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[Ipercorpo #6] Abitare un’idea attraverso il corpo. Intervista a Francesca Foscarini
di Ilaria Cecchinato Lucia Oliva Vittoria Majorana pubblicato in Interviste, Speciali il 6 Ottobre 2020 0 commenti 10 minuti di lettura
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2 ottobre 2020. Fuori, un cielo coperto da nuvole cariche di una pioggia che non arriverà. Sediamo su divanetti scuri insieme a Francesca Foscarini, danzatrice e coreografa veneta che il primo ottobre ha portato al festival “Ipercorpo” Good Lack, un insieme di tre assoli (Back Pack; John Tube e Let’s Sky) che declinano in vari modi il tema dell’assenza. Passiamo insieme a lei un’ora in una chiacchierata piacevole, facendoci raccontare il suo percorso di artista e coreografa e come si è sviluppata la sua poetica nella ricerca delle potenzialità espressive del corpo.

Com’ è iniziato il tuo percorso di danzatrice e coreografa?

Il mio percorso è iniziato a diciotto anni quando ho conosciuto Roberto Castello durante un corso di formazione a Vicenza. Dopo aver coperto una sostituzione nel suo lavoro Biosculture, ho proseguito la collaborazione con lui per un paio d’anni, in particolare partecipando al progetto pluriennale Il migliore dei mondi possibile. Dopo questa esperienza, per un periodo mi sono allontanata come danzatrice per dedicarmi all’insegnamento in una scuola di danza. Parallelamente ho proseguito la mia formazione, non in ambito accademico, ma attraverso diversi e brevi percorsi di studio, occasioni incontrate grazie alla vivacità del contesto in cui mi trovavo in quel momento, ovvero Bassano del Grappa. Fra le personalità che più hanno segnato il mio percorso formativo mi piace ricordare innanzitutto la mia insegnante Barbara Canal, perché mi ha trasmesso davvero molta passione. In seguito è stato molto significativo l’incontro con Sara Wiktorowicz, dalla quale ho appreso l’importanza di un “sentire” specifico del corpo, restituito in una forma espressiva altrettanto precisa. Con Sara Wiktorowicz è nato inoltre il solo Grandmother, con il quale ho vinto un premio come miglior interprete che mi ha dato la preziosa opportunità di collaborare con Yasmeen Godder, artista che conoscevo e seguivo da spettatrice con interesse. Ritengo Yasmeen Godder una coreografa capace di non scendere a compromessi, radicale e per questo coraggiosa e provocatoria. Da spettatrice mi sono sempre sentita disturbata dalla sua opera. Credo che, in fondo, l’arte debba fare proprio questo: creare turbamento. La cosa interessante del suo linguaggio è che sembra “non scritto”: la coreografia scompare insieme al danzatore che diviene semplicemente una persona che danza. Sembra di essere di fronte a un movimento naturale e quotidiano, ogni gesto, anche il più virtuoso, è sempre dettato da un’urgenza. Questo fa in modo che la struttura coreografica, anche se ben sedimentata, venga scoperta di volta in volta sul momento da chi guarda. Grazie al lavoro con Yasmeen ho scoperto come aprire la relazione con il pubblico, come usare la paura generata dalla rottura della quarta parete e trasformarla in un modo di stare in scena. Anche per questo mi piace molto essere interprete: è un atto di fiducia e abbandono nell’altro, un’esperienza che apre uno spazio di opportunità creative.

Quando crei parti da una struttura scritta o da un’improvvisazione che vai a fissare in un secondo momento?

