delle strutture culturali della città: il primo presso il Capitol Music Theatre (qui un video della performance), gli altri in un ambiente più informale, un vecchio birrificio che ora è uno spazio per il teatro off, e nel centro congressi del Centennial Hall. Per alcuni di questi abbiamo anche ricevuto dei riconoscimenti. 
Il supporto da parte delle altre istituzioni culturali della città è stato dunque immediato e sentito. Ma soprattutto c’è stata una grande partecipazione di pubblico. Questo è infatti l’altro lato interessante della vicenda: in modo totalmente indipendente è nato in concomitanza con il nostro anche il gruppo Facebook “The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw“. Si tratta di quella fetta di pubblico contraria alla direzione di Morawski e direi che si tratta della stragrande maggioranza. È infatti in atto un vero e proprio boicottaggio: da spettacoli con 500 spettatori si è passati a repliche con circa 40 persone in una sala con una capienza di 600 posti. Inoltre è successo che, durante una delle prime proteste simboliche con il nastro adesivo nero, anche il pubblico abbia raggiunto gli attori sul palco.

utto ciò sembra suggerire che il teatro in Polonia sia oggi veramente un “campo di battaglia”. La cultura ha una forte valenza nella società? Qual è l’atteggiamento dell’attuale governo in merito?

Prima che il PiS vincesse le elezioni e formasse il governo, generalmente la politica si interessava poco di cultura. Diciamo che non sono stati fatti disastri ma neanche sono state attuate riforme significative.
Al contrario questo governo, che è in tutto e per tutto ideologico, ha imparato dai regimi del passato che la cultura è uno strumento molto importante per cambiare la mente dei cittadini. Non solo: a mio modo di vedere, si sta cercando di utilizzare la cultura già esistente come mezzo per svilupparne una di tipo nuovo, più retrograda, chiusa e intollerante verso ogni diversità. Il PiS e i suoi sostenitori riescono a concepire come cittadino solo chi è cattolico e chi ha radici polacche, lo si vede benissimo dal modo in cui parlano dei rifugiati, una retorica veramente assimilabile a quella nazista sugli ebrei. Io credo fermamente – e non ho alcun timore nell’utilizzare questa parola – che ci sia un tentativo in atto di instaurare un sistema totalitario nel paese. Hanno esautorato la Corte Costituzionale, i mezzi di comunicazione pubblici, l’educazione… e lo stesso stanno cercando di fare con i governi municipali e regionali. Nelle vicende che riguardano il Polski Theatre abbiamo assistito a forzature burocratiche che definire kafkiane è dir poco…
E, a quanto pare, il medesimo trattamento verrà esteso ad altre realtà: l’Orchestra da Camera di Varsavia (che ha alcuni fra i più importanti solisti e direttori del paese), lo Stary Theatre di Varsavia (in cui il direttore Jan Klata è stato sostituito da un artista sconosciuto ai più ed esplicitamente osteggiato dai membri della struttura, che tra l’altro ha vissuto per anni fuori dal contesto polacco). Tuttavia, anche in questi casi stanno nascendo movimenti di protesta e opposizione che in qualche modo si rifanno all’esperienza del Polski Theatre in the Underground. Inoltre, anche nell’ambiente della “cultura pop” sta crescendo un certo grado di dissenso.    

Quali sono state, a grandi linee, le evoluzioni recenti del teatro in Polonia?

