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(foto di Anna Faragona)
(foto di Anna Faragona)

Luca Marinelli e “La cosmicomica vita di Q”, sorriso malinconico nell’Antropocene

di Irene Ringozzi

Quando Calvino, intorno agli anni Sessanta del Novecento, coniò il termine “cosmicomica” aveva in mente un nuovo genere di racconto, un racconto che, ispirato a scritti astronomici e cosmologici, mirasse a fornire corpo e voce alle teorie e astrazioni della scienza, a narrativizzarle. Marinelli, recuperando il complesso corpus di “Tutte le Cosmicomiche”, si è trovato, oggi, di fronte ad un’operazione non meno ardita, ossia dar luogo, sul palcoscenico, alle ricche immagini e suggestioni dell’autore ligure.

Con la co-regia di Danilo Capezzani, La cosmicomica vita di Q, ideato e diretto da Luca Marinelli, mette in scena un paradosso: decentralizza l’umano, per rimetterlo, inevitabilmente, al centro. Dal vuoto primordiale all’era dinosaurica, ogni stagione dell’universo viene filtrata attraverso i nostri codici e linguaggi: il risultato è una cosmogonia moderna, dove è il mito, appunto, ad essere immagine della scienza.

Due buffi figuri, coppia comica alla Stanlio ed Olio, (Gabriele Portoghese e Federico Brugnone) giungono con vesti arlecchinesche sul proscenio a presentare la messa in scena di una storia realmente accaduta, o così ci dicono: la storia di Q e della memoria ritrovata. L’espediente metateatrale è qui utilizzato come pretesto per dar luogo alle novelle calviniane, incastonandole entro un’inedita cornice: il sipario, infatti, si apre su un’atmosfera apocalittica, nell’epoca del grande oblio, intorno al 5035 d.C, e nell’oscurità vengono descritti paesaggi in fiamme, esplosioni, meteoriti, morti. Un gruppo di persone, una primordiale famiglia, cerca di riunirsi in vista della fine del mondo, ma mancano ancora due membri fondamentali, fratello e sorella, G’d(w)n e Qwfq.

È qui che la drammaturgia escatologica di Vincenzo Manna si innesta nel genio di Calvino: la compagnia protozoica in cerca del proprio pezzo mancante è il pretesto scenico per introdurre il personaggio di Q (interpretato da un ineccepibile Marinelli), a seguito della cui reminiscenza si dipanano due livelli mimetici: il presente apocalittico e il passato delle Cosmicomiche. Qwfq nel 5000 d.C. si chiama Trevor: è un vip carismatico, un’animale da palcoscenico, immerso nel mondo patinato dei media e dimentico del suo io pre-umano, dimentico di tutto quel patrimonio di ricordi che è raccontato nel romanzo originale.

Trevor sta presentando uno show in diretta tv quando, tutto d’un tratto, il tempo si ferma, della polvere di stelle gli cade sul capo e per un attimo il cielo di carta viene strappato, la memoria riaffiora e ne segue un urlo terrorizzato: “Ma che stiamo facendo!”. 

Tornato a casa dalla fidata Chico, un AI che pare provenire da una pellicola di Spike Jonze, Q le confida la propria straniante rivelazione per poi essere invaso dalla caotica irruzione della sua antica famiglia (Valentina Bellè, Fabian Jung, Gabriele Portoghese, Elena Rodonicich, Federico Brugnone, Gaia Rinaldi), un cenone a sorpresa per convincerlo a ricordare. Loro, insieme da 13 miliardi di anni, da quando tutti si trovavano in un punto, il punto in cui tutto il materiale dell’Universo era compresso: loro insieme nell’inizio, vogliono essere insieme nella fine.

Ci troviamo, infatti, agli sgoccioli dell’era umana, nella notte di Capodanno, l’ultimo Capodanno degli uomini, ma affinché la compagnia tutta si riunisca, Q deve riconoscerli. Maieuticamente la coscienza di Trevor viene sobillata: lo incalzano, lo assediano con la propria presenza atemporale finché lui non è costretto a partorire la verità rimossa, quella parentela biologica e cosmica che precede tutto, persino la vita. Un boato, un incendio, e Qwfq inizia finalmente a ricordare. 

Le riduzioni degli scritti calviniani prendono vita seguendo la prospettiva stessa dei racconti: un narratore interno focalizzato sulla propria prospettiva che ci trascina dentro la sua mente, dentro le astrazioni della scienza. Ma se nei racconti Q si proponeva in qualità di divulgatore del proprio bagaglio memoriale, qui seguiamo assieme a lui un processo di reminiscenza in tempo reale, aggrappandoci ai suoi ricordi nell’istante esatto in cui li recupera. La distanza tra noi e l’eterno essere Qwfq è azzerata dalla vulnerabilità umana di Trevor: una prossimità che si fa fisica e tangibile nel momento in cui Marinelli, come tutti gli altri attori, arriva ad occupare l’intero spazio teatrale, uscendo dal palco, sedendosi tra gli spettatori, mostrandoci un essenza mortale che stride ironicamente con la sua memoria di atomo primordiale.

