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Negli abissi del blu. Thinking Blind di Sblocco5  
di Ilaria Cecchinato pubblicato in Recensioni il 27 Agosto 2021 0 commenti 10 minuti di lettura
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Di fronte a una centrale nucleare nella ventosa e arida Dungeness in Inghilterra, sorge un piccolo paradiso terrestre: è il giardino attorno a Prospect Cottage, un’antica abitazione di pescatori che il regista inglese Derek Jarman acquistò nel 1986 e di cui per otto anni (fino alla morte nel ‘94) si prese cura, disegnando un insolito giardino di piante selvatiche. La sfida era di superare ogni ostacolo ambientale e contrastare la bruttezza industriale mediante un atto creativo generatore di bellezza e di vita.

È a partire da questa suggestione e dal film-testamento di Derek Jarman, Blue, che il collettivo Sblocco5 ha ideato la performance Thinking Blind, andata in scena a Bologna il 10-11 luglio all’Arena Orfeonica e il 17 luglio nell’ambito della rassegna a cura di ERT “San Francesco di Sera – questa piazza è uno spettacolo”.

Si tratta di uno spettacolo dalla struttura complessa, composto da differenti piani comunicativo-linguistici (visivo, sonoro, performativo, testuale) sapientemente intrecciati fra loro, capaci di donare un’alta poeticità alla narrazione, ulteriormente accentuata dall’intimità data dall’ascolto che avviene tramite cuffie wireless. Tale intento immersivo nasce dal confronto con la struttura di Blue, un film la cui particolarità si basa sull’assenza di visione e la predominanza dell’ascolto: per più di un’ora lo spettatore osserva un quadro monocromo della tonalità Blue Klein e viene immerso in suggestioni sonore che accompagnano la voce di Jarman mentre racconta la sua condizione di semi-cecità causata dall’AIDS (il colore predominante delle sue visioni era il blu, per l’appunto). Tuttavia, la regista di Thinking Blind Ivonne Capece (anche in scena insieme a Giulio Santolini) e la costumista e scenografa Micol Vighi, non rinunciano alla componente visiva, che nella performance si sviluppa per immagini iconiche e simbologie ispirate alle arti visive, in continuità con l’intento di confrontarsi con Jarman e omaggiare la sua creatività non solo registica ma anche pittorica. Un simile apparato visivo di figure archetipiche risulta inoltre funzionale a universalizzare la narrazione, la quale si sviluppa secondo una dialettica ben calibrata fra universale e particolare: un macro tema fa da filo conduttore drammaturgico (la perdita del paradiso terrestre da parte dell’essere umano e i tentativi di ritrovarlo dentro di sé), mentre al suo interno emergono di tanto in tanto elementi specifici tratti dalla biografia di Jarman e dalle sue opere (l’omosessualità, la condizione di marginalità sociale, le conseguenti lotte per i diritti civili, la malattia, gli atti creativi come forma di resistenza all’orrore).

La scena si apre con una figura femminile di spalle (Ivonne Capece), immobile a fondo palco nell’angolo sinistro. Ha la schiena scoperta, mentre una lunga e corposa gonna blu le copre interamente gambe e piedi. Attorno lo spazio è scarno, vuoto, freddamente illuminato da dei cilindrici led a luce fissa e bianca, che vediamo posizionati lungo i lati del palco quasi fossero faretti puntati su un quadro in un museo. Su tale plasticità, la figura inizia a parlare: la voce è amplificata, il tono profondo, il ritmo rallentato. Pare provenire da molto lontano, da un substrato ancestrale o forse da un altrove che però, in qualche modo, ci riguarda. La dilatazione ritmica e il mistero attorno a questa figura sono ulteriormente accentuati dal contenuto metaforico del monologo, una sorta di conto alla rovescia da dieci a uno, basato sulla reiterazione di una domanda («e se una bottiglia verde dovesse accidentalmente cadere?»). Lo spettatore viene così immerso in una dimensione poetica che invita ad abbandonare la comprensione sul piano razionale per lasciare agire quella intuitivo-sensoriale: sebbene il senso infatti non risulti immediatamente decodificabile, il monologo riesce a restituire la sensazione di qualcosa che si sta infrangendo, una sorta di rottura che comporterà presto un accadere ignoto. Tale intuizione si conferma nel quadro successivo, in cui la figura misteriosa abbandona la propria immobilità e inizia a muoversi sinuosamente, quasi ondeggiando: si sposta lentamente nello spazio, un altrove ricreato mediante sonorità dai toni bassi e con una forte carica immersiva data anche dall’ascolto in cuffia. Dall’ampia gonna cominciano ad apparire alcuni elementi, per lo più simbolico-metaforici di non facile interpretazione, il cui senso si svela – sebbene mai in maniera esplicita – nel corso dell’azione performativa. Fra questi oggetti simbolici, spunta una piramide d’arance che resterà in scena sul lato sinistro del palco per tutta la durata della performance. La scelta – rivelano Ivonne e Micol – non è soltanto legata all’estetica cromatica dell’abbinamento del blu del costume con l’arancione dei frutti, ma anche soprattutto ad alcune ricerche bibliografiche e iconografiche (condotte con la mediazione e i preziosi suggerimenti di Walter Valeri) secondo le quali l’arancia nella tradizione è simbolo della purezza e della bellezza della natura. Quei frutti in scena, dunque, rimandano alla natura selvaggia e incontaminata, al paradiso terrestre.


