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[Ipercorpo #8] La giusta distanza: quando l'arte risponde alla pandemia ripartendo dalla scuola 
di Agnese Doria pubblicato in Approfondimenti, Speciali il 15 Ottobre 2020 0 commenti 5 minuti di lettura
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“Ipercorpo”, tra le maglie della sua programmazione, invocando il Tempo reale, non si è dimenticato del mondo della scuola, dedicando una sezione “extra” a insegnanti, maestri, educatori per interrogarsi collegialmente su come trasformare le proprie pratiche quotidiane d’insegnamento. Partendo forse proprio dalle questioni che vengono poste dal Festival attorno ai corpi e arrivando a scandagliare quali nuove forme di comunità si possano ingaggiare a scuola grazie al gesto artistico. Abbiamo in più forme affermato, anche tra le “pagine” di questo nostro blog, che teatro e scuola si appartengono più di quanto immaginino, pur da angolature abissalmente diverse e distanti tra loro.

Il mondo del teatro si è interrogato (e il festival ne è un esempio) sulla “mutazione storica” dei corpi dei performer e degli spettatori oggi. Il mondo della scuola molto si è fatto sentire sui temi del diritto allo studio e delle didattiche, ma forse meno su cosa rimanga del corpo degli alunni e degli insegnanti dopo il lockdown. Dopo un periodo cioè in cui il corpo è stato vissuto come recluso, smaterializzato, incorporeo da ciascuno di noi singolarmente e da tutti come corpo sociale.
In un contesto come quello di queste ultime settimane in cui gli alunni sono tornati ad abitare le aule insieme ai loro insegnanti, ognuno dal proprio banco distanziato, senza la possibilità del tocco, senza l’occasione di potersi scambiare o condividere oggetti, ecco in questo contesto quale traiettoria può tracciare l’arte? Quale solco può imprimere nella vita scolastica?

Interessante come la direzione artistica polifonica del Festival abbia pensato che si potesse abbracciare anche la comunità scolastica nel ripensamento radicale di questo momento, partendo dal sistema spettacolo fino ad arrivare ai sistemi di insegnamento. Sono quindi stati organizzati due incontri dedicati agli insegnanti di ogni ordine e grado scolastico che, partendo dal fare esperienza diretta con gli artisti, potessero ragionare sull’impatto del corpo nella relazione tra pari (nel caso di Monica Francia) e nella relazione con gli oggetti (nel caso di Muzzolon-Coggiola) oggi, in età evolutiva.

Il primo incontro è stato condotto da Monica Francia, coreografa che da quasi vent’anni sperimenta percorsi nelle classi di educazione alla corporeità intesa come origine di ogni esperienza, cognitiva, sensoriale, emozionale e relazionale.
Il suo metodo di ricerca sulla danza, chiamato CorpoGiochi, viene proposto principalmente nei contesti educativi e sociali.
Ma come si possono valorizzare i corpi stando in classe, oggi poi che sono lontani e isolati?
Partendo dall’osservazione rigorosa dei protocolli scolastici ora vigenti nelle classi, Francia ha creato un nuovo formato chiamato Corpogiochi – la giusta distanza proposto agli insegnanti durante il corso di aggiornamento nel primo week end di Festival. Valorizzare il ruolo centrale della corporeità rispettando il distanziamento, è l’assunto alla base del percorso che diventa occasione per trasformare questa situazione pandemica cercando di preservare lo spazio dell’insegnamento che è in primis spazio di relazione tra i corpi.

Ma anche allenare l’ascolto del sé in relazione agli altri e al contesto, valorizzare lo sguardo seppure a distanza come “tocco”, risvegliare il corpo tramite pratiche semplici eppure profonde, sono alcuni dei cardini su cui si basa l’esperienza. Ecco che un’artista si è posta delle domande sul contesto scolastico provando a trovare delle risposte partendo dalla propria arte.
Si ritorna alla concretezza materica ed esperienziale dell’oggetto anche nel percorso di formazione dedicato agli insegnanti e condotto dallo scenografo Marco Muzzolon e da Silvia Coggiola. Nell’arco di tre ore di lavoro i docenti sperimentano forme di rielaborazione del lockdown andando a costruire con materiali di riciclo e partendo dalla tecnica del collage, la propria stanza, quella all’interno della quale siamo stati rinchiusi per due mesi. La conduzione di Coggiola, precisa come una lama, riesce ad alternare consegne rigorose all’imprevedibilità di momenti più liberi lasciati ai singoli. I partecipanti si misurano con il racconto del sé filtrandolo nell’oggetto, trasformando il racconto in immagine tridimensionale e creando nuove narrazioni a partire dall’oggetto creato. Una manualità fine, connessa all’intimità più profonda, quella che non necessita di parole, finalizzata a un lavoro che riesce a parlare tanto a chi l’ha fatto, quanto a chi lo osserva, obbligandoci a fare uno sforzo interpretativo: saremo in grado di osservare, leggere e interpretare l’immagine tridimensionale che si dischiude difronte a noi? La realizzazione solitaria di un oggetto, in un ambiente collettivo e sociale ci pone in ascolto del contesto, ci misura nei tempi e nei modi con i quali rispondiamo alle consegne, collaborando implicitamente a una co-costruzione di senso, esprimendo competenze e immaginari, culture personali, ascoltando e partecipando a quella singolare atmosfera che si produce quando si guarda insieme ad altri, una storia scritta nel linguaggio delle immagini, elaborando collettivamente l’esperienza (in questo caso) del lockdown, riflessioni e ipotesi critiche.

Quali sono dunque, a partire dalle esperienze sopra descritte, le domande che la coreografia e l’arte pongono alla scuola in questo momento? Quali le possibili traiettorie? Quali le sollecitazioni, gli spunti, partendo proprio dai corpi eletti a titolo del Festival?

Ripartire dal corpo a qualsiasi costo, anche nell’immobilità, anche nella distanza. Provare a stare connessi con se stessi senza dimenticare gli altri. Risiedere in se stessi, comunicando all’esterno, trasformando, evocando, modellando metafore come immagini del cambiamento, queste paiono alcune delle traiettorie possibili: ora alla scuola la possibilità e il desiderio di vagliarle.

Foto di Pietro Bologna

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