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 [Ipercorpo #9] In disequilibrio. Intervista a Anna Basti e Chiara Caimmi
di Ilaria Cecchinato Vittoria Majorana pubblicato in Interviste il 21 Ottobre 2020 0 commenti 9 minuti di lettura
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Una scatola bianca e asettica, due figure femminili vestite con un corsetto nero e scarpe a suola alta. Sembrano bambole, specie quando salgono sulle balance board, tentando – in precario equilibrio – di eseguire pose codificate. Sono Anna Basti e Chiara Caimmi, duo romano in scena con UNLOCK, esito performativo di una ricerca condotta attorno al concetto di “dispositivo di controllo”.
Accompagna la coreografia un ambiente illuminato di fucsia e le note di
You Don’t Own Me di Lesley Gole, brano che si interrompe ogni volta che una delle performer scivola accidentalmente dalle balance. Lo spettacolo mette così in scena la ricorsività di un fallimento, quello dell’inesorabile aderenza al canone che si vorrebbe rifiutare. Ai momenti di rottura e rivendicazione, amplificati in scena dal blu intenso dei led e dai bassi della musica techno, segue infatti il ritorno, forse inconscio, dei corpi alla piattaforma del dispositivo.
È l’ultimo giorno del festival Ipercorpo 2020, domenica 4 ottobre, e incontriamo Anna e Chiara negli spazi di Ex Atr per farci raccontare il loro incontro e il percorso di ricerca, fra ideazione, sviluppo e progetti futuri.

Quando vi siete incontrate e come la pluralità dei vostri percorsi artistici influenza il lavoro? 

(Anna) «Ci siamo conosciute lavorando come interpreti per i Muta Imago. La mia formazione in effetti è abbastanza lontana da quella teatrale. Ho studiato danza classica per molto tempo, lavorando anche come ballerina al Teatro dell’Opera di Roma, fino a quando non ho scoperto pratiche di movimento molto più affini al mio “sentire” e ho scelto di abbandonare quel mondo. Da quel momento sono entrata a contatto con diverse realtà, legate alla danza contemporanea ma non solo, che mi hanno condotto fino al teatro, dove appunto ho incontrato Chiara. Vista l’intesa che si era creata tra noi, quando ho iniziato a ragionare su un progetto che avrei voluto mettere in scena quello che poi sarebbe diventato UNLOCK – ho deciso di coinvolgerla per svilupparlo a quattro mani. Questo incrocio di competenze ha generato un campo molto fertile sul quale confrontarsi: se da un lato a me non interessa un uso troppo codificato del corpo in scena, dall’altro Chiara proviene da un ambito teatrale in cui è proprio il corpo, più che la parola, l’elemento fondante della presenza scenica. Questo ci permette di generare visioni molto affini, ma sempre complementari. Direi quindi che l’eterogeneità dei nostri background è un valore aggiunto».

Qual è stato il vostro punto di partenza per questo progetto esteso, UNLOCKING?

(Chiara) «Il punto di partenza proposto da Anna era l’immagine di una donna che tenta di stare in equilibrio su una tavola mobile. Per prima cosa ci siamo messe a lavorare su questa intuizione scenica per vedere se funzionava a livello performativo. Quando abbiamo iniziato ad affrontare le questioni sottese ad essa, interrogandoci sui dispositivi di controllo, il percorso si è talmente “aperto” da spingerci a rivedere la forma con cui ci stavamo approcciando al tema. Pensare al solo esito performativo era diventato limitante perché escludeva la possibilità di un approfondimento continuo al quale non volevamo rinunciare. Abbiamo cercato quindi un modo per preservare la complessità della ricerca raccontando la parte “esclusa” del lavoro, affinché la questione non si esaurisse sul solo palcoscenico. Così è nata l’idea del progetto espanso, UNLOCKING, in cui far confluire, insieme alla performance vera e propria UNLOCK, gli incontri partecipati e i laboratori con il corpo».

Per voi, dunque, che cos’è questo oggetto – materiale e astratto – con cui vi confrontate dentro e fuori dalla scena, ovvero il dispositivo di controllo? 

(Chiara) «La risposta l’abbiamo trovata nelle parole del filosofo Giorgio Agamben quando dice che il senso non sta tanto nel cosa ma nel come. Il dispositivo di controllo ha assunto così il significato di rete di influenza, quella che determina le nostre scelte in quanto individui, in modo inconsapevole: è dunque tutto ciò che orienta l’azione umana, le parole, le decisioni, i gesti. Confrontandosi con questo tipo di dispositivo, ci si rende conto che quella che noi consideriamo la nostra libertà è in realtà un’illusione. Abbiamo allora lavorato per cercare di capire come e fino a che punto questi dispositivi di controllo siano connessi e ci condizionino. Non avendo altro materiale su cui ricercare se non i nostri corpi, abbiamo riportato questo orizzonte di pensiero all’anatomia, partendo dall’azione che il corsetto esercita sul corpo fino a giungere a un ragionamento sulle auto-imposizioni, sugli “autodispositividi controllo».

(Anna) «All’inizio l’idea era quella di realizzare una specie di corsetto-bustino invisibile, puntellato da potentissime calamite che alteravano i nostri movimenti. Presto ci siamo rese conto che questa esostruttura esterna ci stava depistando. Da qui abbiamo eliminato ogni dispositivo esterno per lavorare sui meccanismi di controllo interni: lo abbiamo fatto a partire dagli aspetti più materici del nostro corpo – da una ricerca sui muscoli psoas e diaframma – nell’intento di affrontare una costrizione a tal punto interiorizzata da essersi trasformata in auto-controllo, auto-censura, auto-impedimento». 

