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La Pentesilea come idea di scuola. Dialogo con Chiara Guidi
di Agnese Doria Lucia Oliva pubblicato in Interviste il 29 Giugno 2020 0 commenti 10 minuti di lettura
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In occasione del debutto radiofonico dello spettacolo Pentesilea (lunedì 29 giugno alle ore 23 su Radio Rai 3, all’interno del programma Il Teatro di Radio3 a cura di Laura Palmieri) abbiamo raggiunto Chiara Guidi, regista, attrice e autrice della compagnia teatrale Societas. Partendo dall’esperienza di creazione a distanza con gli allievi del corso di alta formazione “Il ritmo drammatico” (apice dell’Istituto di ricerca di arti applicate Societas), abbiamo toccato alcuni nodi cogenti in questo nostro oggi. L’occasione offerta dal lockdown ha permesso all’artista e ai suoi allievi di ripensare a forme di didattica che potessero far sentire i ragazzi e le ragazze prossimi seppur distanti, attraverso forme metamorfiche di trasmissione intorno alla questione “come interpretare un testo?”.
Tra noi e Chiara Guidi è nato un dialogo che, partendo dalle parole dell’arte e della poesia, pensiamo potrebbe aiutare anche la scuola in questo momento.

Ci pare che questa Pentesilea sia il frutto di un’esperienza che quasi potremmo definire di didattica a distanza con i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al corso di alta formazione “Il ritmo drammatico”: quali possibilità e quali limiti ha offerto la tecnologia?

«La tecnologia fa parte dei meccanismi di creazione e conoscenza della Societas da sempre. Passare da un luogo aperto dove ci si incontrava a un luogo individuale e chiuso, ha chiesto a me e a tutti gli insegnanti un rilancio, un’invenzione e ai ragazzi uno sforzo di trapasso. Come per tutta la scuola pubblica, la tecnologia è stata davvero un luogo di prova: una prova iniziatica. Se quello che facevamo prima aveva un senso, questo senso andava riconosciuto e ne andava ritrovata una forma grazie a un’invenzione: il pensiero doveva immaginare se stesso. Era nelle premesse del corso il proposito di preparare una composizione corale di Pentesilea di Kleist: il testo era lo spazio necessario per mettere alla prova la voce, farla agire alla ricerca di toni, timbri, altezze e intensità. Lì, attraverso le parole di Kleist, dovevamo comporre le voci che, come note musicali, avrebbero formato un unico organismo. La presentazione della composizione, ovviamente, si sarebbe svolta alla presenza del pubblico, in compresenza e prevedeva anche una minima partitura di movimenti. Avevamo già iniziato a provare in una delle sale del Teatro Comandini a Cesena – sede della compagnia e del corso – quando all’improvviso ci siamo ritrovati dietro a uno schermo, in 26 stanze diverse, con problemi di connessione e di incomprensione che la piattaforma online imponeva. Dopo la seconda lezione ho posto una domanda ai ragazzi: “Chi di voi vuole continuare a fare online l’esercizio che facevamo al Comandini su Kleist e Pentesilea?”. All’inizio sono stati molti gli interrogativi, perché c’è sempre una nostalgia per ciò che si conosce, ma alla fine tutti e 25 hanno accettato di uscire e andare verso l’ignoto, come accade nella fiaba.
L’essenza profonda della fiaba spinge chi ascolta a camminare con fiducia pur errando, verso una meta che si presagisce. Dovevamo connettere 25 luoghi distanti tra loro in un contesto, la piattaforma digitale, che modificava continuamente le nostre voci. Lo spazio acustico che si creava era una presenza che andava ad aggiungersi alle nostre voci, o meglio una presenza che inglobava le nostre voci e le triturava. Ce le restituiva trasformate. Ma in fondo Pentesilea, spinta dall’amore per Achille, non lo aveva sbranato insieme ai cani trasformandolo?
La piattaforma digitale mi riconduceva alla linea didattica programmata all’inizio del corso, prima del lockdown: le viscere come luogo originario dell’interpretazione e di quel “pensiero del corpo” che guida la nostra voce all’aperto, verso chi ascolta. Le lezioni alternavano argomentazioni didattiche e momenti di esercizio sulle parole di Kleist. Ogni volta venivano registrate. La notte, poi, insieme a Cosma Castellucci – che ha fatto un lavoro di grande pazienza e precisione – abbiamo riascoltato le registrazioni e ritagliato quelle frasi della Pentesilea che i ragazzi avevano pronunciato. Frammenti vocalici separati tra loro, sollevati e poi ricollocati all’interno di una nuova struttura: un corpo, il testo della composizione. La costruzione non si affidava solo alla trama, ma anche all’onda emotiva delle voci che, costruita come una sinfonia, cercava nei caratteri sonori delle voci il significato del dramma di Kleist».