A uno sguardo storiografico, possiamo dire che fino al 1989 il teatro e la cultura occupavano un posto preminente nella società. Con la fine della dittatura invece, come ho accennato in precedenza, la politica si è disinteressata a questo campo. Il pensiero neoliberale era dominante: tutti erano convinti che la mano invisibile del mercato potesse mettere ogni cosa in ordine. Infatti possiamo anche notare come tale disinteresse abbia creato una sorta di “vuoto legislativo”: non è stata promulgata alcuna nuova norma che irreggimenti la gestione di un teatro pubblico, ancora persistono le vecchie regolamentazioni. Inoltre, il pensiero neoliberale oltre che ai governi in carica si è esteso a tutto il corpo sociale. La maggior parte della popolazione si è convinta di doversi fare carico della propria vita da soli e di avere come scopo principale l’arricchimento personale. Così tanti hanno iniziato a interessarsi più di business che di teatro, libri, cultura in generale. E in effetti il teatro ha attraversato agli inizi degli anni ‘90 dei tempi difficili, spesso le strutture si vedevano costrette ad affittare i propri spazi a negozi per fare cassa.
Ma dalla metà degli anni ‘90 la situazione è cambiata. Una nuova generazione di registi ha iniziato a calcare la scena ed è riuscita a rinnovare il linguaggio teatrale, a renderlo più universale e maggiormente connesso al presente. Infatti, da lì in poi c’è stato anche un ritorno del “vecchio pubblico” a teatro. Così, a mio modo di vedere, il teatro ha ripreso ad assumere un ruolo centrale nella società e a parlare della contemporaneità. Lo stesso Woodcutters riguarda certamente le attuali controversie che interessano la cultura in Polonia.

Fra i dati d’interesse della vicenda del Polski Theatre ci sono stati per noi l’immediata reazione e il supporto degli spettatori. In anni in cui nel sistema culturale artistico si torna, spesso, a porre l’attenzione sul pubblico – parliamo costantemente di “audience development”, “audience engagement” – che tipo di lavoro faceva il Polski Theatre in questa direzione?

Su questo versante, nel tentativo di dialogare con i nuovi linguaggi della scena, il nostro lavoro prevedeva una progettualità ampia. C’erano percorsi gratuiti pensati per i ragazzi e per gli insegnanti, per esempio. Quello rivolto agli insegnanti si intitolava appunto “The new languages in modern theatre in Poland”, mentre per gli studenti della scuole secondarie erano stati organizzati lezioni e laboratori dove i ragazzi potessero sperimentare la pratica teatrale e creare un proprio spettacolo con la guida di un giovane regista – esperienza che ha previsto anche uno scambio interculturale con le scuole di Dresda. C’è voluto del tempo, ma ciò che è accaduto ci ha dimostrato che questo percorso di formazione del pubblico è stato fatto bene e per qualcosa. Dopo la nascita del gruppo The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw, inoltre, ora stanno nascendo gruppi simili, come quello degli spettatori dello Stary Theatre.

Quali saranno le vostre prossime “mosse”?