Come avete costruito la partitura gestuale che eseguite in bilico sulle balance board?

(Anna) «La ricerca è partita dallo studio del corsetto che indossiamo in scena, in quanto metafora della costrizione del corpo femminile. Abbiamo individuato il club di PlayBoy come ultimo baluardo e al tempo stesso emblema del corsetto, dove veniva indossato dalle cameriere, le Bunnies, come divisa. Ci siamo lasciate ispirare dalle parole del diario di una Farmer Bunny, dove vengono descritti training e regole delle Bunnies. C’era una Mother Bunny che insegnava loro una coreografia di gesti e azioni che, sul luogo di lavoro, erano tenute a rispettare: quando servivano ai tavoli, per esempio, dovevano porgere il vassoio da dietro la schiena. Perfino per il momento del riposo era stabilita una posa. Insomma, tutto del loro comportamento era standardizzato, codificato: questa estrema costrizione ha dunque ispirato il nostro lavoro sul movimento sopra le balance board».

(Chiara) «Rispetto invece alla costruzione fisica di UNLOCK, ci siamo semplicemente lasciate guidare dalla condizione di disequilibrio provata su di esse. È talmente inaspettato quello che succede là sopra che si tratta solo di rendersi disponibili al processo, non c’è modo di prepararsi». 

La performance UNLOCK si alimenta anche di suono, musica e voce. Come avete lavorato per la costruzione dell’ambiente sonoro, a cosa vi siete ispirate? 

(Chiara) «Il primo brano (You Don’t Own Me di Leasley Gole) lo abbiamo scelto perché concordava perfettamente con l’atmosfera che volevamo ricreare in scena: un testo forte, di emancipazione femminile incorniciato dagli stilemi della musica pop americana degli anni ‘60. Per il tessuto sonoro vero e proprio dello spettacolo, invece, abbiamo scelto di lavorare sulle basse frequenze perché sono quelle che fanno vibrare direttamente le acque interne del corpo, agendo sulla zona del ventre oggetto del nostro studio anatomico. Inizialmente abbiamo lavorato sul nauli, la tecnica di automassaggio addominale tipica della pratica dell’Hatha Yoga, per poi lasciarci ispirare dal lavoro della performer e attivista sudamericana Fannie Sosa. Cercando un parallelo con la nostra cultura siamo giunte ai rave e al suono ripetitivo della musica techno. La traccia finale l’abbiamo commissionata alla musicista Iva Stanisic (parte anche del duo Opa Opa), brano sul quale abbiamo poi scritto il testo che “cantiamo” in scena. L’ispirazione è stata un testo di Eve Ensler, Io sono emozione: si tratta di diari di giovani donne che raccontano una serie di questioni legate alla loro vita, intervallato da lunghi elenchi in cui si ripeteva “I dance because…”. Abbiamo quindi estrapolato e riadattato alcune di queste parti».

(Anna) «L’immagine della donna in disequilibrio nasce già legata a un’idea di spazialità sonora. Sin da subito abbiamo pensato di attrezzare le tavole con giroscopi che, grazie a dei sensori, modificassero il suono della nostra voce. Il nostro grado di disequilibrio viene così misurato, reso tangibile dal suono che si modifica in base ai movimenti eseguiti sulle balance board».

UNLOCK è un lavoro incentrato dichiaratamente sul corpo femminile e porta in scena un inevitabile discorso sulla femminilità. C’è sotteso un intento femminista? 

(Anna) «Come dite, portare questo tipo di temi ed esporre un lavoro intorno al corpo femminile comporta inevitabilmente un discorso politico, ma fare uno spettacolo femminista non rientrava nei nostri intenti di partenza. Penso che questa idea in generale e tutti i discorsi che ruotano attorno al corpo femminile siano questioni che personalmente mi hanno sempre attraversato. In particolare la contraddizione per cui si riconosce e si rinnega lo stereotipo culturale, ma in modo spesso latente si tende a voler aderire a quel codice. Ed è esattamente quello che portiamo in scena attraverso la condizione di disequilibrio». 

(Chiara) «Proprio rispetto a tale contraddizione, ci siamo rese conto scontrandoci anche personalmente che per questa non c’è un antidoto: ogni strada percorsa riconduce a un adeguamento al canone. Lo spettacolo racconta infatti questo fallimento, ovvero che qualunque direzione si tenti di prendere, nonostante il potenziale liberatorio che possa avere, viene comunque risucchiata dal sistema che trasforma tutto in altro, in superficiale, in apparenza». 

State già lavorando a un nuovo progetto?

(Chiara) «Sì, questa volta il punto di partenza è una mia suggestione: vorrei provare a creare uno spettacolo composto soltanto da finali. Mi interessa ragionare sul fatto che le nostre vite sono costellate da finali (lavorativi, relazionali, abitativi, ecc.) ma anche che nella nostra società non c’è il tempo e lo spazio per poterli “gestire”, assimilare. Si tratta di un’idea nata ben prima della pandemia, ma che la situazione attuale ha amplificato. L’emergenza sanitaria ci mette costantemente di fronte alla lode alla ripartenza, all’imperativo dell’andare avanti nonostante tutto, quando invece, forse, ci sarebbe bisogno di un tempo per la decantazione e la riflessione. Questo tempo che non ci concediamo è un vuoto culturale che avrà delle ripercussioni future, al momento difficili da immaginare. Inizieremo a lavorare a questo progetto con una residenza a Sezze, all’interno del festival Tendance, e in seguito con un altro appuntamento da Carrozzerie n.o.t. a Roma».

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