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(foto di Pinelopi Gerasimou)
(foto di Pinelopi Gerasimou)

“My Fierce Ignorant Step”. Il coraggio semplice del corpo collettivo

di Francesca Oddone

Portare in scena materiali dell’infanzia e dell’adolescenza: spogliarsi della complessità e tornare all’essenza.

Ritrovo in My Fierce Ignorant Step (2025) qualcosa che avevo già percepito in Mycelium (2023), presentato anch’esso alla Maison de la Danse di Lione: una scrittura capace di far emergere l’individuo proprio nel momento in cui sembra dissolverlo nel gruppo. Con questa nuova creazione, il coreografo greco Christos Papadopoulos prosegue la sua ricerca sul rapporto tra individualità e corpo collettivo.

È una ricerca che si manifesta innanzitutto nella composizione della scena. Anche in questo caso lo spazio è spoglio: sul fondale, un telo richiama la superficie grezza di un enorme muro di cemento. Dieci danzatori entrano sul palco senza musica, rivolti verso il pubblico e condividendo lo spazio senza ancora stabilire alcuna relazione gli uni con gli altri. Alcuni schiocchi accompagnano i primi movimenti: impulsi minimi del capo, articolazioni delle spalle e dei fianchi. I passi sono semplici, essenziali. Anche i costumi (Maria Panourgia), nei toni del grigio e del blu pavone, mantengono una linea minimale.

La struttura procede per accumulo. La traccia sonora si costruisce a partire da tocchi secchi, dapprima discreti e caldi, poi sempre più marcati, mentre il gesto coinvolge progressivamente il busto e le altre parti del corpo, ampliandosi e intensificandosi fino a integrare piccoli salti. Anche la musica di Kornilios Selamsis si arricchisce per stratificazioni successive: emergono suoni che evocano forse onde del mare, tasti di pianoforte, rintocchi di campane. Il passo rimane il vero materiale generatore della coreografia, una pulsazione regolare attorno alla quale i corpi si organizzano in formazioni morbide, che si dilatano e si ricompongono nello spazio quasi fossero essi stessi elementi della partitura musicale.

A un certo punto l’energia cambia. Il capo, che all’inizio compie piccoli movimenti quasi meccanici, comincia a disegnare rotazioni più ampie e angolari, mentre la camminata acquista una pulsazione più netta. Ogni gesto sembra legarsi a quello degli altri, in un flusso continuo in cui il movimento non conosce sospensione, ma viene anzi incanalato verso combinazioni più complesse. Rispetto a Mycelium, la dinamica appare meno estrema, ma conserva quella stessa attenzione alla trasformazione e alla continuità del gesto. Ed è la ricerca di un terreno comune che spinge i danzatori a esplorare lo spazio attraverso traiettorie geometriche, senza affidarsi ad alcuna narrazione.

(foto di Pinelopi Gerasimou)

Anche la relazione tra i corpi si modifica. Gli sguardi cominciano a percorrere gli altri interpreti in scena, mentre la respirazione, amplificata dai microfoni ad archetto, rende sempre più percepibile la presenza fisica dei danzatori. E l’unisono, pur rimanendo una componente fondamentale della scrittura, non coincide mai con un’uniformità assoluta: piccole variazioni di ritmo, di estensione o di qualità del gesto fanno emergere le singole presenze all’interno del corpo collettivo, in un crescendo di interazioni e di leggerezza.

Questa dinamica si estende alla dimensione sonora e luminosa della scena. La luce, inizialmente scarna e uniforme, si fa progressivamente più incisiva, fino a irrompere in lampi. La traccia di Selamsis si addensa a sua volta: ai tocchi legnosi dell’introduzione si sovrappongono nuovi timbri e percussioni più metalliche. Suono, luce e movimento finiscono così per condividere una stessa palpitazione, alimentando l’attesa di qualcosa che sta per accadere.

Ed è qui che prende forma il passo feroce e ignorante del titolo: il passo energico del gruppo, che nello stomping richiama il passo calcato della tradizione popolare e può fare affiorare memorie o associazioni inattese — i talloni che si incrociano, i saltelli di una giga, la compattezza di una haka māori, l’eco di una memoria musicale legata all’universo di Mikis Theodorakis.

Si avvertono intanto lontani scoppi di tuono e la tensione cresce, come se un’esplosione o un disvelamento potessero sorprendere la sala. Nel finale, la luce si accende in lampi, la danza si fa più libera, e due interpreti finiscono persino per prendersi per mano. Rimbalzi, slanci e gesti sempre più fisici attraversano uno spazio che sembra organizzarsi nel cuore del caos. In questo spazio essenziale, preservato, semplice e quasi naïf, si ritrova quella dimensione protetta evocata da Papadopoulos: un luogo in cui può riaffiorare la sicurezza un po’ arrogante e non addomesticata della giovinezza. E con essa, forse, il coraggio di credere ancora in un mondo migliore.

di Francesca Oddone, visto il 24 settembre 2026
L’articolo è disponibile in lingua francese su Du 6ème Art

L'autore

  • Francesca Oddone

    Esperta in didattica della traduzione, ha sviluppato un percorso di ricerca nelle Digital Humanities e si dedica alla scrittura sulla danza e sul teatro. Vive a Lione, dove cura Du 6ème Art e collabora con L’Oca, Persinsala e Altre Velocità.

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