Per la prossima stagione 2017/2018 ci siamo riproposti di realizzare non più performance come abbiamo fatto sinora, ma un vero e proprio spettacolo che possa essere messo in scena varie volte. In questo senso, abbiamo già stretto degli accordi con due giovani e talentuosi registi, parecchio conosciuti nel panorama teatrale. Si tratterebbe di un cambio di direzione notevole, non solo sul piano del nostro metodo di lavoro ma anche a livello economico: non vogliamo più “forzare” gli artisti a lavorare su base volontaria per noi, vogliamo invece trovare un modo per sostenerci e finanziarci. Nel frattempo, siamo entrati infatti a far parte di un movimento sociale e culturale più ampio, per cui artisti e fondazioni indipendenti di Wroclaw stanno cercando di creare un nuovo centro culturale in uno dei cinema della città più “vicini” alla nostra lotta e alle nostre istanze.
Inoltre, con il gruppo The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw, siamo determinati a costringere Morawski a mettere in scena nelle sale del Polski Theatre la versione diretta da Michal Zadara de Gli avi di Adam Mickiewicz, che aveva già avuto una prima rappresentazione nel 2016 prima che iniziasse il suo mandato. Gli avi è uno dei drammi polacchi più importanti scritti nella prima metà del XIX secolo e ha influenzato fortemente l’identità, la cultura e il senso di appartenenza del nostro popolo. Ma soprattutto, a mio modo di vedere, possiede ancora un grande e pericoloso potenziale sovversivo e nessuno lo ha mai messo in scena per intero: sono 14 ore di spettacolo che coinvolgono lo spettatore in un’intensa sessione rituale. Morawski ha semplicemente distrutto questa produzione, licenziando alcuni degli attori e forzandone altri ad abbandonare il loro ruolo. In tutto ciò, il Ministro della Cultura non solo non si è opposto alle sue azioni ma ha continuato a sostenere la sua opera di “devastazione” del nostro teatro. Tra l’altro, il testo è stato molto controverso durante il periodo comunista: nel 1968 una produzione de Gli avi diretta da Kazimierz Dejmek venne bloccata a causa delle rimostranze dell’ambasciata sovietica a Varsavia. In seguito all’ultima messa in scena del 30 gennaio 1968, però, scoppiò la maggiore protesta studentesca dal dopoguerra: i manifestanti volevano che si continuasse a mostrare l’opera di Adam Mickiewicz, lottavano contro la censura e per la libertà d’espressione. Ecco, ora è come se non ci fosse più bisogno di un ufficio della censura per bloccare la sua messa in scena ed è significativo che ci ritroviamo a combattere una lotta simile sotto un regime – cosiddetto –  “democratico”, dopo quasi 50 anni!
Credo veramente che in passato i cambiamenti sociali abbiano preso avvio dalle azioni della classe operaia (l’esempio più famoso e lampante è quello di Lech Walesa, la cui centralità nei processi di cambiamento è sempre più in diminuzione) ma oggi è probabilmente il campo della cultura ad assumere un’importanza fondamentale. Il mondo della cultura è veramente l’ultimo spazio libero in cui coltivare i valori democratici e dove imparare a farlo. Perché la democrazia non è una condizione, è un processo. In Polonia abbiamo fatto il grande errore di pensare che una volta “avuta” la democrazia tutto sarebbe andato bene ma i recenti avvenimenti dimostrano che non è affatto così.

Biografia

Piotr Rudzki è ricercatore presso il Dipartimento di Teoria della Cultura e delle Arti performative dell’Università di Wroclaw e redattore della rivista trimestrale “Notatnik Teatranly”; prima di essere licenziato “per ragioni di carattere disciplinare” è stato literary manager del Polski Theatre di Wroclaw dal 6 settembre del 2006 al 12 gennaio del 2017.
 

Link di approfondimento

Rob Sharp, Culture wars in Poland: Teatr Polski actors revolt against new directorThe Guardian, 13 marzo 2017

Kasia Lench, The year of remembrance and resistance: a look at polish theatre in 2016The Theatre Times, 26 gennaio 2017

Anna Chmielińska, The spectators of the Polish in Wroclaw are fighting for art and democracyDiggit Magazine, 1 gennaio 2017

Veronika Pehe, The collapse of Polish democracyPolitical Critique, 20 dicembre 2016

Anna Grzymala-Busse, Monika Nalepa, Why are there protest in Poland?The Washington Post, 19 dicembre 2016
Polish abortion law protesters march against proposed restrictionsThe Guardian, 24 ottobre 2016

Marie-José Sirach, Kristian Lupa: «Une haine catholique contre la penseé libre»L’Humanité, 5 settembre 2016

Petition “In support of the Polski Theatre in Wroclaw”, Union des Theatres de l’Europe, novembre 2016

Alex Duval Smith, Polish minister tries to ban Nobel winner’s ‘pornographic’ playThe Guardian, 23 novembre 2015

ENGLISH VERSION]

Could you please tell us how Mr. Morawski became the director of the Polski Theatre in Wroclaw and why his election caused so much controversy?