Solitamente parto dall’improvvisazione, tuttavia ogni lavoro ha genesi differenti. Per esempio con Animale –  in cui ho coreografato il danzatore Romain Guion – dopo una prima fase di ricerca sulla figura del pittore Antonio Ligabue, il punto di partenza fondamentale è stato un lavoro di improvvisazione su tracce sonore di rumori e versi del mondo animale, dal grillo al pinguino fino addirittura alle formiche. Questo mi ha permesso di capire come abitare un’idea attraverso il corpo, gettando in tal modo le basi della coreografia che poi è andata a fissarsi in una partitura precisa. Al contrario in Good Lack esiste solo una struttura di appoggio, una scrittura fluida che mi permette di interpretare i movimenti in scena più liberamente. In ogni caso, tendo a non avere mai nulla di preliminare: di base c’è un’idea vaga a partire dalla quale la mia azione prende avvio e prosegue in un continuo adattarsi al contesto e allo spazio in cui mi trovo. C’è sempre un abbandonarsi alla percezione del momento. Si tratta di predisporsi a un sentire specifico e di viverlo a pieno. La questione è chiedersi come prepararsi a essere un terreno su cui le cose si possono posare e non sfuggire via, capire cosa  scegliere di prendere e seguire. Credo che sia all’opera un’intelligenza dell’inconscio che agisce e guida, perciò tante cose succedono e non ne conosco davvero il motivo: accadono e basta, per intuito. Un po’ in tutto il fare artistico, penso, esista un flusso per cui le cose si fanno un po’ da sole e a un certo punto non è l’artista a crearle, quanto a inseguirle.

Come ti relazioni con la musica e il suono quando elabori una coreografia?

Anche in questo caso dipende dai lavori. In Animale è stato il punto di partenza perché ha stimolato un certo immaginario mentre in Good Lack la musica è arrivata dopo, a sostenere l’assenza di suoni iniziale. E anche laddove ci sono veri e propri brani musicali – come nell’ultimo solo dove abbiamo inserito una canzone popolare messicana – tendiamo a sfumarli o addirittura a farli apparire e scomparire, forse per accentuare un senso di solitudine, un’atmosfera onirica. Nel primo solo invece il brano di Offenbach è molto presente, laddove la danza invece viene meno, non si realizza mai, è come accennata. Direi che c’è come un’impossibilità di riempire quella musica, quasi con un certo disinteresse nei confronti delle aspettative del pubblico, al quale viene concesso il solo virtuosismo di assistere al gonfiarsi di una bolla di Big Babol.

In scena ti vediamo esibirti prevalentemente in assoli: pensi a te stessa come a una persona che lavora da sola? Che peso hanno le collaborazioni nel tuo percorso artistico?

È una domanda interessante. Nonostante io sia in scena spesso come solista, rifletto sempre di più sull’importanza delle sane collaborazioni, come quella attuale con Cosimo Lopalco, che sta arricchendo il mio modo di lavorare facendomi da sguardo esterno e donandomi spesso stimoli, suggestioni, parole che io a volte non trovo. Se si parla di autorialità, invece, credo dipenda dai progetti: Punk, per esempio, viene da una proposta di Cosimo ed è da considerarsi uno spettacolo tanto suo quanto mio. Per altri lavori, invece, mi ritrovo da sola a prendere decisioni, instaurare collaborazioni, curare la promozione. Questo a volte risulta pesante, ci sono dei momenti in cui desidererei avere una figura che mi accompagna e affianca, ma poi mi rendo conto che, in fondo, la solitudine della creazione e di quello che la circonda è una mia scelta. Certamente la scarsità delle risorse economiche incide nella decisione di prediligere il lavoro da solista a quello di gruppo. Non mancano e non sono mancate occasioni di creazioni collettive – come per esempio con rete anticorpi lo scorso anno – ma spesso si tratta di esperienze che si interrompono sul nascere, rimanendo dunque solo un tassello del percorso.

Entrando in merito al trittico che hai portato qui a Ipercorpo, Good Lack (progetto del 2016), come hai lavorato alla sua costruzione, anche in relazione al tema dell’assenza, e di che cosa ti sei nutrita nel processo creativo?

