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L’oscuro e la vita. Le diverse forme della danza di Aterballetto

di Altre Velocità

L’eco dell’acqua e Bliss, recenti produzioni di Philippe Kratz e Johan Inger, che danno l’idea di come la danza contemporanea sia variegata e poliforme. L’eco dell’ acqua Enigmatico, oscuro, morbido e fiabesco. Siamo nell’ acqua, in una sorta di profondo marino, abitato da pesci e strani animali mitologici. Tutto si crea tutto si distrugge. I gesti e i movimenti dei danzatori si susseguono fluidi, liquidi per l’appunto, quasi impalpabili, seppur si abbia l’impressione di una materialità di qualche tipo: misteriosa. Prima una donna dal lungo abito bianco di schiena percorre la scena dal proscenio al fondo, poi scompare. In fondo una lunga stoffa nera cade dall’alto verso terra, è l’unico elemento scenico. Un elemento che è simbolo di un’ oscurità marina pesante, che a tratti accoglie e a tratti divora i danzatori. Le coreografie del giovane Philippe Kratz non giocano nel definire ruoli né priorità. Tutti i danzatori appaiono quasi indistintamente come esseri simili che interagiscono a due o in gruppo. C’è una strana oscurità in questo fondale impalpabile, ma bello, da cui all’ improvviso provengono dei versi di Goethe: «L’anima dell’ uomo / è simile all’acqua / viene del cielo / risale al cielo / a terra di nuovo ridiscende / in eterna vicenda». I versi sembrano cambiare la visione, perché si scopre che tutto questo ci appartiene. Non sono solo pesci o animali marini ma siamo noi quelli che fluttuano in questo mare, noi come singoli e in gruppo. L’eco dell’ Acqua di Aterballetto parla quindi dell’umanità che si confronta e scontra «prefigurando il disordine del mondo, di cui si avverte tutto il potenziale gravitazionale», come scrive la compagnia. [caption id="attachment_824" align="alignleft" width="600"] Bliss[/caption] Bliss Con lo spettacolo Bliss approdiamo in un altro scenario. Lasciamo l’acqua per arrivare sulla terra. Il tempo potrebbe benissimo essere quello di oggi. Per raccontare questa storia in musica, il coreografo Johan Inger sceglie le melodie del Köln Concert di Keith Jarrett. Scostate le tende di fondo del palcoscenico e mostrata la distensione di un tappeto bianco, a opera di alcuni tecnici, si ha come la sensazione di una certa meta-teatralità, un voler mostrare cosa c’è prima e sotto a questa danza. Questo atteggiamento è proprio anche dei danzatori, che sostano a lato del palco aspettando la loro entrata o non si preoccupano di lasciar andare dei sorrisi. Tutto sembra partire dalla musica, poiché in questa produzione è il sottotesto emotivo, ma allo stesso tempoanche stimolo compositivo per movimenti, gesti, azioni. Bliss è un racconto lieve e fresco. I gesti ricordano quelli di una festa in cui è l’amore e l’amicizia ad essere protagonisti. C’è lo scherzo, l’ironia, la seduzione e una lieve gelosia. È una festa che fa incontrare giovani, vestiti con colori tenui, uniti in un rito pagano della vita. Anche in questo lavoro, seppur in modo diverso, si sviluppano sul palco dei rapporti a due, in gruppo o in scene propriamente corali, in cui i danzatori si uniscono uno ad uno, seguendo in ritmo le melodie di Jarrett. C’è meno danza classica, e un po’ più gesto quotidiano nella coreografia di Inger, a cui si lega una teatralità sottile espressa da corpi precisi e puliti. Partendo da una sola relazione tra corpo e musica, i danzatori e il coreografo riescono a trovare, forse involontariamente, dei significati, benché tutto resti piacevolmente spontaneo.

Valentino Bettega

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