Una volta scoperta la piramide d’arance, si comincia a intravvedere anche un essere (Giulio Santolini) muoversi sotto la gonna: si vedono i piedi, le gambe, l’abbozzo di una mano. È una fisicità incompleta, ancora tutt’uno col corpo da cui si sta formando. Si aggira per lo spazio insieme alla figura di spalle, muovendosi quasi fosse sott’acqua. L’immagine complessiva si trasforma, apparendo come un grande e sconosciuto animale marino, forse un mostro, forse una divinità. A un certo punto la strana creatura si ferma, mentre l’essere incorporeo ricomincia a muoversi indipendentemente, allungando le proprie membra, giocando con un’arancia. A poco a poco sempre più parti del suo corpo si manifestano, fino a che l’intera fisicità fuoriesce dalla figura di spalle che ormai si svela essere Natura, la Madre Terra. La nuova creatura prende lentamente forma, si rannicchia per infine alzarsi in piedi: è semplicemente un essere umano. Come di consueto, l’atto generatore della crisi del rapporto uomo-natura avviene con il furto di uno dei frutti dell’Eden, in questo caso un ananas. Esso è un evidente richiamo alla mela della tradizione cristiana, la cui sostituzione con il frutto esotico non si limita a contribuire alla dimensione poetica ed estetica della performance, ma rimanda alla scoperta di Sblocco5 di una memoria ancora più arcaica in cui il vero frutto proibito sarebbe stato proprio un ananas. Da questo momento – e dopo aver deturpato simbolicamente il paradiso attraverso l’atto di sventrare e sbranare una delle arance – la parabola prende avvio attraverso la gestualità, il movimento performato e ulteriori simbologie. La narrazione principale va a intrecciarsi con i monologhi della Madre che procedono paratattici per quadri giustapposti “di vari colori”: verde, bianco, giallo e blu, sono tinte che non vediamo ma sentiamo, si manifestano attraverso la parola poetica e vanno a scandire le varie fasi del percorso di vita dell’essere umano, dall’armonia con la natura, alla perdita della purezza, fino alla contaminazione, la malattia e la morte.

A risuonare familiare nello spettatore non è solo la narrazione di una parabola culturalmente condivisa, ma anche alcuni temi particolari che – sebbene presi specificamente dalla biografia di Jarman – parlano al e del nostro tempo, quasi fossero urgenti inviti alla riflessione sul presente. L’essere umano che come cieco deturpa l’ambiente in cui vive e si ritrova a infettarsi con l’inquinamento da lui stesso provocato, non può che riportarci al contingente, di certo alla pandemia da Covid-19, ma anche ai disastri ambientali e ai preoccupanti cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo. È evidente che quelle macchie blu che a un certo punto vediamo comparire sul corpo dell’essere umano, sono gli ematomi di Jarman provocati dall’AIDS; eppure ormai per lo spettatore è inevitabile generalizzare la questione e sentirla propria. «Quello che questa performance racconta» spiega infatti la regista «è ciò che anche la pandemia ha messo in luce, ovvero l’incapacità dell’uomo di percepirsi come parte di un ambiente organico. Ma un virus che viaggia attraverso i canali aerei» continua Ivonne «ci svela che siamo immersi in un mare. Non esiste qualcosa che è fuori di noi e qualcosa che è dentro di noi: l’aria, se è contaminata, contamina il nostro corpo e il nostro interno, e questo è valido sia a livello fisico che ideologico. L’inquinamento delle idee, del pensiero, delle abitudini, sono un’incapacità di vedere il mare in cui viviamo».
È in questi termini che si va infatti a evolvere la performance, in un crescendo di tensione e violenza verbali e sonore, fino a una quiete che altro non è che una presa di coscienza da parte dell’essere umano, un riaprire gli occhi sul disastro quando ormai è troppo tardi. L’immagine finale è esemplificativa in tal senso e rende esplicito l’invito a pensarsi come parte di un tutto, a credere ancora nella possibilità di ricostruire il paradiso perduto perché, in fondo, quel giardino siamo noi. Lo vediamo infatti quell’uomo – a testa in giù, col volto e le braccia coperti da una gonna blu simile a quella della Madre e le gambe in aria – trasformarsi in una forma di vita dalle sembianze botaniche, un arbusto, un albero, qualcosa che sarebbe pronto a sbocciare ma che forse, senza un cambiamento, non può far altro che macchiarsi, contaminarsi, contaminare, scomparire.

Thinking Blind è dunque una performance che mette sapientemente in campo non solo molti registri linguistici, ma anche molteplici elementi sul piano contenutistico, dal tema ambientale, alla malattia, all’essere umano in relazione alla natura e alla coscienza della propria incidenza sul mondo. Il tutto viene veicolato attraverso una narrazione che mescola universale e particolare, chiedendo allo spettatore di abbandonare le redini della ragione per un coinvolgimento sensoriale e una comprensione più istintuale, al fine di percepirla davvero quella scossa del pericolo che avanza e che sta lì a dirci «Ascolta! Senti! Apri gli occhi, ora, prima che sia troppo tardi!». Thinking Blind allora si svela essere un titolo a due declinazioni: è la denuncia di una condizione (la cecità dell’uomo nei confronti del proprio agire e del disastro imminente), ma anche l’esortazione a chiudere gli occhi per dare spazio ad altri sensi e accedere a una dimensione visiva alternativa, quella del buio in cui tutto è da ricostruire. Ecco allora che il blu, con la sua profondità, si fa invito ad abitare con coraggio gli abissi dell’immaginazione; un atto di resistenza alla decadenza e all’orrore per (ri)costruire – come fece Jarman – il giardino perduto dentro di sé e quantomeno tentare di renderlo concreto nel proprio agire sulla terra.

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