I’ll start by making a couple of preliminary remarks. First of all, it’s important to say that Polski Theatre is funded in two ways: it receives money partly from the Central Government (through the Ministry of Culture and National Heritage, MKiDN) and partly from the local government of the region where it is located, the Lower Silesian Marshal Office. The composition of the committee that elected Morawski reflects such partition: the Central Government’s representatives and the regional administration’s representative are part of the committee, while members of theatre Associations, trade unions and, of course, from the Polski Theatre (including me, as a representative of the trade union Workers Initiative, and the director Krystian Lupa, as a representative of the Association of Artists of Polish theatre) are present too.   
Secondly, it’s important to point out something about trade unions. Solidarność, which played a very important role in the fall of Communism during the 80s, has changed a lot over the years. Its policies became more and more right-wing, mainly because of the new people in charge: they care more about their careers than about the people who they are supposed to protect, and they even supported PiS’ government on some occasions.
Turning now to the election of Morawski: in 2016, the term of the previous director of the theatre, Krzysztof Mieszkowski, ended, and, after a voting session in June where no one was elected because none of the candidates met the committee’s requirements, another session was held in August, and Morawski applied. His electoral campaign was definitely inappropriate: he wanted to form a partnership with a German festival that had ceased to exist three years prior, he had a list of people he wanted to collaborate with but the names listed were clearly listed at random… Moreover, Morawski used to be the Treasurer of the association of Polish theatres artists (ZASP), and during his administration, the Association lost about 10 million PLN, a case that ended up in court, and for which Morawski was found guilty. Essentially, there was no reason to choose him up as director of the Polski Theatre.

What are the dynamics that led him to run for the position, and why on earth was he then selected?

I’ll tell you frankly: artistically speaking, Morawski is a “Mr. Nobody”. He worked as an actor in the public theatre until 1994, even collaborating with some good directors. But then he switched to private theatre and there, in my opinion, he produced some of the worst shows you can find in that field. Throughout the ‘90s he also acted in a pretty popular national soap opera on TV, and he’s most known by the public for that role.
My guess about his candidacy for the Polski Theatre is the following: the candidacy was strongly supported by Tadeusz Samborski, a member of the Lower Silesian Marshal Office who is from the Popular Party (a party that tries to ally with everyone just to get more votes and more power). Morawski also spent some years working for the Drama Academy in Warsaw, and I think that there he got in touch with some members from the Polish People’s Party. So, I guess he got the promise for a role of power, and the position of director of the Polski Theatre happened to be the perfect chance.        
But there is another factor: after PiS won the election in 2015, Piotr Gliński became the new Polish Minister of Culture. Gliński simply hates the Polski Theatre and all that the Polski Theatre represents: for example, he tried to censor our staging of Death and the Maiden by Elfriede Jelinek. So, Morawski could also be an important “pawn” in the Ministry of Culture’s continuing war against our theatre.

The members of the Polski Theatre strongly opposed the election of Morawski, though…

Since the very beginning. When the election sessions were still going on Krystian Lupa and I left the place without signing the final protocol and we declared that Committee’s decisions were unacceptable. Morawski was elected anyway, and from that moment, the protests against him intensified. Immediately, important figures in the Polish artistic world – famous theatre actors and directors, artists and intellectuals – expressed their disapproval, recording video messages to Morawski and asking him to resign. These messages are still to be watched on the FB fanpage: “Ustąp, panie Cezary” (“Give a way, Mr Cezary”). Then, we set up symbolical protests that made our case known all over the world (during the staging of Woodcutters in Paris at Odéon and in Korea, Japan, for instance): at the end of every performance, the actors would come on stage for the third round of applause with black tape over their mouths as a sign of the censorship they were being subjected to. By the way, during one of those protests in Wroclaw, Morawski (who exceptionally was attending the show) ordered to switch off all the theatre lights, including the emergency ones, and he put the actors and the audience in serious danger (the stage was slippery because of a liquid that has been spread during the play).
It gets worse: Morawski fired twelve members of the theatre (including me), giving absurd and even patently false justifications for the firings. Some others were forced to resign from their role: for example, one of our actresses was invited by the Powszechny Theatre in Warsaw to act in a show there. She asked Morawski for permission, and he demanded her resignation as a condition of going to Warsaw. We’re taking all of these cases to the Court and I’m pretty hopeful we will win and get at least some compensation: so, in the end, more public money will be wasted thanks to Morawski’s irresponsible management.

