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Il teatro tra nomine e attese. Lettera dall’Emilia-Romagna

di Altre Velocità

Ormai dovrebbe essere questione di pochi giorni: a breve sapremo il nome del nuovo direttore o direttrice di Emilia Romagna Teatro. Da quando Claudio Longhi è stato chiamato a dirigere il Piccolo Teatro di Milano, i momenti di discussione sulle sorti dell’Ert sono stati pochissimi, ma dopo mesi di assoluto silenzio, nelle ultime settimane sui giornali sono uscite indiscrezioni sulla rosa dei finalisti e sui nomi dei favoriti.
Il processo decisionale si è svolto e si sta svolgendo all’interno degli organi dell’istituzione, cioè sostanzialmente tra i politici e i rappresentanti dei vari enti soci della fondazione Emilia Romagna Teatro. Nessun dibattito culturale, nessuna sollecitazione, nessun desiderio di confronto. Non abbiamo dubbi che tutto avvenga rispettando i contorni dello statuto della fondazione ma – anche pensando ai mesi che abbiamo vissuto – alcune occasioni di confronto pubblico, pensate e organizzate dalla politica in contesti super partes, avrebbero certamente generato maggiore affezione fra cittadinanza e processo decisionale. Invece, se si eccettua la meritoria discussione voluta da alcune realtà teatrali, la questione è rimasta privata. Colpisce che questo accada in una regione che della cooperazione e della partecipazione ha giustamente fatto le sue bandiere. E colpisce anche che questo riguardi un’istituzione come un teatro nazionale, la cui funzione culturale ed economica influenza pesantemente tutto il sistema teatrale regionale (e non solo).

La direzione che prende un teatro nazionale ha conseguenze dirette e immediate su tutti gli attori del sistema regionale. Per questo colpisce che non si sia cercata una sponda di confronto né tra i rappresentanti del settore regionale (altri teatri, compagnie, gruppi, registi, attori…) né tra le tante realtà culturali presenti nel ricchissimo territorio emiliano-romagnolo. L’obbligato cambio di direzione poteva essere l’occasione per fare un bilancio dell’esperienza pluriennale di Claudio Longhi, cioè per riflettere su ciò che aveva funzionato bene e su ciò che poteva essere migliorato. La valutazione delle scelte compiute dall’Ert negli ultimi anni poteva – e potrebbe – permettere di capire se la strada da percorrere sia quella della continuità o del cambiamento, e in questo caso capire in che termini. Ma non ci sembra che su questo ci sia stata un’analisi sufficiente e, se c’è stata, non è stata resa nota.

Da parte nostra pensiamo che il ruolo di un teatro nazionale oggi sia estremamente complesso, che i regolamenti ministeriali aiutino molto poco a distinguere le funzioni e che il dialogo stretto tra gli “attori” di un sistema sia oggi quanto mai necessario per rendere efficaci le proprie azioni e restituire allo spettacolo un ruolo culturale di qualche rilevanza nella nostra società. Dopo ormai un po’ di anni dall’“invenzione” dei teatri nazionali, siamo sempre più convinti che sia stata un’invenzione sbagliata. E questo vale anche per i teatri migliori, che hanno lavorato in maniera più alacre e lungimirante. Si sono creati dei “colossi” istituzionali con mille lacci e lacciuoli che in molti casi si sono rivelati più “fortezze” teatrali che non motori attivi del sistema.

In questa fase storica di lunga chiusura e di fragile apertura, che cosa dobbiamo aspettarci? Ci auguriamo davvero che il sistema possa rinnovarsi in qualche modo, ma questo potrà avvenire solo da un confronto franco e radicale con la bruciante realtà che stiamo vivendo. I vecchi metodi, le vecchie logiche, le vecchie visioni del futuro ci sembrano oggi le micce perfette per un’incosciente autodistruzione. Allora, cosa è giusto fare? Rispondere a questa domanda è oggi quanto mai difficile; per questo rimettere in piedi una sana dialettica tra arte, cultura, politica e società potrebbe aiutare. Per quanto ci riguarda, abbiamo qualche opinione maturata dopo un po’ di anni dalla cosiddetta “riforma” del teatro, e che qui proponiamo pensando ai teatri nazionali e al teatro pubblico in generale, cercando di guardare oltre i casi specifici.

