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La performance innocua. Furlan e Chico/Matijevic a Contemporanea

di Lorenzo Donati

Si apre la scena e inizia il frastuono. Un fondale lucido piatto, di un bianco luminoso, come irrorato di una videoproiezione senza immagini. Al centro un batterista picchia The Death & Resurrection Show dei Killing Joke, che farà da controcanto sonoro alle sequenze di quadri di You can speak, you’re an animal di Massimo Furlan, visto recentemente al festival Contemporanea di Prato. Nel panorama festivaliero di settembre, fra l’altro segnato da un network che prevede lo scambio di artisti fra una struttura e l’altra (B-Motion a Bassano, Shorth Theatre a Roma, Terni Festival e Contemporanea), c’era una discreta attesa per lo spettacolo di Furlan, artista svizzero noto anche nel circuito delle arti contemporanee e quest’anno in Italia “solo” a Prato, mentre in passato era stato programmato, tra gli altri, da Xing a Bologna, Drodesera, e Vie a Modena. L’attesa aumentava se poi si riflette sul nome della rassegna, “contemporanea”, dichiarazione identitaria che negli si è tradotta in istantanee della scena europea e italiana, ma non solo. Inventando una formula, quella degli “alveari”, il festival pratese si è anche dato il ruolo di produttore, o almeno ha sollecitato tensioni e percorsi chiedendo agli artisti creazioni site-specific, dando loro uno spazio e un tempo di libertà. Così è stato fino all’anno precedente, dal momento che nel 2012 il festival prodotto dal Teatro Stabile regionale toscano ha deciso di prendersi un anno di pausa e riflessione, come si legge nell’intervista al direttore Edoardo Donatini pubblicata nel catalogo del festival. Dunque una rassegna di spettacoli “finiti”, di opere concluse e spesso largamente testate nei maggiori festival europei (lo spettacolo di Furlan ha debuttato nel 2009), in linea con la tendenza degli altri festival italiani di settembre, il cui principale senso risiede nel presentare un cartellone di spettacoli. Andiamo dunque al cuore della proposta del festival, l’opera.
Dopo la scena iniziale, si diceva, You can speak, you’re an animal sarà un susseguirsi di quadri visivi potenzialmente autonomi, secondo il principio delle «immagini lunghe» di cui parla lo stesso Furlan nel descrivere il suo lavoro. Ci sono alcuni personaggi principali: un uomo un po’ toccato in calzoni corti con uno sguardo fra il sorridente e l’apatico, un cavernicolo dai capelli lunghi e due orsi (attori che vestono pupazzoni a grandezza naturale). Sotto i colpi dei riff heavy-metal lo spazio si popola di presenze e azioni: bizzarre sacerdotesse che compiono gesti rituali, una donna che s’aggira con una tromba, due soubrette da circo che trascinano al guinzaglio l’orso e l’idiota, l’animale che tenta un dialogo fisico con il demente, due ragazze pon-pon che paiono voler rimarcare che tale “spettacolino” è stato pensato per noi. Immagini lunghe, si diceva, sequenze in cui la giustapposizione dovrebbe creare un campo aperto in grado di lavorare nella mente dello spettatore, al quale si chiede di costruire un senso. Fino al colpo di scena, a metà dell’opera: è Furlan stesso a entrare, nei panni del leader del gruppo post-punk, per spiegarci lo spettacolo e svelarci le allegorie. Dice che abbiamo visto un tentativo di comunicazione fra animalità e cultura, in cui le figure simboleggiavano la tensione a colmare il divario fra barbarie e civiltà. Anche l’onnipresente macchina del fumo aveva un preciso significato: grandi volute che comparivano prima su un lato del boccascena poi sull’altro, ostruendo a tratti la visione, atte a simboleggiare il combattimento dei due mondi, la ricercata unione.
Che sia il frontman di una band new wave a doverci spiegare la performance suona quanto meno sospetto, dopo che ci era stata fatta ascoltare una canzone che inneggiava al rogo, ai cicli di distruzione e risurrezione, alle menzogne di ogni consolazione. Si prosegue: il cantante giace a terra in una pozza di sangue (il no future del punk?) e l’idiota imbraccia un microfono. Sul fondo compare il logo “Tv”, e così anche il nostro amico demente avrà i suoi cinque minuti di celebrità cantando Umberto Tozzi (Se non avessi te).
Più che costruito con immagini lunghe,  You can speak, you’re an animal sembra un dramma didattico rielaborato secondo i canoni della performance contemporanea: una sequenza di azioni dal forte impatto visivo e uditivo che preservano un certo grado di indeterminazione del senso; l’evidenziazione della mano dell’artista, che a un certo punto compare sulla scena per darci la sua versione dei fatti, ma sempre con una marcata dose d’ironia, doverosa per non farsi prendere troppo sul serio; una tesi finale, una “morale”, progettata per il grande pubblico dello spettacolo di ricerca contemporaneo, quindi da lasciare sottotraccia (volendo tradurla, reciterebbe più o meno così: «Abbiamo lottato, ci siamo ribellati e il punk e i suoi anni sono stati forse l’ultimo momento di credenza collettivo, ancorché anarchico; ma non siamo riusciti a comunicare, a istruire i selvaggi e gli idioti. Hanno vinto loro, basta accendere la televisione oggi»). Ovviamente altre letture sono possibili, come quella di un’esaltazione dell’animalità, del fondo istintuale dell’uomo, o quella più linguistica, virata in una riflessione di filosofia del linguaggio, che mette alla berlina la nostra ossessione di un mondo ordinato. Ma non siamo così convinti che i cinquanta minuti di spettacolo reggano il peso di tali pensieri, e preferiamo così attenerci al visibile piuttosto che all’intento concettuale. Stando dunque su quanto visto, non ci si può che domandare se sia questo il grado più alto di ragionamento sul mondo che sono in grado di fornirci le arti sceniche europee, dal momento che non una virgola dello spettacolo sembra volere mettere in discussione le nostre rassicuranti certezze.