Come avete vissuto quindi il lockdown in questa delicata fase creativa?

«Non è stato un momento di attesa. È stato il tempo dell’invenzione. Immaginare e fare. Ma in fondo l’immaginazione, sin dall’antichità, non è stata la prima forma di conoscenza? Personalmente mai come in questo momento ho sentito la necessità – per l’attore – di avvicinare la parola all’oggetto che nominava. Dalle 25 case dove si trovavano i ragazzi, il suono della voce doveva fare uno sforzo di vicinanza nel pronunciare le parole di Kleist. Come interpretare in un luogo respingente? Come credere in una voce elettrica? Come sentire “giusti” quei suoni che solitamente non sarebbero stati “giusti”? Come ascoltare in un modo nel quale non si aveva mai ascoltato? La parola composizione doveva entrare nella parola interpretazione. Abbiamo capito che per interpretare l’attore deve comporre. Ci guidava l’idea che il lockdown diventava per Pentesilea un tempo drammaturgico e come Achille, per amore di conoscenza, vivevamo un tempo di trasformazione dei nostri modi abituali di vedere, sentire, accogliere e capire. Si inaugurava un diverso processo di lavoro: come Robinson Crusoe la piattaforma online, mettendo tutto sottosopra, dava la spinta alla ricerca. Una ricerca nel testo di Kleist, che attraverso Pentesilea scardina le regole e, come Achab di Moby Dick, sceglie una sola balena, quella bianca, contraddicendo le regole che obbligavano i balenieri a uccidere le balene che incontravano, non quelle che cercavano. Così Pentesilea: lei cerca solo Achille, per amore, infrangendo le regole delle Amazzoni che non potevano cercare l’uomo con il quale combattere».

Perché la Pentesilea, oggi? E soprattutto di quale significato si è tinta alla luce dell’emergenza che abbiamo vissuto?

«Ho ritenuto importante portare questo testo in un ambito scolastico – il corso dell’Istituto Societas – per mettere l’accento sul fuoco viscerale che spinge l’attore non solo a interpretare, ma anche a ritrovare la propria voce nell’interpretazione, l’intimità del proprio desiderio, la profondità del proprio pensiero, la necessità dell’azione. Non posso interpretare solo in base a regole accademiche. Occorre il sangue, le viscere, appunto. Anche a costo di sovvertire un modo abituale di impostare i timbri e i toni per vedere, sentire e ascoltare di più. Per vivere.
Durante il lockdown abbiamo lottato con Pentesilea per ritrovare la stessa domanda che aveva preceduto il lockdown: dove nasce il desiderio della nostra voce? La sua passione?»

Che lavoro hai condotto sull’interpretazione del testo?

