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Personal Jesus. Su “pitié!” di Alain Platel

di Lucia Oliva

your own personal Jesus
someone to hear your prayers
someone who cares

L’umanità battuta, colpevole, dolente messa in scena da Alain Platel in pitié, creazione liberamente infranta attorno alla Passione secondo Matteo di Bach, inchioda gli spettatori al crocifisso della condizione umana e lo fa attraverso una bellezza che brucia come una ferita nel costato.
In una scena arrampicata verso l’alto, quasi un fortino di legno chiaro, è asserragliata l’unica forma di  divinità indiscussa, quella della musica di Bach che Fabrizio Cassol rielabora in un orizzonte sonoro in cui il jazz incontra la lirica e la voce del flauto si unisce al battito delle percussioni, mentre cattedrali di pelli di vacca scendono dal cielo come monito e memoria di un sacrificio antico più della Storia. Tra conati di vomito la parola divina viene sputata in scena: “e il Verbo fu fatto carne”.
Così inizia il viaggio del coreografo belga nella vicenda biblica della cristianità e nel presente eterno dell’umanità di oggi. La scena regala e confonde il racconto liturgico con una sua astrazione possibile, ma la radice della Passione resta sempre esposta e compone l’ossatura del lavoro innestandosi a tratti con figurazioni da Antico Testamento. Sulla scena nascono due Adamo meticci, generati col loro fardello di colpe appeso al collo, compaiono Pietà e Deposizioni tratteggiate nei cromatismi vividi delle tinte a olio e degli affreschi sacri. Si sbalza allora il canto delle due donne in lutto: si tratta di Maria, la madre di Dio e della Maddalena, mentre il ragazzo è un Gesù nero con la voce chiara e adolescente da controtenore. Un danzatore serpente srotola la sua schiena di spire, fa passare una mela tra i suoi compagni, contagia quello che poi scopriremo essere Giuda con una pelvi scattante e bacia la Maddalena, l’unica delle figure vangeliche che si mischierà realmente con l’umanità disperata incarnata dai danzatori.  
La Creazione di Platel precipita l’uno sull’altro diversi livelli di lettura e elementi di senso, senza dimenticarsi del sentimento, riuscendo però a fonderli in un tutto armonico, vibrante di una bellezza dolorosissima. Ancor più che nell’acclamato vspr la danza si scioglie nella costruzione registica risuonando profondamente con l’intera opera, al riparo dalle derive narcisistiche e virtuose che sembravano affliggere vspr come schegge di una bellezza già detta, abusata dalle più consunte convenzioni espressive del teatrodanza. Eppure anche in pitié! la danza resta e sorge come magistero assoluto nella sua composizione, nella capacità immaginifica, nella luminosità dei giovani interpreti e nel soffio vitale che insuffla prima che il dolore straripi.
In questo spettacolo il genere umano racconta della propria profonda, ancestrale nostalgia del sacro, lontananza laica e non confessionale che allunga l’ombra impossibile di una sua rimozione. Lo spettacolo sanguina la frustrazione umana di creature limitate di fronte al divino ma, sembra dirci Platel, l’enormità della colpa originaria non è quella biblica bensì la rimozione costante della propria mancanza: una vertigine al centro esatto di ogni esistere, un vuoto incolmabile e inenarrabile come una nostalgia attorno a cui si convoca l’umanità intera.
Cristo è intangibile, ma quando si disvela, ancheggiando come un idolo lascivo in un bordello di periferia, la danza esplode e ritrova una sua sorprendente coralità. È un carnevale drammatico, commovente, entusiastico e assurdo, tra lamenti che sembrano muggiti e voli tentati con ali mozze, tra morsi di sequenze e danzatori che a turno magnetizzano la visione, tutti protagonisti e tutti comprimari nella recita del mondo. Proprio nei tratti animaleschi, ma mai bestiali, la coreografia restituisce una sua possibile lettura. Questi esseri metamorfizzati in spasmi e lacerazioni, ribaltati come carcasse spezzate, appaiono ancor più umani nella descrizione zoomorfa, nei riferimenti iconografici precisi alle figure del dolore, nell’inadeguatezza e nella sofferenza che si placa solo nel respiro del gruppo. Il contatto, la fusione di pelli, il portarsi addosso l’anima dell’altro, condividerne il fiato e il pianto sembrano l’unica salvezza possibile.

Gesù è fra loro ma non risponde alla richiesta più importante:
Dimmi che cosa sono io! 
Gesù è morto per i peccati dell’uomo, ma non per i miei.
La compassione evocata in pitié! ha le forme dell’empatia, in cui si soffre insieme all’altro, si condivide la colpa e il dolore del mondo senza portarne la macchia. Sembra quasi che in questa ricerca, in questa nostalgia del sacro si arrivi infine a toccare l’essere umano nella sua viscerale essenza. Forse per questo è un coro di umanità meticcia a salvare dal tormento, condividendolo.
You are my own personal Jesus.
Ascoltami!
Tutto lo spettacolo è un’invocazione laica e universale al divino, la radicale differenza che riafferma l’invincibile caduta dell’Uomo. Ma anche il cadere ha i suoi appigli e dalla scena sembra levarsi una preghiera (a Dio) perché risponda alle richieste di pietà urlate o sussurate in buchi nelle pareti: confessionali paradossali che amplificano e spargono la colpa dei singoli.
I don’t kill him…
Si scoprirà poi che si tratta di frasi, forse le ultime frasi, di condannati a morte, in questo spettacolo di condannati a vivere con il dio sacrificato al loro fianco.
pitié! strazia e commuove, incanta e agghiaccia, scivola anche, a volte, ma la sua complessità e ricchezza non cadono mai. Nel traslare la storia biblica in un tempo avvilito Platel vi inserisce due dei moti fondamentali dell’umanità, la nostalgia e l’utopia, ovvero le fughe dalla crudezza del vivere: le uniche risposte che lo rendono possibile. La pietà del coreografo guarda  al divino e lo scopre lontano: il Cristo nero nella terra di pitié! incarna il sublime in una quotidianità di spasmi, per questo nel finale viene confinato sulla torre diventando il punto di fuga di un’assenza che dilania.
Quando avviene l’estremo sacrificio una scure si abbatte sul tavolo-altare e le luci crollano dal cielo lasciando i protagonisti nudi e inermi, aggrappati a una fiammella tremolante come dannati in un inferno boschiano. Ma la musica incalza e l’ultima danza raccoglie e condivide la colpa del tradimento di Giuda, chiede compassione, si batte il petto e suda in un’espiazione collettiva che è anche riaffermazione di un “essere insieme”, causa e risposta a questo tormento. Poi i danzatori si spargono nel mondo, riportandovi la bellezza di un’opera d’arte che racconta il divino, ma dice dell’uomo.

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