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Perciò continuiamo a muoverci. La “Trilogia Danco”
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 8 Dicembre 2018 0 commenti 4 minuti di lettura
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Vivono di una rabbiosa seduzione il teatro di Eleonora Danco, il suo modo di stare “nel” palco, la sua voce, il suo corpo. Nessuno ci guarda (2000) e Donna n.4 (2011), andati in scena al Teatro India in un “trittico retrospettivo” assieme a dEVERSIVO (2017), sono in effetti la prosecuzione dello stesso flusso espressivo, quasi due filtri diversi per guardare il medesimo panorama. Che però non è un panorama statico, ma un corridoio di ricordi, un tunnel di gesti voci suoni che provengono da un altrove incerto, tanto il fondo della coscienza di un individuo che si confessa quanto percezioni superficiali dell’ambiente attorno. Perciò la Danco continua a muoversi sulla scena. Non per impeto proprio, ma per rincorrere catene di pensieri che sono sempre un po’ più in là dal suo passo e dalla sua parola.

I “monologhi” (sarebbe forse meglio dire “performance verbali”) dell’attrice e drammaturga romana si concentrano ciascuno su una differente ossessione: il lavoro, la memoria, il cibo. Astraggono da quella che è la tematica specifica per farne appunto un vortice, un’insofferenza, una mania dello sguardo. Eppure, sono allo stesso tempo calati – con precisione a volte quasi “verista” – in un tempo e in uno spazio ben riconoscibili. Il lavoro è quello spesso mancante e precario dell’odierna classe creativa, il lavoro come “lotta per considerarlo tale”, come conflitto fra empowerment e furto del sé; la memoria ha invece il lessico e gli accenti delle borgate romane, dell’infanzia personale dell’attrice a Terracina (si veda a questo proposito anche il film di Eleonora Danco N-Capace, che parte proprio dal testo teatrale); il cibo infine significa soprattutto esasperazione della “cultura del cibo”, con tutta la retorica che gli sta dietro e con la sua importanza nelle politiche urbane. Quella della Danco è, in fondo, un’operazione anche generazionale. Verrebbe da metterla in correlazione con un’operazione in ambito letterario per certi versi simile, che è pur essa una sorta di flusso di (in-)coscienze: il romanzo in versi con cui Francesco Targhetta ha voluto ritrarre i propri coetanei è, fin dal titolo, quasi un contraltare degli spettacoli della Danco. Perciò veniamo bene nelle fotografie, ovvero, “perciò la Danco continua a muoversi sulla scena”. Al di là di quelle particolari, l’ossessione che veramente pare agitare tutti gli spettacoli (e pare agitare l’inconscio di un’intera generazione) è quella dell’attesa, dell’immobilità impotente. L’attrice prova a imporsi sulle problematiche del lavoro, della memoria, del cibo, e per questo rotola per terra, sbraccia, sputa intere sfilze di frasi ansimando, prorompe in scatti di feroce ironia, accenna balli e decostruisce azioni. Ma quei temi, quei filtri che dovrebbero costituire oggetti di ricerca ed esplorazione, sono invece gabbie che costringono, nodi che provocano asfissia e stasi. Anche l’illuminazione sembra sottolinearlo: le luci sono spesso potenti e di taglio, vanno a delimitare lo spazio in cui la Danco può muoversi (lo “spazio del discorso”) più che caratterizzare un ambiente.

È come se la velocità e il movimento avessero prodotto, per eccesso, il proprio opposto. L’oscillazione continua, la fluidità di relazioni e di tempi spinte all’estremo si sono trasformate in inazione, in algide fotografie appunto. Nessuno ci guarda e Donna n.4 sono il segno di questa contraddizione, calata però nel quotidiano di una psicologia che si maschera a se stessa. L’attrice cerca infatti di frapporre una distanza rispetto a quello che racconta (anche se non c’è una vera e propria narrazione, piuttosto una “declamazione concitata”). Tratteggia ricordi e aneddoti, inscena scampoli di lessico famigliare (Nessuno ci guarda) oppure ricalca con isteria descrittiva quadretti urbani e post-urbani (Donna n.4), ma pare farlo quasi sempre “controvoglia”. O meglio, pare farlo recitando nel solco fra complicità e irretimento. Non c’è sarcasmo, non c’è ironia, che comporterebbero la recisione di legami verso cui si prova comunque affetto. La Danco incarna ciò che mette in scena, modulando i registri e dando forza ai personaggi abbozzati. Ma al tempo stesso non c’è nemmeno adesione, che significherebbe negare la rabbia, sopprimere la sensazione che ciò di cui si parla è in fin dei conti un ostacolo, una prigione. L’espressività è infatti livellata verso un tono medio e sempre riconoscibile, in cui l’attrice si “sporge” all’infuori senza mai uscire completamente da sé.
Ecco allora che la memoria e il passato in generale si mostrano nella loro ambigua natura: come dovere irrinunciabile ma anche come potenziale oppressione. Così il cibo, ovvero la materialità gretta: uno scandalo estetico, un “fastidio dell’essere”, da cui però non possiamo separarci. Eleonora Danco evoca una pluralità di fantasmi e situazioni per poi farli convergere verso il proprio io, scoprendo però – e inevitabilmente – che io è un altro. Un monologo, nell’impossibilità della propria origine.

 

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