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Ómnira di Stella Aryadne Spirou. Una cartolina da Danza Urbana
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 7 Settembre 2018 0 commenti 2 minuti di lettura
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Prova a trovare la falla nel sistema!

Ómnira di Stella Aryadne Spirou corre costantemente sul filo del rasoio, è uno spettacolo che quasi non procede ma è come “si tenesse insieme”, raccolto e avviluppato in uno stato di tensione perpetua. Davanti a noi, cinque danzatrici: formano un triangolo, una schiera a file serrate e compatte seppur già “spezzate” dalla disparità numerica; si muovono con piccoli scatti, sempre a nervi tesi e prediligendo direttrici lineari piuttosto che circolari, secche e definite invece che sinuose; sembrano stantuffi, pistoni di un ingranaggio; avanzano all’unisono, ma è un unisono che appare quasi (s)forzato, forse non voluto dai singoli elementi che lo compongono. Infatti, a cadenze regolari, una fra le danzatrici deraglia, incespica e fuoriesce (seppur di poco) dalla figura collettiva, andando a tratteggiare nuove “ipotesi coreografiche”. Il resto del gruppo a volte le asseconda gradualmente, altre le re-ingloba invece dentro la costrizione comune.

Sembra di trovarsi sopra a una faglia: c’è un disegno preciso e ben delineato, eppure la coreografia ci mostra di continuo come tale disegno non sia l’unico possibile. I movimenti cambiano, evolvono ma la loro mutazione ci viene presentata quasi al pari di un errore, di una devianza imprevista e malvista dal gruppo (è un atto di dissenso o il segno di una manchevolezza? Un principio di rivolta democratica o incapacità di agire in gruppo?). La pulizia e la semplicità del gesto sono spinte all’estremo, ma sotto vi scorgiamo un’infinità di linee di fuga, una miriade di potenziali direzioni e con esse il senso di “scrittura ritmica” insieme uniforme e frattalica, corale eppure sempre eccedente nelle sue singolarità. Non c’è alcuna falla nel sistema: è l’ingranaggio a essere un gigantesco equivoco. E la danza, ci dice Ómnira, una specie di cura inconsapevole.

 

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