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[Ipercorpo #5] Corpi gemelli. Due sguardi su Twin di Luna Cenere
di Lucia Oliva Ilaria Cecchinato pubblicato in Recensioni il 4 Ottobre 2020 0 commenti 6 minuti di lettura
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Flash – Le forme del corpo e Twin

Una figura immersa in un universo astrale si staglia nella penombra, immobile. Suoni abissali e viscerali pervadono lo spazio tutt’intorno, mentre la sagoma prende vita in lenti e geometrici movimenti. Tenui barlumi di luce ne rivelano i tratti, scoprendo un corpo nella sua naturale nudità. Ha inizio così Twin, spettacolo della coreografa e performer Luna Cenere, andato in scena il 2 ottobre a EXATR, secondo giorno dell’ultimo fine settimana di festival “Ipercorpo – Tempo reale“.

Ed è proprio sulle interazioni fra la dimensione reale del corpo e il suo doppio virtuale che in parte si costruisce il percorso di ricerca di Luna Cenere. «La mia indagine – racconta la performer durante il dialogo pomeridiano con Roberto Fratini Le forme del corpo – si basa su un esercizio di sottrazione della persona, per spersonalizzare il corpo e vederlo come altro, come incarnazione di tutti quegli elementi (naturali, mitologici, simbolici, tecnologici…) che lo costituiscono». Nutrita dai suoi studi umanistici e antropologici, e da una formazione accademica internazionale, l’interesse della giovane performer si concentra nell’esplorare le potenzialità espressive del corpo come veicolo di immagini, tramite di universi astratti e memorie collettive (come avviene in uno dei suoi primi studi, Kokoro); una sorta di tentativo di trasmutazione del corpo nella dimensione inesplorata delle sue componenti nascoste e delle sue capacità comunicative potenziali.

Nello specifico di Twin, la ricerca di Luna Cenere si estende in un’indagine delle interazioni del corpo naturale con la tecnologia, intensa non soltanto nei termini di dispositivi digitali, ma anche come insieme di tutti quegli strumenti realizzati dall’uomo nel corso della sua evoluzione, atti a estendere le proprie capacità. «C’è sempre un impatto – spiega – un riflesso fra ciò che l’essere umano è, e ciò che esso stesso crea. Non si tratta necessariamente di un rimando in negativo, dipende sempre dall’uso che facciamo della tecnologia. A me interessa capire come il corpo risponde a questi stimoli, come si presenta e in quali possibili prospettive». In scena vediamo la sua immagine sovrapporsi e confondersi con le atmosfere digitali realizzate dal visual artist Gilles Dubroca: il suo corpo si fa sagoma, a tratti perde la sua tridimensionalità per appiattirsi, a volte si trasforma in ignote creature, esseri mutaforma e multiformi dai rimandi ancestrali. La gestualità è estremamente controllata e precisa, un lento rigore che ricalca i movimenti di luce che da leggeri riflessi si fanno accecanti abbagli, rapide intermittenze a scorrimento, sensori di codici a barre, mentre la musica si alza e incalza in suoni digitali che si confondono con bassi rumori indistinti provenienti da quel vuoto spazio extraterrestre. Il corpo sembra così farsi abitare dall’universo visuale e sonoro che, una volta inglobato, lo trasforma in altro da sé: è un proporsi come diversa esperienza percettiva, sia per la performer che per il pubblico. «Il corpo deve esistere come elemento da interpretare nel modo più aperto possibile – spiega Luna – «una narrazione mai unilaterale ma che si adatta all’interpretazione altrui».

Twin si rivela un lavoro capace di giocare sulla stimolazione percettiva della vista e dell’udito mediante una coreografia e uno stare in scena di un corpo che abita lo spazio liminale fra natura e astrazione virtuale, facendosi attraversare da quell’ambiente per un incontro carnale col reale.

Ilaria Cecchinato

Focus – Twin

Luna Cenere attraversa le galassie, eterea, celeste, eppure precisa figura umana: una venere quattrocentesca in orbita, una ninfa botticelliana a passeggio nel firmamento come una testimone muta e bellissima della nostra civiltà, come una figura della sonda Pioneer che prende vita. Così si apre Twin, creazione della coreografa napoletana in collaborazione con l’artista visivo Gilles Dubroca. Se in Kokoro è corpo-materia che si plasma, si torce, si posa per divenire figura solo in alcune emersioni, in questo lavoro il processo di figurazione è più evidente, e la relazione tra elemento fisico e elemento visuale è al centro di tutto il progetto di ricerca di cui Twin è solo la prima tappa.

Il tappeto di stelle copre, o per meglio dire ammanta, l’intera scatola scenica, pavimento e fondale, creando l’illusione di un abbraccio tridimensionale per quella che è una costruzione ostinatamente frontale, bidimensionale. Luna “si mette in posa”, indossa la figura come un vestito sul corpo nudo ma solo per un attimo, il tempo di un’instantanea che subito cade, una posa che si spegne in un’altra immagine e riecheggia per poi tornare, simile ma diversa come pulsazione di retina. La danza procede così, cesellata in un’emersione di immagini, tutte con una loro precisione che allerta un riconoscimento, anche se a volte solo sfumato, come un’eco, nel catalogo immane della memoria collettiva. Le figure si moltiplicano e si posano una sull’altra abitando con questa modalità iconica e immediata i vari ambienti orchestrati da Dubroca. Si passa dal firmamento a una simbologia quasi tarologica, da anfora rovesciata che disperde un pulviscolo siderale, a una processione di soglie che la coreografa attraversa con un incedere lento, ritmato dall’alternarsi di buio e luce ma che con un’improvvisa accelerazione rimanda agli studi sul movimento di Muybridge, quasi un corpo leonardesco fermato nel dipanarsi del gesto in un affastellarsi continuo di flash. E poi, con una nuova virata, il sistema binario di accensione e spegnimento diviene codice a barre, macchina stritolatrice che toglie spazio e respiro.

La danza è anche, ma non solo, gesto e figura, modalità espressiva intensificata o al contrario spogliata che si coagula in memoria retinica, si cristallizza in una configurazione di luce e da questa apre l’accesso a altri mondi, altri immaginari. Così sembra fare Luna Cenere, in viaggio tra passato (anche simbolico, mitologico, iconico) – nel flirtare con chi è venuto prima di lei, le avanguardie storiche, le ricerche su immagine e movimento, corpo e tecnologia, le sperimentazioni su ambiente visivo e corpo scenico – e futuro. Un futuro ancora incerto nel costruirsi, sembra dirci la coreografa, come quella lama di luce che esplora il buio della scena, arcano radar per intercettare ciò che ancora ha da venire, con una figura potente e nuda che sosta al centro e, sulle parole di una voce da astronave, inizia un movimento che scorre sulle giunture morbide eppure nette del corpo. La danza attraversa alto e basso, destra e sinistra, in una cartografia che pian piano sembra abbandonare la bidimensionalità per affacciarsi sull’inclinazione tridimensionale, per protendersi verso la platea. Un movimento che sembra cercare se stesso o forse quel suo gemello a cui allude il titolo, sia esso il corpo-immagine o il corpo di carne, così tanto inscindibili nel mondo che abbiamo attorno.

Lucia Oliva

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