menu Menu

L'inutilità della critica nell'era digitale

In questo breve e non del tutto esaustivo articolo vorrei intraprendere una riflessione sulla condizione di apparente ininfluenza della critica nel contemporaneo. In un’era in cui è possibile reperire qualsiasi documento in tempo reale, diventa sempre più difficile comprendere il ruolo di colui che li selezionava, li studiava e li discerneva criticamente. Per capire se quel film di cui ho visto la locandina su Facebook potrebbe piacermi leggo le recensioni su internet di altri fruitori come me, spesso non più lunghe di due o tre righe, o di 140 caratteri, o meglio ancora sintetizzate in semplici figure ed emoji, quando non in sterili percentuali. Se invece voglio conoscere della musica che mi possa stimolare è sufficiente dare uno sguardo alla barra dei consigli su YouTube o navigare tra le proposte di Spotify, Deezer, Apple o Amazon music, tutte selezionate per me da un algoritmo che conosce a menadito i miei gusti, tracciati ed elaborati in modi non sempre trasparenti.
Questa nostra incoscienza dei meccanismi invisibili che regolano il flusso dei nostri interessi non è sentita come un peso, semmai come una liberazione dalle strette maglie delle riviste specializzate, dei programmi radio notturni, della tv commerciale. La figura del critico è percepita come vetusta e inefficiente, totem di una civiltà antica e incomprensibile. Esistono certamente delle nicchie dove la professione è ancora onorata da dei lettori, ma sono àmbiti in cui il più delle volte il fruitore è un collega di lavoro o un lettore già fortemente specializzato nella materia in ricerca di conferme da parte dell’esperto.

In un articolo uscito su Doppiozero, Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino si pongono la seguente domanda: «C’è ancora spazio per la mediazione culturale?». La questione è posta con uno sguardo privilegiato nell’ambito della nicchia critica del teatro contemporaneo, constatando l’esistenza di una nube di sguardi che raramente sono contaminazione ma piuttosto frammentazione, per cui

«la mediazione critica si pone nella cerniera tra reale e virtuale, tra “presente continuo” e memoria individuale e collettiva, tra espressione personale e dibattito pubblico. Il presente continuo della rete astrae dal contesto. Tutto è reale, tutto si fa virtuale, perdendosi in un flusso incessante che non si sedimenta in esperienza»

Il richiamo al “contesto” è il fulcro della riflessione dei due autori, ben sintetizzato in questa citazione di Christian Raimo presente nell’articolo:

«Quello contro cui i blog culturali cercano di resistere è una informazione culturale in senso pubblicitario; è una cosa che non serve a nulla; come non serve a nulla una critica che non è capace di mappare».

Mappare, contestualizzare, inserire in un discorso più ampio contro la tendenza a semplificare, tagliare, reprimere. Però, constatando le dimensioni del fenomeno, credo che a tutti prima o poi sia sorta questa domanda: e se invece che essere una mancanza, questa fosse un’evoluzione? Se nell’epoca della digitalizzazione del sapere l’esistenza del contesto si potesse suggerire attraverso altre vie, più efficaci di quelle della critica com’è pensata oggi? Se è vero che viviamo in una società post-fattuale, in cui i giornali seguono le fake news per vendere quelle poche copie in edicola, in cui i mezzi tradizionali non riescono più a fare filtro perché esautorati della loro autorevolezza dalla loro incapacità di leggere il presente, non è forse il critico un vetusto baluardo di un’epoca in piena dismissione?

Una critica finalmente libera

«La libertà è una forma di disciplina»
CSI, Depressione caspica (1994)

