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[Ipercorpo #4] Il pezzo in più. Alcune coreografie di Francesca Foscarini
di Lucia Oliva pubblicato in Recensioni il 2 Ottobre 2020 0 commenti 5 minuti di lettura
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“Ipercorpo”, in questa edizione pandemica, diviene quasi un iper-corpus, un approfondimento nella proposta artistica di differenti sguardi autoriali che moltiplica i testi e le modalità dell’incontro. La prima ospite del secondo weekend di festival è Francesca Foscarini, coreografa veneta con all’attivo diverse produzioni di varia natura ma che le contingenze estremamente particolari di questa edizione hanno spinto a portare al festival il trittico di assoli Good Lack, la cui prima apparizione, almeno nel suo momento iniziale, risale al 2016.

La giornata procede attraverso un incontro-dialogo con Roberto Fratini, drammaturgo e studioso di danza il cui sguardo è capace di illuminare e disvelare le domande sottese alla poetica ma anche alla “politica” delle questioni messe in danza, per continuare poi in un vero e proprio workshop condotto dalla coreografa in cui le questioni teoriche già discusse vengono agite e sperimentate dai giovani performer della Paolo Grassi e da chiunque desideri avventurarsi in questa esplorazione.

Ci si avvicina quindi per tappe al momento spettacolare a cui è riservata la serata: una creatura a tre teste indipendenti tra loro eppure un unico corpo, un assemblaggio che diviene particolarmente significante nella sua totalità. Good Lack, rivisto oggi alla luce di quanto la Covid19 ha portato nel mondo, acquista paradossalmente una nuova risonanza, quasi una seconda veste profetica e sottilmente inquieta, in cui la buona fortuna si trasforma inesorabilmente in una mancanza, un’assenza multidimensionale e vorace.

Il trittico procede infatti con acuta semplicità e altrettanto ordine verso la rarefazione del gesto, del contesto e delle referenze. Se nel primo quadro un quotidiano minuto e prosaico si articola e si polverizza nell’utile insignificanza delle nostre possessioni, nel secondo movimento entra in gioco l’aspetto del sacro come estremo altro da sé, emblema totemico a cui ci si inchina, si chiede, si offre ed infine si porta a sé, in un’esplorazione che con leggerezza e rigore flirta col grottesco della natura umana, mentre è il terzo assolo che nella messa in forma dell’ambiente rapisce il fare del corpo per restituirlo solo come proiezione sullo schermo di cartone appena costruito.

Backpack, questo il titolo del primo brano, è la danza più referenziale dell’intero lavoro. Procede per figurazioni evidenti, in cui la Foscarini è dapprima testuggine carica dei sui averi, uno zaino sulle spalle che porta in sé tutto il suo mondo, strati e strati di abiti che diventano cose e modi di essere. Il lungo collo e gli arti filiformi della danzatrice si dipanano da questa figura di tartaruga, esplorano lo spazio in singulti morbidi, si avvolgono su loro stessi in una spirale infinita per rientrare e ritirarsi nuovamente nel guscio. La creatura incede, cerca e infine si ribalta e rompe la sua casa. Qui la danzatrice, anche in contrasto con la qualità precedente, entra in una dimensione di frenetica compulsività. Aggiunge pelle su pelle, strato su strato, imbottisce la bocca di chewing-gum e il corpo di abiti fino a chiudere il tutto con un giubbotto salvagente. Quella che appare è una figura emergenziale, che porta con sé tutti i suoi averi, che tenta di prendere il volo senza riuscirci, che corre in cerchio mentre la sua energia si sfalda contro il muro di cartone alle sue spalle e ha ovviamente un sottotesto e una referenza a un’attualità drammatica e atroce ma che la coreografa gioca sempre sul filo del readymade, quasi un objet trouvé che diventa, solo se noi vogliamo, uno dei mostri più terribili del mondo di oggi.

John Tube è una rivalorizzazione, cui fa però immediatamente seguito un’ulteriore spoliazione, di un lungo tubo di plastica nero, quello a cui si avvolge il tappeto danza che ci rivela l’autrice in un momento di dialogo. Nel movimento e nella creazione dei riverberi dello spazio è qui evidente come questi nascano dalla relazione con l’oggetto che passa da essere presenza totemica e apertamente religiosa ad appoggio e sostegno, partner, dispositivo pneumatico, ostacolo e “palo” vero e proprio per una danza a testa in giù. La gestione della luce irradia dalla dimensione oracolare alla penombra da night club attraversando dimensioni più interlocutorie da assemblaggio Ikea, quasi a chiedersi cosa farsene di questo oggetto, il pezzo in più che resta quando ogni altra cosa ha già trovato il suo posto. E questa condizione residuale, questo “in più” che non si sa dove sistemare trova la sua possibile soluzione nel terzo movimento, Let’s Sky. Quasi con feroce sagacia, il pezzo in più si rivela essere il corpo stesso, oggi più che mai oggetto e territorio da controllare, incasellare e infine estromettere dal discorso pubblico, in una progressiva virtualizzazione della presenza nell’arena collettiva. Qui la Foscarini procede con metodica accuratezza a costruire una prigione di cartone, utilizzando come mattoni delle scatole ordinatamente impilate sul fondo dello spazio.

L’azione è chiara e la funzione anche, Foscarini cammina avanti e indietro trasportando gli scatoloni e assemblando i quattro muri, ma poco a poco la parete rivolta verso il pubblico si rivela essere uno schermo, e ogni tassello aggiunto svela una parte ulteriore dell’immagine, come un gigantesco pixel illuminato all’improvviso davanti a noi. Si tratta dell’immagine virtuale della danzatrice ripresa dall’alto e restituita in uno sdoppiamento specchiante che amplifica e confonde le direzioni mentre l’inesorabile costruzione poco a poco occlude la vista. Rimane solo questo corpo di luce, una proiezione residuale nell’imprigionamento del corpo di carne, e la luce danza, turbina nei suoi confini e infine ascende al cielo, ma un cielo elettronico la cui dimensione verticale è solo un’illusione permessa dal gioco di prospettive. Un’allegoria evidente, anticipatoria, di un trascorso collettivo non ancora risolto, in cui la moltiplicazione tecnologica della nostra presenza tentava invano di sopperire all’impossibilità di essere in corpo. Eppure il corpo rimane, seppur recluso, quel pezzo in più che non fa terminare il gioco, che smaglia le griglie del controllo, che non possiamo compiutamente sistemare, sterilizzare, ammaestrare.

L’ultimo sguardo della danzatrice quasi un’invocazione al fuori, a noi, all’unico orizzonte realmente percorribile nel dispositivo spettacolare: quello di una comunità ancora una volta riunita nell’indomabile realtà della presenza.

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