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[Ipercorpo 2022] Cartolina #2 – Tutto si trasforma
di Damiano Pellegrino Francesca Lombardi pubblicato in Materiali il 28 Maggio 2022 0 commenti 5 minuti di lettura
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Il bilancio scritto della seconda giornata del festival va a ritroso. Insieme al resto degli spettatori lasciamo i locali bui e delimitati del grande hangar, uno dei luoghi dove si svolge questa edizione di Ipercorpo, per tornare a casa. Si è fatto tardi ed è quasi mezzanotte. Ci lasciamo alle spalle le macchine sceniche di Masque Teatro, che poco prima delle 23:00 ha presentato il suo lavoro Kiva, di cui sono già previste a novembre delle repliche nell’ambito della stagione del Teatro i di Milano. 

Se durante tutto l’arco del Novecento il capannone, dove è andato in scena lo spettacolo, ha ospitato gli scheletri delle corriere in sosta o da riparare della società di trasporti SITA, ieri sera ha lasciato l’aria al corpo guscio, corpo pianta, corpo ectoplasma – come preferiscono definirlo gli stessi Masque – di Eleonora Sedioli. Un corpo che non termina nei confini tracciati dalla sua epidermide ma è sempre anche altro. Negli impianti grigi e metallici, posti sulla scena, pensati da Lorenzo Bazzocchi e soggetti a continue e leggere trasformazioni, circola un moto a cui reagiscono lentamente i movimenti della performer, intercettati con grande sensibilità, delicatezza e prudenza dal disegno luci. Il declivio della pedana, posta al centro della scena, finisce per stabilizzarsi e tornare a essere ritta. Un tubo cilindrico, per tutta la seconda parte dello spettacolo, rigurgita escrescenze di fumo e sembra possedere un’energia propria autorigenerante. Sono macchine di un nuovo progresso dell’umanità, giunto alla sua fase finale, resti organici di un’urbanità residuale, idoli silenziosi senza alcuna più funzione che accolgono e danno asilo al corpo, incoraggiato a farsi sistema proteiforme e organismo potenziato, divenendo altro. L’energia all’interno di quelle forme fende lo scheletro evaporato e traslucido di Eleonora.

Al buio che copre gli spazi della scena e del capannone, rendendo indistinguibili le forme di queste macchine e del corpo della perfomer anche durante gli applausi finali e donando un profondo mistero alla visione, quasi un rebus o un enigma arcano a cui si sono concessi gli spettatori, fanno da contrasto le luci colorate che illuminano il cortile a cielo aperto, luogo pulsante del festival. E qui facciamo la conoscenza di Chiara, abitante di Forlì e presente in sala insieme a noi come spettatrice durante la replica dello spettacolo previsto alle ore 21:00 Beast without Beauty di Carlo Massari/C & C Company. Accogliamo le sue parole a caldo subito dopo la fine di questo lavoro, proponendovi qui un frammento audio del dialogo che abbiamo avuto con lei.

Continuiamo a muoverci all’indietro, come gamberi, e a ripercorre la giornata di ieri. Alle ore 17.00 è stata la volta di #sunflowerexperienceun progetto coreografico in cuffia della danzatrice Lucrezia Gabrieli e del sound designer Giacomo Calli. Abbiamo partecipato alla performance in uno spazio insolito, un parco con pochi alberi e l’erba gialla bruciata dal sole, incastrato tra scale di cemento, palazzi residenziali, edifici austeri, come quello che ospita la sede di Fideuram – Intesa San Paolo, e I Portici di Forlì, centro commerciale abbandonato trasformato in skatepark dai giovani della città. Uno di quei luoghi situato ai primi margini del centro cittadino, in cui i genitori portano i figli a giocare nella piccola area attrezzata, e, similmente, altri tipi di genitori fanno scorrazzare i cani nella zona a loro destinata. 

Indossate le cuffie la voce di Lucrezia chiede di andarsi a posizionare in uno dei cerchi gialli presenti sul terreno, un’area molto limitata larga un metro. Da questo spazio costringente il pubblico è invitato a seguire le indicazioni in cuffia, a osservare nel dettaglio il luogo che lo circonda mentre Lucrezia danza liberamente nello spazio. I movimenti della danzatrice, che lo spettatore può scegliere se osservare o tralasciare, entrano in sinergia con la drammaturgia che invita a soffermarsi lentamente sui dettagli di ciò che ci circonda, obbligandoci a ricalibrare costantemente la nostra mente, abituata a fruire schizofrenicamente di contenuti sempre differenti. #sunflowerexperience, ci racconta Lucrezia a notte inoltrata seduta a uno dei tavolini del bar nell’EXATR, nasce durante la pandemia, quando il mondo si è fermato. Lavorando a distanza insieme a Giacomo Calli, hanno trovato nella dimensione intima dell’audio il mezzo adatto per raccontare la costrizione. A questo si aggiunge la volontà di indagare la vita di Van Gogh, di restituirne la fragilità e la sofferenza, invitando alla speranza: i girasoli trovano sempre il sole, così noi umani, per uscire dal buio, dobbiamo trovare la forza dentro di noi per girarci verso la luce. Da questo stimolo iniziale, danzatrice e sound designer, hanno sviluppato un dispositivo vuoto adattabile a diversi spazi, per cui hanno già immaginato la vita futura. #sunflowerexperience, infatti, prevede che, a seconda del luogo geografico in cui verrà programmata, la danzatrice verrà sostituita da una performer del luogo. È un peccato, ci racconta sempre Lucrezia, che le persone non conoscano gli artisti della loro città. 

Qui di seguito lasciamo un estratto della conversazione con Lucrezia Gabrieli da ascoltare, in cui si sofferma sulla capacità dell’individuo e delle comunità di riappropriarsi degli spazi. 

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