Non sono in grado di tracciare con accuratezza una cronologia puntuale sugli eventi che hanno portato allo stato attuale delle cose, ma ci sono alcune riflessioni da fare su dinamiche che, sebbene sviscerate più e più volte singolarmente, raramente sono state contestualizzate a dovere.
L’avvento dei blog nell’era primogenita di internet è stato anticipato da quello di siti di appassionati o esperti di informatica, pionieri del web ed esperti dei linguaggi informatici allora molto meno user-friendly. Un valido archetipo della figura del blogger la troviamo in Piero Scaruffi, una figura divisiva nell’ambito della critica musicale, in particolare nel sempre più piccolo segmento della musica rock. Il suo sito contiene più di 6.000 schede di artisti e band, ed è divenuto celebre nel web per le sue classifiche, un metodo brutalmente sommario di elaborare una sintesi critica, talmente condensata da risultare alla fine quasi a-critica. Certo, nel sito è concesso dello spazio all’analisi in delle schede dedicate, le quali però il più delle volte si riducono all’ennesima lista della spesa. Biasimato aspramente dai colleghi italiani e spesso tacciato di amatorialismo e «bufale complete» (citazione del musicologo Franco Fabbri), tutto questo diventa relativo nei confronti della mole di interazioni che vanta il sito web di Scaruffi. Nato nel lontano 1995, in realtà si fonda su un progetto risalente al 1986 (!) di mettere online una banca dati liberamente scaricabile via ftp (File Transfer Protocol). Aprendo a caso una scheda del sito ci troviamo di fronte a una mappatura dalle dimensioni epocali, ogni link rimanda ad altre schede, tutte collegate da un flusso storiografico che, per quanto impreciso e spesso approssimativo, resta un unicum assieme al tentativo enciclopedico di Wikipedia. Questa sua dimensione archetipica di un web che ancora doveva nascere ha fatto la fortuna del sito, ma non ha donato a Scaruffi alcuna autorevolezza in termini di critica. Ciò non toglie la sua enorme influenza nella rete: se difatti è molto probabile che, scrivendo su Google il nome della band che reputate più astrusa di tutte e che conoscete solo voi e nessun altro, capiterete proprio sul sito di Scaruffi, è altrettanto facile che finirete in uno dei suoi tanti epigoni. Ondarock, Rockit, Storia della musica e affini altro non sono che la conferma che il metodo scaruffiano è quello che meglio si presta alle necessità del navigatore moderno, laddove invece critici noti anche per l’avversione allo stesso, come Federico Guglielmi ed Eddy Cilìa, sono rintracciabili solo se avete il loro blog sul vostro RSS. Questo perché gran parte della critica nostrana legge con totale disprezzo la pluralità di sguardi del web, considerandola un gioco al ribasso dove chiunque è libero di scrivere a discapito delle proprie limitate conoscenze.

Nell’ambito della critica musicale questo è certamente dovuto anche per la facilità d’accesso alla materia prima, ovvero i dischi. Prendo in prestito questa riflessione dal blog Bastonate di Francesco Farabegoli:

«Prima dell’avvento di internet la principale arma a favore dei critici era l’accesso. I giornalisti di una testata riconosciuta ricevevano gratis i dischi prima che uscissero sul mercato; il loro lavoro era informare il pubblico su cosa sarebbe uscito un certo mese, dare un parere prima degli altri, eccetera. Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento. I giornalisti musicali oggi sono costretti a scrivere di dischi importanti che arrivano loro in streaming blindato a poche ore dalla deadline e la necessità di prendersi dei rischi legati all’impossibilità di far sedimentare l’ascolto. A volte le disastrose conseguenze di quest’evoluzione sono sotto gli occhi di tutti, la didascalica freddezza con cui vengono affrontati certi dischi-evento usciti a sorpresa, certi strafalcioni […] o le recensioni dei fake a metà anni duemila».

La mediocrità del giornalismo contemporaneo è certamente legata alla velocità con cui Twitter, Facebook, Instagram e YouTube rappresentano il mondo in diretta e senza filtri. Piuttosto che proporre un modello alternativo di approfondimento si cercano i titoli clickbait e le anteprime shock, affossando ancor di più la condizione disperata in cui verte il giornalismo italiano. Un esempio lampante di ciò si può notare quotidianamente sfogliando un giornale: i titoli sono quasi sempre frasi a effetto del politico di turno, e l’articolo diventa lo spazio per elencarle acriticamente. Una domanda inevitabile è quella relativa a se davvero alle persone interessi approfondire le proprie passioni attraverso una sguardo più informato. Ma la curiosità umana è un dato di fatto, lo stimolarla invece è un’arte.

