Questo articolo nasce all’interno del Laboratorio gratuito di giornalismo culturale e critica teatrale, organizzato da Altre Velocità, per la 22esima edizione del festival Ipercorpo, dal 23 al 27 settembre 2026.
Trovi tutti i contenuti raccolti nello Speciale Ipercorpo 2026
L’arte contemporanea appare spesso ostica, chiusa in un cerchio fatto di artisti, galleristi e curatori. Eppure basta cambiare contesto per portarla a mettersi in discussione: a Ipercorpo l’arte è messa in condizione con le arti sceniche e la musica. Abbiamo chiesto a Davide Ferri, curatore della sezione arte del festival e direttore di Arte Fiera, come riesce a far convivere questi due mondi superando eventuali resistenze reciproche.
Ipercorpo è in origine un festival di arti sceniche. Da cosa nasce l’idea di inserire anche una sezione di arte figurativa?
Questo festival è la mia prima e unica esperienza di contaminazione fra teatro e arti visive. È una relazione lunga: siamo arrivati più o meno alla quindicesima edizione della sezione arte, quindi pochi anni dopo la nascita del festival. Ipercorpo non nasce dall’intenzione di fare un evento multidisciplinare, ma c’è stato un vero incontro tra due pratiche diverse. L’arte è entrata in modo naturale.
Durante la prima giornata di festival c’è stato un momento dedicato alle opere della collezione Verzocchi, un imprenditore e committente d’arte. Com’è cambiata questa figura? Chi sono oggi, se ci sono, i committenti d’arte?
Il valore di un’opera viene stabilito da una comunità che si raccoglie intorno a un oggetto e stabilisce che quell’oggetto ha un valore economico, ossia che c’è qualcuno che ritiene indispensabile avere quell’oggetto per sè ed è disposto a pagare per averlo.
Questo genera due tipi di interesse: quello del collezionista, che quindi crea quel desiderio di avere un oggetto d’arte per sé; l’altro è quello del committente, meno specifico dell’arte contemporanea.
Oggi i committenti sono enti pubblici, privati, grandi industriali… Soggetti che in base a un progetto chiedono agli artisti di aderire a una visione e di costruire qualcosa a partire da una sollecitazione molto forte. Quindi esistono ancora: penso ad aziende come Prada, che ha sviluppato un grande spazio espositivo diventato poi una fondazione all’interno della quale vengono prodotte opere d’arte. O ancora Furla, oggi spesso la moda contamina l’arte e viceversa. O ad esempio Mutina, una ditta che produce ceramiche e che intercetta designer e artisti.
Forse oggi la committenza ha un lato, apparentemente, meno sentimentale e identitario rispetto a come fosse per Verzocchi. Se si tratta di aziende committenti, ovviamente, rientrano anche strategie di comunicazione, marketing, capacità di intercettare un pubblico per l’arte. Per cui la committenza esiste, in altre forme naturalmente, ma esiste in maniera prepotente e potente.



All’incontro tra imprenditori e artisti si è parlato molto anche della commercializzazione dell’arte. È un argomento che a volte, forse romanticamente, si affronta poco. Si è detto che i centri in cui Lei si è formato e in cui si sono formati diversi artisti di generazioni passate ora sono meno rilevanti. Come è cambiata la geografia del mercato?
È cambiata molto. Ogni epoca storica ha spostato i vari centri del mercato. L’ultimo grande cambiamento che ha vissuto l’arte contemporanea è quello che ha spostato il baricentro da Parigi, città fondamentale nell’800 in poi, a New York perché la società statunitense spingeva per avere un’arte autenticamente statunitense. New York era l’approdo di tutto. Un ruolo fondamentale l’ha giocato anche Londra, soprattutto a cavallo fra gli anni Novanta e gli anni Duemila. Comunque l’asse era quello anglo-americano.
Le gallerie di queste metropoli sono ancora molto importanti, però è chiaro che il mondo, nell’ultimo decennio in maniera prepotente, innegabile e destabilizzante, ha visto uno spostamento da Occidente verso Oriente e verso altre geografie. Oggi forse per un artista è quasi più interessante andare a San Paolo, oppure a Pechino. Lì c’è qualcosa di completamente nuovo che destabilizza la mia generazione perché sono luoghi che non abbiamo mai frequentato. C’è un nuovo modo di guardare retrospettivamente la storia dell’arte facendo emergere realtà che sono state escluse per tanti anni dalla narrazione ufficiale e che adesso hanno portato a un rimescolamento molto forte.