Direi che è stato uno stimolo venuto dall’esterno a farmi  inciampare in questo lavoro. Durante una residenza artistica a Bassano del Grappa ho avuto occasione di vedere il solo Douglas del danzatore inglese Robbie Synge, tutto giocato sulla relazione del corpo con gli oggetti: su questo “tema” la drammaturga con la quale lavoravo mi chiese di improvvisare una variazione, inglobando oggetti sempre diversi alle mie proposte di movimento. Ho trovato questa idea subito molto stimolante, mi affascinava capire come elementi esterni potessero dettare un cambiamento al mio stare in scena e determinare la direzione dei miei movimenti. Sulla base di queste improvvisazioni è nato Back Pack, il primo solo del trittico.  Per Let’s Sky, il terzo quadro, mi sono nutrita di altri spunti. L’idea di partenza era di esplorare il tema dell’assenza attraverso la sottrazione del corpo dalla scena, ma è stato un dettaglio dell’opera di Paul Klee (La città vecchia e il ponte) a suggerirmi uno spunto concreto sul quale lavorare: a lato del quadro si trovava un piccolo grumo di colore nero, una specie di ragno, circondato da piccoli quadrati colorati. È stata questa immagine a stimolarmi nella creazione della “cella” di scatoloni che lentamente ingloba e cattura il corpo. Ci sono anche altri elementi che possono concorrere in modo significativo alla fase di creazione, per esempio il suono. Nel secondo solo, John Tube, il lavoro sul suono è sopraggiunto quando ho sentito la necessità di dare voce all’oggetto che porto in scena con me, il tubo (contenitore del tappeto danza). Così ho chiesto a Andrea Cera, un compositore con cui collaboro spesso, di creare una musica partendo dai suoni generati dal mio respiro soffiato dentro il tubo. Mi piaceva l’idea che a riverberare nello spazio fosse questo “essere insieme”, l’uno e l’altro la stessa cosa, smaterializzando il confine tra me e l’altro.

Per quanto riguarda gli oggetti che porti in scena, mentre nel primo e nel terzo quadro hanno una funzione dichiarata, nel secondo il tubo sembra acquisire un significato metaforico, astratto e i tuoi movimenti ci hanno ricordato un momento rituale, quasi sciamanico. Cosa ti ha portato a esplorare questa dimensione?

Si, esatto, nel primo e nell’ultimo l’oggetto mantiene la sua funzione dichiarata e, per certi versi, prevedibile. Per esempio in Back Pack quando indosso il primo abito lo spettatore già si immagina che li indosserò tutti; lo stesso vale quando inizio a toglierli. In quel caso mi interessa capire quale immagine continuamente riesco a restituire mediante questo processo di stratificazione. In Let’s Sky, invece, l’azione del collocare gli scatoloni-mattoncini è funzionale alla costruzione di quel muro dietro al quale alla fine scompaio, sostituita dalla mia immagine virtuale. Il tubo presente in John Tube è invece un enigma, un mistero che lo stesso oggetto porta in sé nel suo stare in scena decontestualizzato. Mi interessava valorizzare il suo potenziale evocativo senza però cadere nella narrazione, aprendo quindi a scenari possibili che restano incompiuti, continuamente interrotti da un’altra immagine che li sostituisce, li cancella o forse vi si sovrappone soltanto. In questo senso cambia anche la mia relazione con il tubo, il modo in cui mi rapporto, il gesto, lo sguardo…

Quindi si può dire che il trittico nel suo complesso sia un racconto della relazione dell’uomo con l’ignoto?

La questione sottesa in molti dei miei lavori è la relazione con l’altro da me, che può essere l’animale, l’oggetto, un altro essere umano… Perciò, più che il rapporto dell’uomo con l’ignoto, direi che Good Lack sia piuttosto il racconto del bisogno universale di sentirsi amati, un profondo desiderio che riguarda non solo gli esseri umani, ma anche gli animali e forse addirittura le piante. Alla fine dell’ultimo quadro (Let’s Sky) la me virtuale tiene in mano un piccolo ventilatore con dei led rossi, i quali si illuminano mostrando la scritta “ti amo”. Forse ci penso solo ora, ma mi viene da dire che la questione sottesa a Good Lack giri tutta attorno a questo rivolgersi all’altro nei termini di una relazione che sottende sempre una richiesta di accettazione e accoglienza.

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