I blog di critica sono un esempio perfetto di bassa risoluzione. Massimo Mantellini, un blogger che si occupa prevalentemente di cultura digitale in Italia, quest’anno ha pubblicato con Einaudi Bassa risoluzione, un suo tentativo di aprire una discussione in merito alla condizione di frammentarietà che si rispecchia non solo nel web ma nella vita di tutti i giorni. Rubo questo estratto dal libro di Mantellini:

«Nell’enorme confusione dell’attuale momento di passaggio fra la nostra vita analogica e quella digitale, assistiamo alla transizione da una società nella quale il racconto era selezionato attraverso criteri rigidi e unilaterali a un’altra in cui il terreno culturale può essere seminato e innaffiato da molti soggetti diversi. Anche la cultura forse si sta trasformando in un soggetto «a bassa risoluzione»: diviene sotterranea, parziale e difficile da interpretare. […] Forse la caratteristica del periodo di mezzo è esattamente questa: l’assenza di un contesto che riunisca le piccole parti in un disegno complessivo. Cento anni fa il racconto del mondo era raggomitolato dentro i romanzi di Dostoevskij, oggi le medesime storie riferite al nuovo secolo sono già tutte disponibili in piccoli formati. Come afferma William Gibson in una frase che su internet circola molto, “il futuro è già qui, è solo distribuito male”. Manca insomma un Dostoevskij contemporaneo che riunisca le parole digitali e questo sembra a molti, giustamente, un elemento di grande debolezza».

Ma se invece di un elemento di debolezza, la mancanza dello sguardo unitario fosse l’unica e più sincera forma d’espressione di questo “periodo di mezzo”? Mantellini alla fine del suo mini saggio si pone una questione che ho trovato straordinariamente lucida, partendo da questa premessa:

«La bassa risoluzione, intesa come scelta di riduzione delle aspettative legate alle opzioni tecnologiche, è un fenomeno che si presta immediatamente a una valutazione negativa e moralista, legata al nostro essere individui imperfetti e superficiali, specie quando messi di fronte alla fredda logica binaria dell’universo digitale».

In uno slancio ottimistico l’autore prova a sviluppare un punto di vista alternativo a quello moralista e conservatore che accomuna buona parte dell’élite intellettuale italiana:

«La bassa risoluzione spesso si rivela essere un processo di crescita culturale per altre vie, forse in parte casuali, il cui giudizio etico è spesso viziato in partenza dai nostri pregiudizi precedenti. Il racconto del mondo in bassa risoluzione attraverso le immagini imperfette dei nostri telefoni cellulari non mostra alcuna riduzione documentale rispetto ai sistemi utilizzati in precedenza, anzi, spesso, dentro quelle piccole immagini insignificanti, accade l’esatto contrario».

Quel “casuali” di Mantellini si lega a una dimensione poco esplorata di internet che analizzeremo più avanti. Ci basti sapere per ora che di casuale c’è poco o nulla nel processo di crescita culturale in atto nel sottoterra, un luogo ancora non abitato dalla critica e che sfugge ai suoi radar limitati da una grammatica non più al passo coi tempi.

Alla luce di quanto detto, appare piuttosto evidente che Scaruffi col suo sito rappresenta una forma primordiale di bassa risoluzione “distribuita male”, in cui lo sguardo si perde dentro nicchie mentre l’autore, tramite i link, tenta di dare una mappatura espansa, un’operazione più simile alla biblioteca di Borges che a un funzionale apparato critico. Però, pensandoci bene, il modello di Scaruffi ha funzionato così tanto perché si adatta al ritmo della navigazione sul web, un costante click verso nuove frontiere inesplorate, lasciar scorrere la punta dell’indice sullo schermo sperando che appaia qualcosa che sia valsa quello sforzo e il nostro tempo. Scaruffi ha costruito un sistema chiuso dentro il quale la curiosità viene forzatamente incanalata nel sito stesso, facendo in modo che fosse il fruitore il realizzatore della sua propria mappatura.

I blogger invece non ragionano in questo modo, e a ben vedere. Se il modello di Scaruffi poteva ancora andare bene nei primi 2000, risulta inefficace due volte nei confronti del solito YouTube, il quale durante i tuoi ascolti crea una mappatura che poi sarai libero di seguire dando la priorità a quello che vorrai. La prima volta che ascolterai Today’s active lifestyles dei Polvo, è probabile che come consigli ti compariranno i gruppi pop di moda adesso, e più avanti nei tuoi ascolti l’algoritmo mappandoti ti tenterà con Minutemen e This Heat, riconoscendo il tuo gusto e quindi anticipando la tua mappatura. Saltando a piè pari le comunque brevi schede di Scaruffi o di Ondarock, il fruitore può insomma trovare la musica che più gli confà semplicemente ascoltandola. A cosa gli serve a questo punto il consiglio del critico? Rubando un’altra citazione all’articolo di Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino:

«Come già aveva notato l’economista Alfred Marshall (1842-1924) alla fine dell’Ottocento: “Mentre nel consumo dei beni industriali, oltre un certo livello, la soddisfazione degli individui tende a decrescere, nella fruizione della musica vale il principio inverso: più la si ascolta, più la si apprezza”».

