altrevelocita-logo-nero

Per oggi è bastata la neve. Mario e Saleh di Saverio La Ruina

di Altre Velocità

Un atto unico, un gioco di luci ridotto all’essenziale, una scenografia scarna: due letti, un tavolo, due borse della spesa, una moka. Nella tendopoli de L’Aquila post terremoto, Mario litiga al telefono. Non lo vuole un islamico nella sua tenda. Perché non ne fanno una per musulmani e non lo lasciano in pace? A chi è venuta l’idea di fare «un miscuglio così strano»? Litiga e si agita sulla sedia ma non può fare nulla. L’islamico dovrà arrivare per forza. Si chiama Saleh, ha trent’anni in meno e viene dalla Tunisia. Sono solo i primi minuti ma già prefigurano la dinamica che vedremo rappresentata: l’incontro-scontro culturale, generazionale, religioso e soprattutto ideologico cui assistiamo quotidianamente confrontandoci con l’immigrazione. Ideologico perché, citando le teorie sociolinguistiche dei Miti d’oggi di Barthes, si fonda su immagini che si fanno e ci fanno, cliché soggetti a sistematica distorsione, naturalizzazione e mitizzazione. L’Islam che diventa paese e poi modo di vivere; le torri gemelle elette a simbolo di perenne pericolo; il burkini sbandierato dai giornali come ultima frontiera della discriminazione. Sono immagini o, come dimostra Barthes, miti che scegliamo arbitrariamente, lasciamo proliferare nell’inconscio collettivo tramite il passaparola e il bombardamento mediatico, consolidiamo come “dati” e “universali”. Miti da cui è impossibile sfuggire: pregiudizi che invadono scuole, case e chiese. Mario e Saleh ha il pregio di portarli quasi tutti in scena, ma forse non il merito di piegarli a una discussione inedita. Come si superano gli stereotipi se si ripropongono sempre i medesimi? Come si cambia punto di vista se non cambiano le parole?
Saverio La Ruina, qui autore, regista e interprete, scrive per Mario un ampio collage di frasi fatte: che i musulmani quando pregano sembrano fare ginnastica, che certo che li scambiamo per terroristi se non si tagliano la barba, che anche Maometto li vorrebbe «più sorridenti e meno incazzati». Il pubblico ride e La Ruina strizza l’occhio con tenerezza all’italiano medio che è a sua volta un diverso. Che si sente minacciato, spaesato, in difficoltà. Ci sono infatti altri, tra di noi, che non avranno la pelle scura o l’accento marcato ma vanno portati in scena lo stesso, accolti con la gentilezza che dedichiamo agli incompresi. Sottovalutando, forse, i palchi che questo tipo di resistenza culturale ha già in piazza, in televisione, sui giornali. Ma c’è davvero da ridere? Quando si esaurirà il bisogno di raccontare la parte sociale refrattaria al cambiamento, l’Italia che odia, la paura che respiriamo? Sorge il dubbio che questo tipo di rappresentazione finisca per concorrere, suo malgrado, a fossilizzare posizioni già viste, quella dialettica cui si accennava prima. La commedia, intanto, si fa dramma di incomprensione. Neanche la convivenza forzata tra Mario e Saleh, che potrebbe trasformare il trauma del terremoto in esperienza di condivisione, riesce a superare la forza dei luoghi comuni che li separano. Il dialogo si divide in due monologhi spezzati, tagliati alla fine anche dal nastro adesivo che traccia il confine tra “mio e tuo”, mentre Mario porta all’esasperazione i triti e ritriti cliché sull’immigrato incompatibile alla nostra cultura. A me verrebbe quasi da sperare in un finale nichilista e sanguinoso dove Saleh, esausto, tiri fuori una pistola e la scarichi sulla platea: ma il personaggio fatica a farsi persona e rimane oggetto passivo, della discussione e dei miti che gli sono stati costruiti addosso.
Anche distribuendo qua e là qualche “correzione” – l’Islam è una religione, non tutti i musulmani sono violenti – Saleh funge solo, di fatto, da controparte comprensiva e un po’ martire della piccolezza di Mario. L’attore Chadli Aloui sorride, sbuffa paziente, allarga le braccia e guarda il pubblico con l’aria gentile del comico che fa da spalla al compagno sopra le righe, come per chiedere scusa. Il suo monologo sulle torri gemelle è debole e non risolve fino in fondo i nodi del rapporto con Mario: il suo è un punto di vista personale e relativo, il racconto di un vissuto che non ci aiuta a ragionare sulla molteplicità dei casi, incapace di ergersi ad accusa e sufficiente solo a discolparsi. Pare forzata, invece, la sua disponibilità: sospettato ingiustamente da Mario di aver rubato dei soldi, glieli regala, persino al costo di sottrarli alla sorella che mantiene; interrogato sulla situazione della tendopoli, rivela con modestia di voler dare un contributo alla comunità, sinceramente convinto che tutti insieme si possa creare una società migliore; messo alle strette sul perché voglia condividere la tenda con Mario, risponde dolcemente: «per ascoltare insieme la neve cadere». E dopo una dimostrazione di tanta bontà, nemmeno Mario può continuare a interpretare il cattivo. Ecco che l’italiano medio si trova costretto a spogliarsi dei suoi panni di xenofobo e a scoprirsi uguale a chi gli sembrava diverso. I due si guardano con aria d’intesa, sorridono, ascoltano la neve insieme. Un lieto fine dolce che conferma la vittoria dell’approccio morbido alle questioni spigolose. Ma è difficile considerare Mario e Saleh una norma. In ogni gruppo sociale, egemone o discriminato, esistono la devianza, la criminalità, la perversione. Ad affrontare il razzismo con l’esempio agiografico del siriano gentile si opta forse per un approccio troppo buonista, a danno della potenziale capacità, della trama e dei personaggi, di stimolare una riflessione nuova. A sottrarre l’elemento politico e sociale, rimangono in scena due personaggi cui manca approfondimento psicologico, dimensionalità, carisma scenico, il cui conflitto sembra risolversi troppo bruscamente: la condivisione della bellezza può ricucire una ferita che nemmeno il trauma di un terremoto ha saputo sanare? Di quella telefonata iniziale, di quel «miscuglio strano», mi sembra che La Ruina restituisca due uomini riconciliati solo in apparenza. Per oggi è bastata la neve, ma domani?

Elena Magnani

]]>

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.