It’s during all these events that Polski Theatre in the Underground was born. Could you tell us what it is exactly?

At the beginning, Polski Theatre in the Underground was simply a Facebook page we created in order to manifest our disapproval against Morawski’s direction. But it immediately got a lot of success and recognition, so in the end, it became a sort of alternative movement. Since January, in fact, we have already produced five performances and we did it thanks to the support of young and talented directors and our actors who worked for free. We just had to raise funds for technical stuff and things like that. These performances were prepared and shown in some cultural centers in Wroclaw: the first one was in Capitol Music Theatre, others took place in an old brewery that now hosts some off-theatre and in Congress Centre of the Centennial Hall. Some of our shows got recognition from critics and received awards.
So we received support from the cultural institutions of the city and – the most important – we received a lot of support from the people. In fact, we had big crowds coming to our shows. And this is another interesting side of the “Polski theatre affair”: a second Facebook page was born, The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw. Some of our spectators made it independently, because they disapprove of Morawski as we do. And it’s the vast majority of the audience. In fact, a real boycott of Morawski’s direction is going on: we used to have 500 people for some shows and now Morawski’s productions dropped at about 40 at the audience of the capacity of 600. Further, during one of the protests that we did with the black tape, the audience actually came on stage, in solidarity with the actors.

All this seems to suggest that in Poland, theatre is a real “battlefield”. What role does culture play in the country’s society? What is the current Government’s attitude toward the arts?

Absolutely. Before the victory of PiS in the last elections, politics generally didn’t get involved in culture. Let’s say that it there weren’t any disasters, but there weren’t any significant or helpful reforms, either.
On the contrary the current government, that is one hundred percent ideological, learned from past regimes that culture is a very important tool to change citizens’ minds. Even more important: in my opinion PiS is trying to use the existing culture as a means to develop a brand new culture, more conservative, close-minded and intolerant towards any kind of diversity. In fact PiS and its supporters can conceive of Polish citizens only as people who are catholic and who have “Polish roots”; you can see this clearly from the way they talk about immigrants and refugees, with rhetoric that closely resembles that of the Nazis’. I strongly believe that the current Government is trying to establish – and I’m not afraid to use this word – a totalitarian system in the country. They are attacking the Constitutional Court, the public media, the educational system…  also, they are trying to diminish the power of the city and regional governments. In our struggle for the Polski Theatre we witnessed bureaucratic procedures that I’d label as “Kafkaesque”.
Moreover, they are declaring war on other cultural institutions such as the Chamber Orchestra of Warsaw (that has some of the most important soloists and conductors in the country), the Stary Theatre of Warsaw (where director Jan Klata was replaced by a pretty unknown artist, who lived for years outside Poland without having any relevant role in culture) … But in all of these cases, protest movements somehow similar to the Polski Theatre one, are growing and they are opposing Central Government’s decisions. Also, dissent is spreading through pop culture.

Could you tell us a bit of the recent history of theatre in Poland?

From an historical point of view, we can say that until 1989 theatre and culture in Poland were playing a pivotal role in society. On the contrary – as I said earlier – once Communism had fallen politics lost interest in culture. Neoliberal thinking was prevailing: everybody was convinced that the “invisible hand” of the market could solve all sort of problems. In fact we can see that no significant reform of culture and theatre has been carried out since the 90s; in public theatre we are still using old regulations. Somehow the disengagement of politics from culture created a legislative void.
Moreover, Neoliberal attitudes and thinking spread all over the “social body”. The majority of the population got convinced that they should be economically independent from the rest of society and they set being richer and having success as the main goals of their life. So more and more people got interested in business rather than theatre, books and culture in general. In fact during the early 90s theatre went through very hard times: theatre structures were often forced to rent their spaces to shops in order to survive economically.
But since the mid 90s the situation changed. A new generation of young and talented directors came and started to renew theatre. They managed to create a “new language”, more connected to the present times and therefore more universal. Even the “old audience” was coming back to watch the shows and theatre was finally restored to a central role in society. And this is true also now: Woodcutters for instance is definitely about the actual controversies that are currently going on in our country.   

