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Tutto di fronte al cuore. Mamma di Ruccello secondo Danilo Giuva
di Lorenzo Donati pubblicato in Recensioni il 12 Dicembre 2018 0 commenti 3 minuti di lettura
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Alla fine del primo dei quattro brevi monologhi che compongono Mamma, Danilo Giuva fa comparire un fondale con un cuore disegnato nero su bianco. Non pulsa quel cuore stilizzato, lo illuminano le luci di scena, un’immagine che s’imprime sugli eventi che verranno. C’è un enigma celato in questa scelta dell’attore, qui alla sua prima prova registica e autoriale attorno al testo di Annibale Ruccello. Un cuore non da interpretare ma da prendere alla lettera: il motore che tutto muove, una sorta di fiducia nel sentire nonostante i fatti parlino di solitudine e violenza. Un cuore come un segno d’autore nell’approssimarsi al testo di un maestro senza interpretarlo, come il manifesto di un atto d’amore. Mamma ha vinto il primo premio al festival Troia Teatro, noi lo abbiamo visto ai Teatri della Cupa a Novoli.

S’inizia così, amando. Giuva sta in una scena occupata da una sola sedia e dal secondo quadro indossa un corpetto di simil-gesso che gli trasforma il ventre in una pancia gravida. Fermo sul posto, le sue braccia si muovono flettendosi e curvandosi. Nel primo racconto il reale traluce nel dettato fiabesco: una figlia si fa convincere a uccidere la madre, poi sembra redimersi e ne viene infine ripagata sposando un principe incontrato prima sotto le sembianze di un serpente. Sta in scena sfrontato e ci guarda, Giuva. La Maria del secondo quadro fuma e si crede la Madonna, glie l’ha annunciato in sogno lo Spirito Santo, ma è anche un’internata in un manicomio dove nulla è come sembra e le sorelle-infermiere potrebbero essere pazze in costume, un mondo “en travestie” dove tragedia e farsa si sfiorano e compenetrano, come scrive Dario Tomasello in La drammaturgia italiana contemporanea: da Pirandello al futuro. Dei filamenti elettronici si sciolgono in raffiche per corredare la voce dell’attore, ora fonda ora sottile secondo la consistenza di personaggi che parlano la lingua foggiana originaria di Giuva, per l’occasione anche traduttore del testo. Il terzo quadro è una lunga telefonata di jenniferiana memoria: il solco del reale qui entra nei lacerti di storie di famiglia che non si fanno in tempo a raccontare, perché il ménage domestico, la cura dei figli, minaccia di far saltare ogni comunicazione (dunque il tessuto stesso del dramma); il finale è abilmente lasciato a quello che nel testo era il terzo episodio (Il mal di denti, ovvero madre e figlia), l’invettiva di una madre che scopre la prematura gravidanza di sua figlia con epilogo di irredimibile ferocia. Il telone del cuore cade.

Eppure è al cuore che si torna. A quel sentimento che nonostante tutto guida l’agire di questi personaggi in miniatura, il loro muoversi ciechi nei paraggi del tragico. Nella scrittura di Ruccello è spesso l’assenza dell’altro, un amore a cui manca la controparte, a guastare il terreno che calpestano i personaggi. Per esempio non c’è nessun compagno o padre possibile a intavolare un dialogo con le madri, donne sempre fuori dai bordi, nevroticamente obbligate a fare tutto da sole. Ed è questo il terreno che illumina il lavoro di Giuva, anche nella scelta di instaurare per la prima volta un suo dialogo in una scena tutta sua, grazie a un percorso maturo dentro e al fianco di una compagnia (Licia Lanera) che negli anni ha saputo creare immaginario riuscendo a “far nascere” il teatro, un fatto rarissimo oggi in Italia.

 

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