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[Ipercorpo 2022] Cartolina #5 - Scrivere col vento
di Damiano Pellegrino Francesco Cervellino pubblicato in Materiali il 3 Giugno 2022 Un commento 5 minuti di lettura
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– Pronto. Dove siete? Gregorio Botta sta per presentare la sua opera al pubblico e poi comincia l’incontro. Fate in fretta. – Siamo tornati a Forlì, le strade del centro sono deserte e una bandiera col tricolore sgualcita e tutta brandelli dalla facciata della Cassa dei Risparmi saluta coloro che hanno deciso sin dalla mattina di lasciare la calura della città per raggiungere il mare. Cervia, Cesenatico, Rimini. Una parata di automobili sfila in marcia e spicca il volo verso la costa rispondendo al cerimoniale ufficiale dei festeggiamenti della Repubblica. Il turbinio improvviso della voce al telefono è un avvertimento a fare in fretta e raggiungere gli spazi di EXATR, l’ex deposito delle corriere A.T.R in cui si alternano tutti gli appuntamenti in programma, eccetto uno, della seconda e ultima parte del festival Ipercorpo da giovedì 2 giugno 2022 fino a domenica 5.

Quattro ventilatori, posti agli angoli di una piccola stanza, gettano raffiche d’aria sulle pagine bianche di dieci volumi, agitati e fluttuanti come bandiere su magri piedistalli in ferro battuto. Un vento continuo e visibile muove tutti i fogli. Grecale è il titolo dell’installazione di Gregorio Botta, che fa da pendant al busto scultoreo ricurvo e disincarnato di Nicola Samorì simile a una bandiera spolpata e mossa fino al limite delle sue possibilità dall’aria che respira. Il lavoro di Botta custodisce una discendenza lontana – ammette l’autore durante l’incontro con Davide Ferri – risalente fino al Rinascimento italiano e alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, che ha ispirato proprio un altro suo lavoro realizzato questa volta a Siena nel 2006. In quel caso, La porta di Pietro si animava grazie a una bufera d’aria provocata ancora dai ventilatori. Grecale, dopo essere stata esposta all’interno della cripta della basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, trova asilo a Forlì in un’altra cappella, un luogo consacrato in passato al tran tran dei dipendenti della società dei trasporti. Un ex ambiente di lavoro ospita, adesso, un concepimento tra aria e lettere potenziali, un parto causato da un vento dell’est che nasconde delle parole segrete da tracciare su pagine bianche. Il vento, oltre a far sventolare le bandiere, è anche verbo e può dirci qualcosa se facciamo in tempo ad aprire le finestre. Dopo l’incontro riusciamo a intercettare Gregorio Botta e lo sollecitiamo su alcune questioni che riguardano i suoi incontri fugaci col teatro, l’opera che ha presentato in questa occasione e la sua doppia attività di giornalista e artista portata avanti per tutta la sua carriera, dividendosi tra la ricerca in studio durante la mattina e la scrittura all’interno delle redazioni de l’Unità e di Repubblica fino a tarda sera. In questo breve frammento sonoro riportiamo alcune sue parole:

Alle ore 21:00 una piccola folla si alza dai divani nel cortile per spostarsi verso l’ingresso del teatro-tenda. Buio. Rumori ritmici. Ad alcuni sembrano i vagoni di un treno, ad altri il galoppo di un cavallo o percussioni sempre più prossime. Due figure, fluide, quasi impercettibili. Gli occhi ci mettono un po’ ad abituarsi al ritorno della luce in scena. Il loro movimento, costante ma lento, dà allo spettatore la sensazione che tra lui e la scena ci sia un filtro, come se i due interpreti uscissero da un’oscurità liquida e acquatica. Due esseri fantasmatici. La luce cresce e le figure sinuose prendono forma. Un uomo e una donna. Portano su una spalla una bandiera, che sembra di poter cadere da un momento all’altro ma rimane in equilibrio, svuotata di ogni connotato, vuota come la scena. Solo due corpi e due bandiere, agitate, lanciate e stese a terra attraverso un’ininterrotta sequenza di movimenti, che rimanda alla pratica degli sbandieratori che soltanto per alcuni momenti si incastrano e si respingono. Le bandiere diventano vessilli, sipari, sudari.

Stiamo assistendo ad AeReA, prima parte di un dittico dei performer Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, danzatori, studiosi di arte visiva e scenografi sulla carta dopo gli studi all’Accademia di Belli Arti a Roma. Tutte queste cose e nessuna di queste perché le incasellature servono più agli altri che a noi – ci dicono dopo lo spettacolo. Da anni ormai vivono tra Berlino e Torino, in una costante ricerca di nuovi paesaggi da mostrare al pubblico. E lo spettacolo è una vera sequenza di tableaux angosciosi e gloriosi, corpi che si tappano la bocca a vicenda, si svelano e si nascondono dietro questi drappi senza identità. Si dominano l’un l’altro e viaggiano in una storia dell’uomo e di questo suo strumento, che va dalla vitale affermazione dell’identità alla morte. Dalla conquista alla perdita di ogni cosa. Una serie di scene in continua traslazione, che lasciano lo spettatore impotente, come di fronte a un catalogo di possibilità, tutto accompagnato dall’utilizzo virtuoso delle bandiere, uno strumento potente ma anche limitante. Ci piace metterci in difficoltà –  aggiungono durante la conversazione – e ci siamo resi conto che partiamo sempre da un problema perché ci troviamo comodi nell’essere costantemente scomodi. Alla fine Ginevra ed Enrico spariscono nel buio, imbracciando le due bandiere che, dopo continue rotazioni, si assotigliano, fino a scomparire avvolte su se stesse. Quegli stendardi, adesso, sembrano due spade. Due fantasmi evocatori di immagini archetipiche svaniscono così come erano apparsi.

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