Sul far del giorno, La distanza dalla Luna, Senza colori: questi tra i principali quadri cosmicomici che si materializzano sulla scena, quadri argentei immersi in un’atmosfera irreale, onirica. Le scenografie di Nicolas Bovey e i costumi di Anna Missaglia disegnano un universo cinerino, profondamente estraneo al mondo apocalittico entro cui siamo stati inizialmente catapultati: qui, grigi veli monumentali si gonfiano e si ripiegano, trasformandosi ora in marea, ora in crosta terrestre, ora in cielo, ora in ghiaia lunare; i costumi perlacei perfettamente coordinati di tutti gli attori creano una continuità visiva da cui Q/Marinelli si distanzia, col nero della sua camicia. Mentre il protagonista rimane immutato, il resto del cast abita molteplici identità, assecondando con versatilità le necessità drammaturgiche di questo imponente lavoro di riduzione: così Bellè, per esempio, si trasmuta da sorella di Q in moglie del comandante, o ancor prima in una scienziata da tv-show ed infine in una ricca imprenditrice televisiva.

In retroscena per l’intera durata dello spettacolo, un sipario bianco sta a significare il triplo livello di mimesi a cui stiamo assistendo, una stratificazione spazio-temporale per la quale, comunque, al centro, rimane l’uomo. L’effetto matrioska della drammaturgia di Manna fa sì che la riflessione cosmica sull’universo e sulla sua nascita culmini costantemente nell’indagine dello spazio che l’uomo occupa all’interno di questa storia. Ne emerge un atto di velata accusa per la responsabilità, squisitamente umana, della propria imminente estinzione.

(foto di Anna Faragona)

La cifra più interessante dell’intera vicenda teatrale sembra infatti scaturire dagli evidenti richiami al reale della drammaturgia inedita: l’epoca del grande oblio, il presidente della Repubblica in paillettes fedele a Dio e alla polizia, le scienziate che si scontrano su un ring per le sorti del mondo, gli operai sfruttati anche nell’ultima notte. Queste le spie che rimandano al nostro degrado quotidiano: a una società che, affetta d’amnesia storica e ontologica, dimentica di essere ospite di un pianeta infinitamente più antico, si fa beffe del collasso ambientale e continua a vivere in funzione dell’idolo monetario. 

Il cortocircuito tra la storia secolare dell’universo, dinanzi la quale ci dovremmo sentire piccoli e imbelli, e la nostra società antropocentrica si realizza in una della ultime scene: Q, riappropriatosi della propria memoria e recisi i legami con le vacue relazioni di Trevor, vaga per la città, il treno per lui ha fischiato, come per il Belluca pirandelliano, e preferisce esser creduto folle che continuare a relazionarsi con persone ignare. È in questo errare che si imbatte in due operai intenti a litigare di fronte all’incredibile scoperta di un gigantesco osso di dinosauro. La cosmicomica calviniana è qui messa in dialogo con la drammaturgia di Manna: Marinelli racconta nostalgicamente ai lavoratori del suo passato sauriano, facendosi prendere per pazzo mentre i due speculano sulla possibilità di fare milioni grazie a questo rinvenimento. Loro non comprendono, non possono comprendere le parole di Q: la comica barriera comunicativa tra gli operai e il testo calviniano diventa così la cifra della nostra epoca, il paradosso di un’umanità che, nel pieno del collasso dell’antropocene, fatica a trovare gli strumenti per decifrare la propria esistenza.

Le musiche originali di Giorgio Poi, così leggere da non intralciare in alcun modo la messa in scena, trovano la loro massima espressione nella canzone di Ayl, l’antico amore di Q, fuoriuscita dalle viscere della terra per salutarlo in quest’ultima notte. Senza Colori, novella già rievocata in un precedente quadro, viene così ampliata in musica attraverso la voce di Ayl (Alissa Jung): evasa dagli abissi quale una Persefone al contrario, ella non risale per annunciare il risveglio della natura, ma per cantare al suo Q l’avvento di una rottura, di una fine, di un cambiamento naturale che gli uomini fanno fatica a comprendere. In questo congedo musicale, la storia di Q si specchia in quella di Orfeo, che, ingordo d’amore, volge lo sguardo alla sua lei, riportandola per sempre nel sottosuolo.

La comicità calviniana si stempera in questa tragicomica disillusione riguardante le sorti dell’Antropocene. Non si tratta però di una sterile invettiva, con un sorriso malinconico Marinelli osserva il consorzio umano, il suo pubblico, triste di dover “lasciare la festa troppo presto”. Le ultime battute vengono, infatti, rivolte alla platea, con la quale si è costruito un rapporto di grande prossimità: l’invito ultimo è a loro, a noi, l’invito a ricordare che veniamo dal vuoto e che per questo dobbiamo avere il coraggio di guardarlo in faccia. 

Q, in extremis, non segue i suoi atavici compagni in un fascio di luce, nella capsula temporale che li farà passare direttamente alla prossima era geologica: rifiuta la condanna a un eterno presente con il peso di un passato infinito, segue l’estinzione nella sua forma umana, come a suggellare un ultimo atto di fede nei confronti della memoria dei mortali, memoria capace di disegnare, di far rivivere, capacità mnemonica a cui l’intero spettacolo rende omaggio.

L'autore

  • Irene Ringozzi

    Laureata in Lettere Classiche all' università di Bologna, ritrova la sua passione per il teatro dall' altro lato del sipario. Attualmente studentessa di Italianistica con all'attivo una tesi sulla drammaturgia italiana riletta secondo la critica transfemminista.

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