Eppure, occorre riconoscere a You can speak, you’re an animal almeno un tentativo di riflessione, o di discussione. Altrove ci si accontenta di molto meno, e si crede che presentare una superficie di immagini che ammiccano al bagaglio mediologico di oggi sia sufficiente. Così lavora Forecasting di Giuseppe Chico e Barbara Matijevic, performance estremamente gradita agli operatori teatrali nazionali e non solo (in Italia è già stata a Uovo, Terni Festival, Contemporanea; all’estero al Kaai Theater e al Festival D’Avignon, fra gli altri). Una ragazza preleva da un tavolo al centro di uno spazio vuoto un Mackbook Air, sul quale scorrono immagini riprese da Youtube e non solo, in scala 1:1: nascondendo il suo volto dietro allo schermo del computer si crea l’effetto di un corpo umano agìto da un lcd, o di uno schermo che ci parla grazie a prolungamenti organici. Nel video si susseguono, in perfetto stile zapping-multitasking, frammenti di video how-to (come si ripara un Mac, come si monta un uovo, come si annoda una cravatta) e azioni ridicole in stile Italia 1: un uomo che bacia un coccodrillo, un insettone che s’avvicina alla bocca di uomo contento di farlo entrare, un uccellino che strimpella le corde di una chitarra e così via. Sembra montare un velo di critica sociale: ci vien spiegato l’utilizzo di un revolver, poi vediamo pistole che sparano a ripetizione, in una sequenza di colpi che raggiunge un veloce climax. Chico e Matijevic abitano un universo di segni che ci circonda tutto il giorno – e che quindi risulta famigliare – ma operando un lieve spostamento che dovrebbe conferire un nuovo senso, donare una nuova chance al banale, al grottesco, al freak. Se infatti vedessimo quelle scene nel loro luogo naturale, il nostro schermo, a parte qualche risata di compatimento tutta questa energia spesa in azioni egotiche di nessun valore estetico ed etico ci farebbe rabbrividire. Ci si domanda, quindi, se un semplice spostamento sia sufficiente a cambiare di segno a un universo che risucchia e corrode tragicamente menti e talenti. Non si starà, molto più basicamente, catturando l’attenzione di chi guarda inducendo un sottile senso di superiorità rispetto alla “miseria” rappresentata? Qualcuno di noi bacerebbe mai un moscone, filmandosi su YouTube? Ciononostante i video non-sense per Italia 1 proliferano.
Forecasting probabilmente non si pone tutte queste domande, e infatti si risolve in una sequenza di figure ironiche, per giunta compiaciute del giochino di sovrapposizione fra volto e schermo. Eppure lambisce un immaginario che non può più essere considerato una semplice cassetta degli attrezzi, un bagaglio “neutro” dal quale attingere liberamente. Le differenze esistono, la scelte si possono operare e gli accenti si possono mettere, perché se almeno l’arte non è parziale chi o cosa può ancora esserlo? Forecasting, dunque, non è uno spettacolo che non porta a fondo certe premesse, o un’operazione eccessivamente leggibile, come poteva essere il caso di Furlan. Qui sembrano non esserci premesse, solo superfici. Sembrano mancare del tutto le conclusioni, in una sequela di istantanee per altro talmente essenziale da risultare piatta, da un punto di vista del linguaggio della scena. Dobbiamo quindi rassegnarci a spettacoli che si limitano a osservare il presente senza mai metterlo in discussione? Ad artisti che scelgono di non scegliere, scaricando tutte le responsabilità sullo spettatore, come vuole la moda? Dobbiamo abituarci a opere che strizzano l’occhio all’immaginario massmediatico odierno fino quasi a dargli forza, garantendosi così l’attestato di performance al passo con i tempi, con la scusa di farsi comprendere da molti? Eppure dovrebbe ancora esserci, la sotto, qualcuno in grado di portare avanti un’arte scomoda, complessa. Critica, forse.

L'autore

  • Lorenzo Donati

    Tra i fondatori di Altre Velocità, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento delle Arti all'Università di Bologna, dove insegna Discipline dello spettacolo nell'intreccio fra arte e cura (Corso di Educazione professionale) e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettacolo al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Immagina e conduce percorsi di educazione allo sguardo e laboratori di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri. Progettista culturale, è tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Comitato scientifico dei Premi Ubu. Usa solo Linux.

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