To us it’s very interesting that both the members of the theatre and the audience had immediate and strong reactions in opposition to Morawski and the new directions of Polski Theatre. What kind of relationship was there between you and your spectators? Did Polski Theatre have some initiatives in the so-called field of “audience development” or “audience engagement”?

We had wide projects that aimed at “establishing a dialogue” between the audience and the new theatre languages that were used in our shows. For example, there were free classes for children and teachers. In fact the one with the teachers was named “The new languages in modern theatre in Poland” while we had lessons and workshops that allowed high school students to create and produce an entire show on their own (there was a young director supervising). Through this experience we also had an artistic and intercultural exchange with a school in Dresden. Of course it took a long time, but the support we got from our spectators and their reactions to the recent events demonstrate that we managed to strengthen our relationship with them through these projects. Moreover, after The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw, other similar groups were born in the country, like the Stary Theatre’s one.

What are your plans for the future?

Coming season 2017/2018, we are not going to prepare performances but we want to produce a real productions which could be shown more than one time. We already spoke with two talented and well know young directors and they agreed. This means a change not only in a kind of our style of working but a change in economy too. We don’t want to “force” any longer to work any artists for free! We became also a part of independent social and cultural movement in Wroclaw that groups artists and foundations trying to establish a cultural center in one of the closed cinemas in Wroclaw.
Along with The Spectators of the Polski Theatre in Wroclaw we will be trying to force Morawski to show in Polski Theatre the production of Adam Mickiewicz’s “Forefathers’ Eve” directed by Michal Zadara which was premiered in 2016 in Polski Theatre, before Morawski started his term. This is the most important play written in Polish in the first part of XIX century, it influenced our identity, our culture, our patriotism. It still has a danger potential of subversive energy, an nobody staged it as a whole. We did it for the first time in the history of Polish theatre. It was the 14 hours show that gathered the full audience and had a ritual kind of atmosphere. Morawski destroyed this show by firing and forcing to leave actors. And the Central government or Ministry of Culture didn’t oppose. On the contrary, they still support Morawski and this devastation of our theatre. They didn’t need the censorship office to get rid of this production as it happened during Communist time. In 1968, the production of “Forefathers’ Eve” directed by Kazimierz Dejmek was taken away because of the the protest of the Soviet Embassy in Warsaw. After the last show on 30th January, 1968, the biggest students’ protest after 1945 begun. They wanted to have Adam Mickiewicz and his “Forefathers’ Eve” back, they fought against censorship, they fought for freedom of the speech. It is really significant that after almost 50 years we have to do the same in – so called only – democratic country.
I really believe that while in the past, social changes came from the working class (the best example is Lech Walesa whose key role in the changes in Poland is now lessening by ruling party), today it is the world of culture that must prompt social changes. Culture is the last “free space” where you can cultivate democracy and learn how to keep democracy growing. Because democracy is not a status, it’s a process. Probably the biggest mistake we made in Poland was thinking that once we had democracy we were fine, and no further problem would arise, but the recent events tell us that this is definitely not the case.  
 

Biography

Dr. Piotr Rudzki
Assistant Professor in Department Theory of Culture and Performing Arts, University of Wrocław
Editor in the theatrical quarterly “Notatnik Teatralny” (Theatrical Notebook)
From September 6, 2006, to January 12, 2017, the Literary Manager of Polski Theatre in Wrocław (until fired for “disciplinary reasons”).

di Francesco Brusa, Francesca Bini

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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