altrevelocita-logo-nero
(foto di Guillaume Belvèze)
(foto di Guillaume Belvèze)

“La demande d’asile”, memoria individuale di fronte al potere amministrativo

di Francesca Oddone

Fucsia, rosso, verde acido, giallo, blu. Come i tendaggi di un teatrino di marionette, due grandi teli colorati, sostenuti da una struttura di legno, occupano lo spazio della Verrière alle Subsistances, dove viene ospitata la creazione di Nicolas Barry, programmata per questa stagione dalla Maison de la danse. Una scenografia minimale, pensata per adattarsi al plateau, ai luoghi non teatrali e persino allo spazio pubblico, che fin dall’inizio introduce una nota di straniamento.

Barry è un artista che attraversa i territori della danza e del teatro, intrecciando nelle sue creazioni scrittura, corpo, parola e performance. La Demande d’asile è il secondo capitolo del ciclo Le Rêve de la vie humaine, avviato nel 2023 con Le Rêve de voler. Il carattere ibrido del suo linguaggio si manifesta fin dalle prime battute. Non c’è un’introduzione narrativa tradizionale: il dispositivo è immediatamente in funzione. Le due interpreti sono già dentro la logica del colloquio: una domanda, una risposta. Poi un’altra domanda, un’altra risposta, con una regolarità meccanica, mentre qualcosa, nel corpo, sembra dissociarsi.

La sensazione di straniamento nasce dallo scarto che si produce fra le parole e ciò che accade fisicamente. Le due interpreti seguono due partiture distinte, una testuale e una coreografica, che avanzano contemporaneamente senza mai coincidere del tutto. Il movimento non illustra il testo: gli fa da contrappunto, lo contraddice, talvolta sembra persino resistergli.

Non si tratta, del resto, di un dialogo qualsiasi, ma della riproduzione scenica di un colloquio presso l’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides), l’organismo francese incaricato di esaminare le domande di protezione internazionale. La richiedente asilo viene convocata da un ufficiale di protezione e deve raccontare, precisare e approfondire la propria storia: le ragioni della fuga, gli eventi vissuti, le eventuali persecuzioni o minacce subite, i motivi per cui teme di tornare nel proprio Paese. Una procedura amministrativa fondata sulla necessità di ricostruire con precisione una vicenda personale, spesso segnata dalla violenza e dal trauma.

Barry trasforma questo spazio amministrativo in un dispositivo performativo, in cui l’interrogatorio viene tradotto nei corpi. La ripetizione delle domande trova un corrispettivo nella ripetizione dei gesti; l’insistenza dell’interrogatore diventa accumulazione fisica; la necessità di ricordare, specificare, scavare nella propria storia si converte in uno sforzo quasi atletico: gambe lanciate verso l’alto fino a sfiorare le orecchie, salti, estensioni, sbilanciamenti e improvvise riprese dell’equilibrio. La parola continua a procedere con la sua apparente precisione, mentre il corpo sembra spinto verso l’eccesso e come sottoposto a una prova di resistenza.

(foto di Guillaume Belvèze)

L’assurdità che ne deriva introduce una dimensione grottesca: la condizione di pressione non viene semplicemente rappresentata o mimata, ma resa percepibile attraverso la fatica, l’eccesso, la perdita progressiva di controllo, la deformazione del gesto. La specificità del linguaggio scenico di Barry si costruisce così attraverso l’accumulazione e la disarticolazione fra parola e gesto.

La richiedente asilo non è dunque chiamata soltanto a ricordare: deve performare il proprio ricordo. Le sue parole rivelano che si è preparata al colloquio, che ha ripetuto più volte il proprio racconto per poterlo ricostruire nella forma richiesta dall’amministrazione. Ma al tempo stesso emerge la sua resistenza alle domande che scavano nell’intimità, nella storia personale e familiare, in una memoria quasi sempre dolorosa. La procedura chiede di tornare sui dettagli. Come se, entrando sempre più a fondo nel racconto, finissero per perquisire il corpo stesso.

«J’ai mal et j’ai peur de mourir» [Sto male e ho paura di morire]. La frase, semplice e terribile, porta la sofferenza fuori dalla dimensione del racconto e la inscrive direttamente nel corpo. Di fronte a un funzionario che si rapporta con la richiedente asilo con sospetto, come se – cito – non avesse orecchie, viso, né occhi, come se la sua lingua fosse sporca, lo spettatore partecipa del sentimento di impotenza di una persona straniera che deve riuscire, in pochi minuti e tra i muri angusti di un ufficio, a dimostrare, cioè a documentare, la propria situazione familiare, la propria istruzione, il proprio orientamento sessuale, le persecuzioni subite, le proprie motivazioni, le proprie paure, fino a trasformare l’esperienza di una vita in un racconto sufficientemente coerente e credibile da poter essere ascoltato e riconosciuto dall’amministrazione, e tradursi infine nell’attribuzione di uno status giuridico.

Quando l’apparato discorsivo dello spettacolo deborda e il colloquio trascina la richiedente in disquisizioni sull’amore e sulla letteratura di Racine, il corpo perde progressivamente il controllo, fino a sfiorare il cortocircuito. A quel punto, quando la richiedente afferma: «Je vais brûler cette pièce en la quittant» [Brucerò questa stanza appena esco da qui], la frase apre a un’altra dimensione. Non sembra una minaccia, ma il desiderio di liberarsi di uno spazio diventato insopportabile, di cancellare le tracce di ciò che vi è stato depositato. Come se, per poter uscire da quella stanza, fosse necessario bruciare insieme il dolore, l’offesa, la vessazione, la pressione e il ricordo dell’umiliazione.

Nel finale, la commozione del pubblico è intensa. La scrittura di Barry ha messo in relazione un testo drammatico con una scrittura altamente fisica, mentre il disegno sonoro di Martin Poncet contribuisce a sostenere la drammaturgia. Anche le voci delle due interpreti sembrano perdere la loro funzione dialogica per diventare esse stesse materia sonora, un’impronta acustica che resta nell’aria quando la logica serrata del domanda-risposta si è ormai spezzata. Il duo composto da Sophie Billon e Nangaline Gomis sa porgere questa materia fisica e verbale con una delicatezza capace, al tempo stesso, di coinvolgere e mettere a disagio. Rialzandosi dalle panche mobili disposte nello spazio aperto della Verrière, lo spettatore appare stanco, quasi esausto: per poco meno di un’ora ha condiviso una dissincronia implacabile, nella tensione di un corpo costretto a fare i conti con il linguaggio.

di Francesca Oddone, visto il 18 settembre 2026
L’articolo è disponibile in lingua francese su Du 6ème Art

L'autore

  • Francesca Oddone

    Esperta in didattica della traduzione, ha sviluppato un percorso di ricerca nelle Digital Humanities e si dedica alla scrittura sulla danza e sul teatro. Vive a Lione, dove cura Du 6ème Art e collabora con L’Oca, Persinsala e Altre Velocità.

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.