In più siamo di fronte a una crisi della società occidentale e questo fa sì che dobbiamo per forza cambiare il modo che abbiamo di frequentare questa parte del mondo, dobbiamo capire cosa sta succedendo all’arte occidentale in questa fase di crisi e di affanno. Dalle crisi sono sempre germogliate trasformazioni molto importanti.
Sempre durante l’incontro ha affrontato il tema della crisi della borghesia. Cosa si intende per crisi della borghesia e come un tale fenomeno sta influenzando il mondo dell’arte?
I musei nascono a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento come luoghi di intrattenimento per la nuova classe borghese che voleva riconoscersi ed educarsi. Il collezionismo e la committenza sono stati più forti quando la borghesia colta, aggiornata, che viveva nei grandi centri, riconosceva e formava la propria identità in certi oggetti d’arte e di design. C’è una crisi della borghesia perché la distanza fra ricchi e poveri è aumentata tantissimo e la classe sociale medio-alta è quasi scomparsa. Inoltre, i figli della nuova borghesia non condividono i valori dei padri per cui oggi abbiamo soltanto collezionisti anziani e la pratica non si è rinnovata. Avere una comunità che si riconosce in certi valori culturali è fondamentale per l’arte, per il design ma anche per il teatro e per tutte le discipline artistiche, perché hanno bisogno di respirare in termini economici.
Infatti anche il teatro ha una forte storia di committenza, però una committenza che potremmo definire di stampo sociale e che oggi è in fase di ridefinizione. C’è una committenza dal basso nell’arte contemporanea?
Non c’è. Purtroppo il problema dell’arte contemporanea è proprio che non c’è richiesta dal basso ed è un mondo purtroppo autoreferenziale. È un ambiente di addetti ai lavori: sostanzialmente ci sono gli artisti, i curatori, i galleristi e i collezionisti. Tutto avviene all’interno di una cerchia e questo è uno dei rinnovamenti che devono avvenire nel piano di insieme dell’arte.
Dal basso arrivano solamente – ed è bello affrontarli – ironia e divertimento, magari anche curiosità e inibizione. L’arte contemporanea il problema dell’alto e del basso l’ha affrontato: ha indicato per prima che sono vicinissimi. La pop art, ad esempio, si basa su questa vicinanza: Warhol si è appropriato dell’immaginario del consumatore, voleva farci vedere come funziona questo immaginario. Per cui l’arte contemporanea di per sé ha cercato di avvicinare alto e basso. Forse Il problema è che non siamo stati bravi noi e non siamo ancora bravi a raccontarci al largo pubblico.
In che modo un festival come Ipercorpo si inserisce in questo contesto?
Il festival mi pone proprio questo problema. L’attività discorsiva in questo festival è molto importante: non veniamo qui soltanto per vedere le opere, le persone vengono accompagnate di fronte alle opere. Guardiamo i lavori degli artisti e poi c’è un momento in cui ci sediamo e parliamo di quello che abbiamo visto.
È un ottimo esercizio, mi obbliga a non dare per scontate delle cose, non essendo questo un luogo dove vengono addetti ai lavori dell’arte, ma vengono pubblici diversi: quelli della musica, del teatro, quelli che vengono qui per bersi una birra e che magari dicono “Andiamo a vedere cosa stanno facendo dentro”. La commistione di pubblici che avviene dentro il festival mi spinge a trovare e a cercare delle parole diverse. È una cosa che quando siamo nella nostra galleria e presentiamo le mostre non facciamo.
I teatranti hanno sempre attinto a piene mani dall’arte, in maniera quasi spudorata, però poi può capitare che permangano forme di leggero snobismo di fronte all’opera contemporanea, che vive al di fuori ormai di un tipo di bellezza che ancora nell’arte scenica viene conservata – penso a certi virtuosismi ed eleganze tipiche del teatro. Esistono, insomma, diverse piccole “resistenze” che è in fin dei conti divertente incontrare quando i due mondi si sovrappongono, come succede a Ipercorpo.
(con contributi di Agnese Zoppelli)