1. In questa fase storica, pensiamo sia rischioso affidare la direzione artistica di un teatro nazionale a un artista. Il compito gestionale è molto faticoso, così come il peso delle relazioni che un direttore deve sostenere, e quando si sceglie un regista o un artista a dirigere un teatro, significa anche che questo legittimamente produrrà i propri spettacoli, salvo i limiti imposti dalle norme. La questione è troppo poco dibattuta: se questo è il modello, è allora cruciale interrogarsi su come imprimere una direzione plurale e aperta, soprattutto nel comparto produttivo, in modo che vi si parlino diverse “lingue” della scena – un principio che dovrebbe ispirare sempre il teatro a presupposto pubblico. Si tratterebbe, a livello teorico, di non fare del tutto coincidere la visione critico-culturale della direzione con la propria poetica (la propria “storia”): ma è davvero possibile? E attraverso quali strumenti concreti ci si può riuscire? Urge un dibattito ampio e franco. Se è già discutibile che un centro di produzione sostenga unicamente il nucleo artistico che lo dirige, quando questo accade in un teatro nazionale – entità produttiva per eccellenza – diventa un problema. Per tutti questi motivi, pensiamo sia meglio considerare strette e forti relazioni con artisti nelle forme della condirezione, della consulenza artistica o dell’artista associato.

2. C’è la necessità di un ricambio generazionale, che è il grande tabù del nostro paese fortemente conservativo. Le persone si misurano anche sulle responsabilità che vengono loro assegnate e l’esperienza pregressa non può essere usata come scusa per non rischiare, per non fare scelte di innovazione. Soprattutto devono pesare anche i progetti e le idee, che spesso sono di valore se derivano dalle tessiture con i luoghi e le città, dai dialoghi con gli artisti e con le persone. Questo periodo pandemico ha mostrato chiaramente quanti danni provoca a tutti la miope scelta di emarginare intere generazioni dai luoghi decisionali, dal lavoro, dalla progettazione del futuro.

3. La questione “culturale” deve rimanere centrale nella scelta di una direzione artistica. Ma, allo stesso tempo, occorre chiedersi che tipo di cultura si intende perseguire, in quale orizzonte ideale (e ideologico?) si vuole iscrivere la propria azione. Le logiche dell’inclusione differenziale, dell’individuazione di diversi settori di mercato, dell’audience engagement e dell’audience development, del marketing culturale e delle competenze tecniche non possono bastare: rappresentano soluzioni appiallanti a problemi stratificati. Non si ricorda mai abbastanza che i grandi teatri hanno al loro interno fior di impiegati che tecnicamente sono ben attrezzati e hanno il ruolo di svolgere attentamente le loro funzioni. Se il teatro vuole essere un bene comune e non un asset, a poco serve la gestione manageriale del presente; molto urgente invece sarebbe una visione, uno slancio che imprima una direzione. “Fare cultura” significa – volenti o nolenti – esprimere una parzialità, forte e radicale.

Restiamo consapevoli che alla fine la differenza la fanno le persone e il metodo più giusto può dare ugualmente esiti pessimi, e viceversa. Ma di solito, se l’analisi è giusta e le valutazioni sono portatrici di una visione e di un progetto culturale sensato, questo non avviene. Poiché se qualcosa va storto, almeno resiste la consapevolezza che si è agito nel modo migliore, che a volte vuol dire anche più coraggioso.

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Una risposta

  1. Grazie! quando ormai dieci anni fa, scrivevamo da “impiegati” della necessità di capire il ruolo della “direzione artistica” (con la necessaria – secondo noi- separazione dalla produzione e dalla organizzazione), della urgenza su una discussione sulla etichetta della “qualità”, che doveva essere figlia di una riflessione politica di progetto e di sistema, abbiamo avuto come risposta una assordante silenzio, dei politici quanto di tanti “tecnici” di altri teatri troppo impegnati alla loro propria sopravvivenza…. abbiamo così assistito all’omicidio politico della importante rassegna “Tracce di teatro d’autore” e di quanto di buono aveva prodotto in termini di riflessione, costruzione del pubblico, educazione politica. Ci voleva una pandemia per riparlarne?

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