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Le identità incollate. Amleto, Bernat, Fanny & Alexander

di Altre Velocità

To be or not to be Roger Bernat, della compagnia ravennate Fanny & Alexander, una performance inclusa nel più ampio progetto che La Soffitta ha dedicato al teatro partecipativo dell’artista catalano Bernat. Lo spettatore, munito di un dispositivo auricolare datogli all’ingresso, si siede e si trova davanti alla triade tipica di ogni conferenza: tavolo orizzontale, microfono con supporto e schermo proiettivo. La frontalità promessa dalla scenografia è presto tradita dal conferenziere Bernat, interpretato da Marco Cavalcoli, che durante lo spettacolo non esita a prendersi certe libertà (verbali) nei confronti di quel pubblico che vuole vedere attivo e partecipante. Questo impulsivo Bernat racconta la sua esperienza artistica e ci interroga sulla passività dello spettatore, e sul senso di una costruzione identitaria spesso basata su ruoli prefeconfezionati, nella vita come nel teatro. Sarà uno spettatore, infatti, a etero-dirigere tramite auricolare l’azione di Cavalcoli-Bernat, che interpreta Amleto in alcune delle più celebri versioni teatrali, italiane e straniere. Idiomi e interpretazioni diverse si susseguono, sempre in contrasto con il tono didascalico e neutrale della traduzione che lo spettatore sente in cuffia. A cosa stiamo assistendo esattamente? L’Amleto di Testori, di Petrolini, di Branagh, prendono vita attraverso la voce e l’espressione del camaleontico Cavalcoli, ma sono una copia? Un falso? E il falso di una rappresentazione teatrale quanto vale sul mercato dell’emotività spettacolare? La messa in scena prosegue con quattro spettatori che recitano su indicazioni del conferenziere alcuni momenti-chiave della tragedia, mentre altri vengono proposti doppiando dal vivo un cartone animato. La narrazione archetipica, che parla di arte e vita, di identità, destino e inconscio, viene così sbranata, e riproposta a fette con diverse modalità espressive. Così come la forma, anche la drammaturgia dello spettacolo, come spesso accade nell’arte di Fanny & Alexander, è un collidere di citazioni e riferimenti a diversi testi teatrali, che l’appassionato conoscitore può divertirsi a identificare e ricostruire. La multimedialità e l’indefinitezza dei confini tra i testi non sono però un gioco fine a se stesso. Sono il gioco metaforico grazie al quale lo spettatore può indagare la propria identità, che attraverso l’eterna questione del rapporto teatro-vita si scopre a volte raffazzonata come un collage inconcludente. Lo spettatore è quindi partecipe alla performance di Fanny & Alexander come partecipa a quelle di Bernat, ma forse in questo caso è il pubblico più allenato al teatro che riesce a trarre gli spunti migliori dalla moltiplicazione di frammenti che costituisce questa accattivante opera aperta.

Alessandro Carraro

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