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La (trip)artizione di Andrea Pazienza
di Giuseppe Di Lorenzo pubblicato in Recensioni il 8 Maggio 2022 0 commenti 6 minuti di lettura
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Devo confessarvi che Andrea Pazienza credevo di averlo visto in tutti i modi: nella bidimensionalità della carta stampata, nella lettura delle sue interviste, nei video raccattati dai bassifondi del web, dagli occhi di chi dice di averlo conosciuto; e vi dirò che mi pareva di conoscerlo bene, questo autore sregolato del fumetto italiano, capace di mescolare in una pagina una quantità di registri visivi che andavano dall’astrazione di Breccia alla maniacalità di Mœbius, rincorrendo l’autenticità della fanzine spillata storta in un garage di provincia con l’ironia surreale di Jacovitti. Tutto questo lo pensavo finché non ho potuto vedere lo spettacolo Gli ultimi giorni di Pompeo, una produzione di Associazione Sosta Palmizi e Teatro Metastasio di Prato, di e con Massimo Bonechi (Teatro Sociale Allincontro), Riccardo Goretti e Giorgio Rossi, al Fabbrichino di Prato, poco più di un’ora e mezzo in cui Pazienza si è tripartito di fronte a me con una veridicità allarmante. Tre attori (Rossi è anche danzatore) si alternano il ruolo del protagonista e dei suoi interlocutori, sono la voce, il corpo e l’anima di Pompeo. Il suo linguaggio da strada con quei guizzi di poesia amara, le sue pose da chi la sa lunga ma è disposto a vendertela per un grammo di roba buona, il suo animo corroso e vivace. Certo, non è neanche un caso che ci siano proprio questi autori dietro lo spettacolo: Sosta Palmizi, quando era un collettivo di danza e non una associazione con diversi artisti dai percorsi individuali, è stata una delle poche compagnie a godere della collaborazione di Pazienza, che disegnò loro una grande scenografia per la loro coreografia Dai Colli del 1987, e anche per questa nuova produzione hanno potuto beneficiare del supporto di Marina Comandini, disegnatrice e moglie di Pazienza.

Non è una macchina perfetta Gli ultimi giorni di Pompeo, ma nemmeno vuole esserlo. Nella sua linearità e pacifica congruenza con l’omonima opera grafica, Bonechi-Goretti-Rossi vogliono restituire un mood dimostrandone plasticamente la sua assoluta contemporaneità, sebbene non ne nascondano gli elementi anacronistici. Come quando nei primi momenti della pièce vediamo Pompeo, personaggio/avatar dello stesso Pazienza, steso sul divano anestetizzato dalla prima pera del mattino, mentre ascolta al telefono il 190, ovvero il numero che si digitava per sentire le ultime notizie Rai quando ancora erano gli anni ‘80. E in questo suo contesto storico mai negato e così presente anche negli oggetti di scena sparsi sul palco, non sentiamo mai la necessità di un aggiornamento, di una ricontestualizzazione: è come se le parole di Pazienza avessero un loro ritmo, un flow che come barre di un perfetto pezzo rap non puoi piegare senza sconvolgerne il senso. Gli ultimi giorni di Pompeo non è solo una storia, è una storia nell’Italia degli anni ‘80, con le sue beghe, i suoi quotidiani, quella prossemica causale fatta di caffè-edicola-lavoro-telefono-uscita-con-gli-amici che Pazienza non poteva soffrire, così come il suo Pompeo.

Non si può fare a meno di lasciarsi trasportare dalla vivacità con cui i vari quadri si susseguono, s’incastrano o si interrompono: nello spettacolo non solo vengono evocate scene dalla tavola disegnata con una certa scrupolosità, ma anche la frenesia di queste si versa nel dinamismo della messa in scena. La voce impostata da stand-up comedian di Goretti calza a pennello nei momenti più visionari, con il suo intercedere scanzonato da Garibaldi del sabato sera in una canzone di Sergio Caputo è lui a impostare una cadenza che ricorda quello dei primi lavori di Carrozzeria Orfeo, cinematografici ma non ancora sensazionalistici, urbani nella loro piccola epicità, come i film di Claudio Caligari. Bonechi invece è un tossico in calo perfetto, caracolla e spasima su due registri opposti, la commedia e la tragedia, mantenendo sempre l’equilibrio dell’autoironia, mentre Rossi è una scheggia impazzita, un gatto nudo da ammirare come un miracolo, una donna che non ha più vene da bucarsi e così spreca una siringa buona su un gluteo (o forse era Bonechi? la tripartizione volutamente confonde nei momenti più concitati), ma è anche un clown alla Roberto Latini, che irrompe tra una scena e l’altra, lasciando lo spazio scenico svuotarsi per qualche istante del fiume di parole, sempre secondo quella logica ritmica rigidissima eppure naturale, come una chiacchierata con un vecchio amico che non sentiamo da tempo, fatta di inondazioni improvvise e imbarazzanti silenzi.

Poteva mancare il caos in una storia di dipendenza? Il caos è l’ordine dei tossici, gli oggetti di scena si accumulano alla rinfusa per poi venir spazzati via di volta in volta, pennarelli, gomme, pennini, il palco come un tecnigrafo da disegno preso d’assalto dall’accumulo compulsivo. Sulla nostra sinistra c’è una lavagna che a volte si trasforma in mappa altre in banco della farmacia, ma soprattutto è evocazione del mestiere di Pompeo, che oltre a fare il fumettista insegna a una scuola di fumetto. Al centro un pannello con una gigantografia dell’albero che apre l’ultimo capitolo del graphic novel a colori invertiti (sembra quasi la pagina col “marmo nero” stampato del Tristram Shandy, un monolite che fa da presagio di morte), a destra invece un piccolo angolo casalingo, il divano dove Pompeo passa le giornate strafatto, una triste pianta da appartamento che spunta da dietro di questo, e di fronte un tavolino con un telefono, cartine, tabacco, libri e gli ingredienti per potersi sparare una spada di eroina ogni volta che gli pare. Le scene in cui Pompeo si inietta la droga sono peculiari, richiamano nuovamente un’immagine molto potente del lavoro originale a fumetti, ovvero le banderillas che si usano nella corrida, piccole freccette di legno con la punta in metallo decorate spesso in rosso che vengono puntate al collo dei tori per farli imbizzarrire: e così ogni volta che Pompeo si spara la sua spada, l’attore lancia una freccetta da bar rossa su un segnapunti posato sul divano, TOC!

Più si va avanti più è chiaro: Gli ultimi giorni di Pompeo non è una reinterpretazione del testo pazienziano, bensì la sua applicazione 1:1 nei termini e nelle grammatiche del teatro. Non avrebbe senso a questo punto addentrarsi sui particolari, lo spettacolo è breve e il racconto è noto; forse ciò che si sente mancare è una prosecuzione della storia di Pazienza, un tentativo di rompere le barre del suo testo e muoversi in una direzione più di rottura, esasperando il dato metateatrale. Però più che un difetto mi sembra una pretesa in uno spettacolo estremamente consapevole dei suoi limiti, affrontati dai tre interpreti con una certa autoironia. Gli ultimi giorni di Pompeo funziona, cresce nello spettatore senza tramortirlo troppo, è uno spettacolo divertente e leggero che parla di depressione ed eroina, che puoi benissimo goderti senza sapere che Andrea Pazienza sia mai esistito, per poi ritrovarti innamorato di un personaggio che di bidimensionale non ha mai avuto nulla, neanche su pagina.

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