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[Ipercorpo 2022] Cartolina #8 - Gran finale 
di Damiano Pellegrino Francesco Cervellino pubblicato in Materiali il 6 Giugno 2022 0 commenti 6 minuti di lettura
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Una volta fuori dal Teatro Félix Guattari di Forlì, raggiungiamo a piedi il centro della città e ci lasciamo alle spalle l’ultimo lavoro del gruppo romano Muta Imago, dal titolo Sonora Desert. Abbiamo appena compiuto, insieme a un ristretto gruppo di persone, un’esperienza di ascolto, super-visione e perdizione, articolata lungo tre ambienti differenti, assemblati, installati e arredati di volta in volta dalla compagnia nelle città in cui viene presentato questo esperimento. Non ci sono interpreti e non c’è un’azione drammatica: tutto è basato sul potere della percezione e dell’immaginazione concesso a ogni singolo partecipante. Dopo avere lasciato tutti i nostri effetti personali all’interno di una scatola numerata, a piedi scalzi raggiungiamo un lungo corridoio in cui ai lati sono esposte pagine di un diario privato scritte a mano e numerate giorno per giorno. Sotto forma di appunti, sensazioni, divagazioni, scarabocchi, disegni e piccoli frammenti letterari una voce in prima persona restituisce il resoconto di un viaggio, compiuto nel deserto di Sonora. Più che una cronaca scritta si può intravedere sui fogli quasi un’investigazione o perlustrazione disgregata di quel territorio americano, portata avanti da un’identità anonima attraverso la raccolta di suoni e la loro riesposizione tramite onde sonore, la misurazione delle temperature climatiche o un’attenzione rivolta a un esercito di formiche rosse. Poi ci spostiamo in una sala più grande dove a raggiera sono collocate delle amache su cui ciascuno può sprofondare. Tra sonno e veglia e in una sala completamente buia, l’impulso di colori, forme e suoni di intensità diversa avvolgono e stordiscono per circa trenta minuti tutti i partecipanti. Adesso tutto può accadere soltanto nella nostra mente. Quasi in uno stato di dormiveglia raggiungiamo l’ultimo ambiente: allineati a terra riconosciamo alcuni testi che potrebbero aver accompagnato l’indagine di Muta Imago per la creazione di questo lavoro. Invitati a sorseggiare un bicchiere d’acqua o di tè caldo, un ristoro offerto dopo un lungo viaggio che ha il sapore di un solenne abbraccio, facciamo quadrato con tutti gli altri partecipanti, con cui finiamo per scambiarci degli sguardi di intesa o delle parole e sfogliare insieme alcune pagine dei volumi. Ancora una volta il teatro ha permesso un incontro, totalmente accidentale, questa volta in una camera delle meraviglie, allestita per l’occasione, simile a una piazza del sapere, del raccoglimento e del riposo.

Lungo il tragitto che siamo obbligati a compiere per tornare negli spazi di EXATR, dove si svolgono tutti gli altri appuntamenti di Ipercorpo, scopriamo un’area della città mai percorsa e totalmente differente rispetto al resto della città. Case basse, vicoli stretti, percorsi obbligati o strade che si biforcano a destra o a sinistra. Si respira una quiete profondissima. Con un leggero turbamento alla testa e un brulichio agli occhi festanti e agitati, dopo l’esperienza di perdizione di Sonora Desert, facciamo una breve sosta di fronte a un tabernacolo posto a un incrocio che inquadra una Madonna con il Bambino dipinti in grande formato. Ancora un’altra visione, ancora altri colori, ancora delle forme su cui perdersi.

Alle ore 19:00 Davide Ferri richiama il pubblico attorno a sé. È arrivato il momento della presentazione delle ultime due opere artistiche che vanno a completare la sezione arte di questa edizione. Questa volta il percorso comincia da fuori, nel punto in cui è collocato il piedistallo sovrastato dall’opera scultorea di Nicola Samorì, primo lavoro presentato durante il festival, dal quale prende origine l’intera partitura-mostra d’arte immaginata da Ferri per questi otto giorni. Ad attenderci all’interno del capannone di EXATR ci sono ancora le opere degli artisti Gregorio Botta, Michele Tocca, Beatrice Meoni e Margherita Morgantin, presentate nei giorni scorsi. Mentre procediamo, Filippo Tappi, l’ultimo protagonista di questa sezione, è impegnato nell’allestimento di una delle sue due installazioni. In un piccolo braciere posto al centro dello spazio ardono foglie verdi e ramoscelli. Avvertiamo l’odore, che ci toglie il respiro. Mentre gli assistenti di Tappi soffiano sulla fiamma per tenerla viva, si alza un grande fumo e l’azione ci rimanda ad antichi riti sciamanici. Quest’opera si chiama Ricetta. Il piccolo braciere ci riporta ad altri mondi, ad antiche pratiche appartenenti a culture lontane e a noi sconosciute. E quest’idea trova conferma quando Tappi ammette che l’opera nasce da una ricerca specifica connessa alla produzione dell’inchiostro. Ci spiega, infatti, che l’atto di bruciare arbusti, raccoglierne le ceneri e mescolarle con l’acqua era un antico metodo di produzione del colore. E ancora l’inchiostro è il soggetto della sua seconda opera, Link: un grande asterisco nero traslucido, appeso su un muro bianco. Il mezzo con cui è stato realizzato è inchiostro essiccato, un materiale che arriva dall’antica tradizione cinese. Chiudono l’ultima giornata del festival lo spettacolo Circo a puà di Francesca Mari, di cui rimane impressa nella memoria la sua coinvolgente impresa di salire su un monociclo alto due metri mentre lancia in aria dei coltelli, e i due corti di danza all’interno del contenitore En Avant!, sviluppati dagli allievi della scuola di teatro Paolo Grassi Rafael Candela, Carmine Di Pace, Rossella Del Vecchio, Filippo Bonacchi e Federica D’Aversa. In Soul Space, il primo, alle spalle e sui corpi dei due performer compare la proiezione di una stanza, fotografata dall’esterno, che i due sono chiamati a condividere con i lineamenti le oscillazioni dei movimenti e il gioco delle ombre. Il secondo lavoro si intitola Carne. Un cerimoniere mascherato accompagna all’altare una coppia. Tutto sembra andare per il verso giusto finché la scena si ribalta, il ritmo accelera e le grida e i turbamenti dei protagonisti ci trascinano nel finale, che si chiude con un lento, smorzato dall’oscurità.

Il gran finale di questa lunga sequenza di cartoline spetta a un’ultima fotografia, scattata dal primo piano della palazzina in cui si trovano gli uffici dell’organizzazione del festival. Il cortile si è quasi svuotato e la fotocamera prova a trattenere ancora un frammento di aria che circola nel cielo.

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