«Non si può insegnare a interpretare, perché l’interpretazione non è un concetto bensì un pensiero del corpo che nasce dalle viscere. Lo spettatore vede in ritardo qualcosa che è già avvenuto. L’interpretazione nasce prima del dire, e ciò che il pubblico vede è l’eco di ciò che l’intimità del corpo mette in atto. Pentesilea è un dramma che si vive nell’intimo: le corse dei cavalli e la battaglia di troiani e amazzoni precipitano nel buio del corpo, là dove i pensieri non sono ancora formati. L’interpretazione deve accompagnare il pubblico oltre ciò che vede, in un altro mondo. L’attore usa se stesso non per ciò che dice, ma per ciò che non dice. Sta al pubblico immaginarlo e riconoscere che l’esperienza che si vive – non solo in teatro, ma di fronte a ogni opera d’arte – è vita. Pentesilea prima, durante e dopo il lockdown è stata sempre la stessa, perché la domanda che aveva inaugurato i nostri incontri non era cambiata».

Quale idea di scuola è affiorata? Come mai hai scelto per la scuola la possibilità di partire dalla parola poetica?

«La scuola ha bisogno del linguaggio poetico, perché la poesia cerca la parola e la costruisce: questa parola cercata è il luogo della scuola. La scuola deve cercare le parole e sia chi insegna che chi ascolta le devono cercare in un rapporto di reciprocità. In tensione, insieme.
Pentesilea è stata un’esperienza possibile di scuola rivolta all’arte della recitazione. Mi ha guidato una visione di teatro che da anni mi spinge a cercare l’attore e soprattutto la voce. Ho in seno un ideale, lo cerco continuamente e con forza ho continuato a cercarlo anche nei giorni di lockdown. Per questo ho invitato gli allievi a cambiare rotta, andando comunque verso qualcosa che avevamo già incominciato a cercare. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, rischiavo e con me spingevo tutto l’equipaggio a rischiare. Dovevamo trovare l’unità tra voci discordanti. È stata proprio l’idea di scuola in sé che mi ha portato a spingere fino in fondo sull’atto di composizione attraverso una modalità di ascolto che inizialmente sembrava inaccettabile.
Ci era chiesta la fatica di una trasformazione, che non tradiva tuttavia la spinta ideale iniziale. Nei momenti in cui tutte le certezze vacillano, la scuola deve rinominare i propri ideali, ritrovarli con invenzione, immaginazione e fermezza. Una fermezza nello scambio reciproco della ricerca del nome. La fermezza come luogo in cui la scuola rivela la propria necessaria presenza nella società. In quella fermezza la scuola mette in atto un processo di trasformazione che ogni ideale genera. Non c’è ideale senza trasformazione continua nel ricercarlo. Oggi non spaventa l’abitudine del fare le cose, ma spaventa la trasformazione di quell’abitudine: occorre, allora, interrogare i nostri ideali».

Ci sembra che affermi che la voce è teatro, è una forma di teatro anche nell’assenza del corpo e della visione. In parte è spiazzante, se si pensa all’etimologia della parola “teatro” come “luogo della visione”. Quindi la voce è teatro? Può essere teatro?

«Vorrei ritrovare lo sguardo attraverso l’ascolto, riconoscere il potere rappresentativo del teatro attraverso la forza manifestativa della musica. Buchettino chiedeva ai bambini sdraiati nei loro lettini di chiudere gli occhi: essi dovevano ascoltare e vedere. Il teatro come luogo dello sguardo doveva nascere attraverso l’ascolto. Immaginare e vedere. Attraverso il suono della voce chi ascolta vede. Pentesilea è uno spettacolo. In quale genere inserirlo non so e non mi preoccupa saperlo. Porta una idea: le viscere sono il punto di partenza del pensiero e lì si collocano i nostri ideali. Visioni che spingono all’azione. Come fanno i bambini quando giocano: vedono in una sedia il cavallo e vanno al galoppo. Tutte le cose e la realtà stessa hanno voci nelle voci. Più voci. Dobbiamo stare all’ascolto. Vigilare ad occhi aperti per non cadere nell’abitudine dello stato delle cose. Come dice Merleau-Ponty: c’è una sentinella dentro di noi che vigila su quello che diciamo e vediamo. Chi veglia non dorme. Anche la sentinella che vive nel corpo della scuola non può dormire. E lo sforzo degli insegnanti lo sa».

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