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(foto di Andrea Macchia)
(foto di Andrea Macchia)

La potenza di un gesto privato. “Op. 22 N. 2” di Alessandro Sciarroni con Marta Ciappina

di Anita Fontana

Op. 22 N. 2 (Il cigno di Tuonela) per la prima metà dello spettacolo suona solo per Marta Ciappina, interprete su cui Alessandro Sciarroni cuce la coreografia. Il poema sinfonico di Sibelius si diffonde negli auricolari della danzatrice, mentre a noi – arriva solo il suono secco del suo tacco, che scandisce la performance.

I gesti uniscono una controllata consapevolezza a una grazia leggera, quasi di bambina. All’inizio Ciappina sembra sola, come se danzasse nella sua stanza o in una sala prove – il pavimento di legno chiaro e le pareti bianche del Padiglione d’Arte Contemporanea a Milano assomigliano a quelli di molte scuole di danza – o ancora dietro le quinte di un teatro. Il pubblico c’è, ma per la prima parte dello spettacolo non sembra essere il destinatario, anzi è un corollario con cui Marta non interagisce, che la guarda danzare in un momento privato, mentre lei non può vederlo.

Poi Ciappina getta le cuffiette, scende la rampa che sta dietro all’unica fila di spettatori, seduti sul muretto che divide in due la sala del PAC, e sposta la scena sotto di loro. Il pubblico è costretto a voltarsi o alzarsi in piedi per seguirla. È il contrario di quanto avviene a teatro: la performer sotto il livello della platea disegna un’interazione speciale con lo spazio, che è l’elemento più precipuo e coreograficamente trainante dello spettacolo. Solo a questo punto il sipario si apre davvero, Il cigno di Tuonela risuona per tutta la sala e Ciappina danza davanti a qualcuno, padrona di interrompere e riattaccare la musica con un energico gesto della mano.

(foto di Andrea Macchia)

Marta però rimane distante dal pubblico che la osserva danzare, non incontra mai il suo sguardo, ma è dentro allo spazio, che contestualmente viene abitato dal pubblico. Ciappina danza facendo vibrare il velo invisibile che la separa da esso. Allo stesso modo l’ascolto privato negli auricolari e quello condiviso nella sala, in cui prorompe la grandiosità del poema sinfonico di Sibelius, dividono lo spettacolo in due registri, che si rispecchiano nel contrasto degli indumenti della danzatrice. Il rosa accesso della camicia, con frecce blu ricamate, le stesse che Ciappina scocca in aria durante la coreografia, riflettono la forza della sua danza, che si accorda con la potenza della musica del compositore finlandese. La gonna a scacchi marroni sotto al ginocchio, con le scarpe dal tacchetto basso, sembrano invece appartenere a un’altra epoca, la radicano al suolo, impediscono lo slancio. Sul finire della performance, sale sul muretto che costeggia la pedana e vi cammina prima titubante. Come una bambina sembra dare la mano a qualcuno nel vuoto. Quando si volta verso l’uscita è invece sicura e ferma, procede spedita verso la fine dello spettacolo.

La performance nel programma di FOG Festival è una ricerca di sequenze precise, la coreografia sembra esistere nella mente della protagonista, oppone resistenza alla condivisione con il pubblico, che pure vi rimane legato. È una danza mentale più che fisica, per quanto il corpo la interpreti con sforzo e decisione, rimane privata, quasi biografica.

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