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Miti di sottofondo. Il Filottete dimenticato di Teatro dei Borgia
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 30 Giugno 2022 0 commenti 4 minuti di lettura
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L’attore è un eroe? Il termine è di certo altisonante, e non può che sembrare esagerato. Ma se a ogni eroe si accompagna un dramma – talvolta anche un dramma nient’affatto epico, magari sottile o “meschino” – così è per l’attore (o per meglio dire la recitazione), che è sempre portatore di una sfida e, conseguentemente, della possibilità del fallimento, di una caduta. Filottete abbandonato e tradito ai margini della storia, per esempio, con la puzza della sua ferita. Filottete il cui dramma non consiste tanto nell’isolamento quanto nell’impossibilità di comunicare all’esterno, di rappresentare qualcosa per i suoi compagni, per il resto del mondo.

È un dramma, quindi, in tutto e per tutto simile a quello di un attore senza pubblico e fuori dal palco. Vi insiste, con un meccanismo forse prevedibile ma ben congegnato, la riscrittura Filottete dimenticato di Fabrizio Sinisi con regia di Gianpiero Alighiero Borgia, che vede in scena Daniele Nuccetelli: si sovrappongono, infatti, le vicende della tragedia sofoclea a quelle di un attore affetto dalla demenza da corpi di Lewy (una malattia degenerativa che provoca diverse allucinazioni, non solo sensoriali, e progressiva perdita di senso della realtà) e ospite da tempo di una casa di cura. A fargli compagnia ci sono una sedia, un pesce rosso in una bolla e un televisore sempre acceso di sottofondo. L’interno della stanza di una Rsa è dunque reso con una scarna giustapposizione di oggetti ma, nella messa in scena al festival FuMe di Cesena, è allo stesso tempo distorto e amplificato dall’architettura religiosa dell’ex-chiesa del Santo Spirito (dove ha luogo lo spettacolo), in un’unione di sacro e prosaico, di mito e (allusione al) rito.

Non si tratta allora di una riscrittura né tantomeno di un tentativo di rendere attuale il testo di Sofocle, ma – come recita appunto il nome della trilogia di cui è parte (assieme a Medea per strada e Eracle, l’invisibile) – di una trasposizione. Il mito (e per “mito” si intenda qui il dramma specifico di cui è portatore ogni personaggio dell’epica, dramma che per Filotette viene individuato da Sinisi nell’abbandono), cioè, viene come “incastonato” dentro una situazione del nostro tempo, rimane un’eco su cui provare a “far rimbalzare” il presente. Anzi, proprio come il flusso ininterrotto del televisore sul palco (fra serie, pubblicità e telegiornali a basso volume), rappresenta infine un rumore di fondo, un alveo soffuso, che insieme indirizza e dis-orienta lo svolgimento dello spettacolo. Lo retroillumina, diventandogli a tutti gli effetti e “alla lettera” con-temporaneo, ma infondendo ciò che avviene in scena di un senso nuovo e di una tragicità più assoluta.

Eppure, mano a mano che il meccanismo compositivo si svela e si rende più chiaro, è come se ci fosse anche un disinnesco. La sovrapposizione di mito e dramma del reale, di epica e ricerca sociale (visto anche il portato “documentario” di Filottete dimenticato, la cui preparazione si è nutrita di sessioni in strutture di cura a stretto contatto con persone affette da demenza dei corpi di Lewy) viene ora svolta in forma di semplice allusione, di “cornice narrativa”, ora intervallando il testo originario (in tutto e per tutto naturalistico e influenzato anche da un certo immaginario “pop”) con i versi di Sofocle. La recitazione di Nuccetelli sembra tesa e costantemente “in bilico”: asciutta e attenta a non scadere in eccessi macchiettistici e caricaturali, provando dunque a trovare un equilibrio fra l’evocazione dell’epica e il radicamento nel presente, ma infine incarnandosi quasi completamente nel “personaggio” a noi più prossimo, in una figura (quella di un anziano attore ricoverato in casa di cura, appunto) i cui tratti e le cui movenze ci appaiono note e riconoscibili, per quanto ai margini delle nostre società. Rischiamo forse di dimenticare anche noi Filottete, in una “caduta” della visione che assume il sapore del monito.

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