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Lettera d'amore a un artista da una giovane critica

di Altre Velocità

La passata quarantena è stata occasione di grandi e banali epifanie: che c’è bisogno degli altri perché da soli non si cresce, che non si cambia finché non si è fisicamente costretti, che l’erba del vicino è sempre più verde e via dicendo. Scriveva Eliot che «ritorneremo al punto di partenza / e lo conosceremo per la prima volta», quindi mi sento legittimata a supporre che la scoperta dell’acqua calda rimanga, comunque, una scoperta: che, insomma, non saranno sempre passi avanti per l’umanità, ma ti emozioni lo stesso. Allora vorrei festeggiare il fatto che, in questa quarantena illuminata, mi sono innamorata e come in tutte le storie d’amore mi è sembrato di inventare qualcosa, di svelare l’inedito motivo universale che regola il mondo. Oggetto di questo amore, un artista che chiameremo X, non tanto per motivi di privacy ma perché assurge un po’ a simbolo del teatro e del mio rapporto col teatro in generale, e perché proprio nella sua natura simbolica sta, credo, l’unico elemento di rilevanza del discorso. Come si fa ad amare qualcuno che non conosci?

Io e X ci siamo incontrati una sera a teatro. Lui era sul palco, a me è successa una cosa che non mi era mai capitata prima. Ho trovato rappresentato un altro da me, un oggetto incomprensibile, una barriera che mi impediva la visione. Sono tornata a casa turbata e furiosa. Ho scritto e riscritto e riscritto in merito una recensione ma non andava mai bene, mi sfuggiva continuamente il senso dell’operazione e, soprattutto, di quello che avevo visto. Stavo facendo indirettamente quello che proverò a fare oggi con un po’ di consapevolezza in più: raccontare me stessa, invece che un oggetto altro, fosse questo X, o il suo lavoro, o la mia visione del suo lavoro. Così arriviamo al primo motivo per cui mi sono innamorata: X, inconsapevolmente, ha reso ovvio che non l’avrei mai raggiunto se avessi continuato a inseguire me stessa. Mi ha insegnato insomma la lezione di Silvio d’Amico che al laboratorio non avevo interiorizzato: «anche lui (il critico), come tutti gli interpreti, deve partire da un atto di umiltà, d’almeno iniziale dedizione, di rinuncia (fin dove è possibile) all’individualità sua; di volontario annegamento nell’opera intrapresa a studiare».

A quel punto, dalla banale scoperta che nella critica non devo cercare me stessa, il difficile compito del confronto con l’altro. Un annegamento faticoso e nel mio caso non volontario, perché il turbamento che l’operazione provocava in me, oltre che inedito, era faticosissimo a livello di ego. Scoprire a vent’anni di non essersi mai interrogati su chi vediamo in scena e cosa ci racconta non è che faccia proprio bene all’autostima. Ecco che di nuovo capovolgevo l’operazione verso l’interno, il noto, il personale, e lo spirito contrariato di X si manifestava attraverso le bocciature dei conduttori del laboratorio che mi ricordavano che dovevo superare l’ostacolo. Sostiene Fabio Bonifacci che una storia è buona quando il personaggio viene spinto fino al suo punto di massimo pericolo, quell’incrocio estremo tra i suoi desideri e le sue paure in cui non può far altro che cambiare. Questo è il secondo motivo per cui mi sono innamorata: perché è vero che ci rifiutiamo di crescere finché non siamo costretti e che per farlo servono gli altri. E, siccome questa è un’ottima storia, io mi sono trovata al crocevia assolutamente da manuale tra il desiderio di definizione di me stessa e un rifiuto dell’alterità da risolvere.

È ovvio a questo punto che X, a forza di evocarlo a sproposito, si era trasformato in una proiezione assolutamente arbitraria, che non conservava più neanche la forma di una persona in carne e ossa, insomma un autore smaterializzato ma insieme per me dotato di un’immaginaria personalità, fisionomia, attitudine che di nuovo parlavano di quello che mi interessava vedere, e non dell’altro che stavo cercando. Serviva allora ricominciare l’indagine da capo, ritrovare in X una voce e una poetica personali che rimanessero impermeabili al mio desiderio di autorappresentazione. Certo però che con una pandemia globale in corso non è facile, quindi scusami, X, se non ci sono ancora riuscita. Ci tengo però a dire che sono passati ormai più di tre mesi e io non mi sono arresa nella speranza di incontrarti ancora, magari in un teatro pieno di gente, e stavolta ascoltarti per davvero, mettermi in discussione, rischiare di più. Dunque il terzo motivo per cui ti amo, secondo me anche il più bello: perché non ti conosco. Perché non ti chiami X, non hai niente a che vedere con me, dici un sacco di cose che non capisco e che voglio contraddire e che sono belle, sacrosante, giuste perché qui a casa mia, io, da sola, non le posso costruire, espressione di un altro che va ascoltato ma che per ascoltarlo bisogna almeno poterlo incontrare, e poi magari sbatterci anche la testa addosso, fino a quando non ti costringe a metterti in discussione. Insomma, X, grazie per farmi venire voglia di migliorare, e non vedo l’ora di scoprire il tuo vero nome.

Elena Magnani

Disegno di Mariachiara Di Giorgio

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