Ma apprezzare non significa necessariamente capire. I blogger dunque dovrebbero essere un argine contro la sintesi, giustificabile ai tempi del cartaceo, senza senso nel mondo virtuale. Purtroppo però l’idea di applicarsi così tanto a un mezzo non remunerativo come il blog non attizza i nostri migliori critici, che preferiscono di gran lunga le riviste, sebbene non le legga quasi più nessuno.

Le altre velocità della critica sul web

«La vita perde in velocità ciò che guadagna in varietà, in complessità, in conservazione»
Paul Valéry, Cattivi pensieri (1942)

Se è vero dunque che nella società liquida sperare di essere un argine efficiente sembra sempre più un’utopia, c’è anche la questione che non tutte le arti sono fatte per essere riprodotte su un player. Una delle questioni più pressanti del teatro contemporaneo infatti non è la sua contemporaneità, bensì il luogo da abitare. Il teatro contemporaneo italiano sta cercando una dimensione che non necessariamente ha bisogno della legittimazione sul palco di uno stabile, ma che si appropri di spazi condivisi altri. Comunque sia, la semplice idea che un’arte millenaria come il teatro possa scomparire a causa del digitale fa tenerezza. Nell’epoca della riproducibilità tecnica di qualsiasi opera, l’unica arte che sfugge a questo parametro è proprio il teatro, in crisi in Italia come qualunque altra forma d’arte, laddove stiamo vivendo uno declino culturale/economico in atto da più di trent’anni.

Dall’esterno il rapporto tra critica e teatro sembra incorruttibile e ancora intriso di una certa nobiltà, un po’ come quello tra la critica e l’opera classica. In realtà i moti e le correnti di pensiero che pullulano sotto la coperta non mancano, come anche la difficoltà a interfacciarsi alla dimensione digitale. Il rapporto invece tra critica teatrale e pubblico sembra indebolirsi, si fatica penetrare oltre lo spettatore già appassionato, il fruitore occasionale è più un miraggio che altro. Al contrario, uno degli ambiti critici più alla ribalta in Italia è certamente la critica cinematografica. Al netto di contenitori di dubbia qualità come MYmovies, esistono realtà che hanno il loro seguito e lavorano, però così dire, su altre velocità, senza cioè correre dietro l’uscita del momento. Spietati è uno di quelli: online dal 1999 e nato graficamente come un contenitore di schede non dissimile da quello di Scaruffi, oggi è uno di quei siti che si propongono come argine alla bassa risoluzione, quantomeno nei contenuti. Ogni film può essere recensito da più critici, rappresentando così nello stesso post diversi punti di vista, tutti ben argomentati e scevri di ridondanze stilistiche tipiche dei contenitori (breve riassunto della sinossi, opinioni sulla veridicità della recitazione, costante ricerca di una morale, gossip vario). Sebbene ci siano anche altre realtà a dimostrare che la critica cinematografica riesce a sopravvivere anche in formati “tradizionali” come i blog, va detto che la loro influenza è sempre più marginale nei confronti di nuovi e più dinamici media critici.

«Hello, I’m the Nostalgia Critic. I remember it so you don’t have to». Dal 2007 si presenta così Doug Walker, uno youtuber di fama mondiale che recensisce in maniera ironica e caustica film di un recente passato, ed è solo uno dei tanti che mantengono in piedi una piattaforma nata per essere un semplice aggregatore di video, divenuta a sua insaputa la più importante fonte di news feed e intrattenimento per un’intera generazione. Fare critica su YouTube significa molto spesso, anzi praticamente sempre negli esempi di successo mondiale, rompere i canoni sia stilistici che grammaticali della critica cartacea o comunque scritta. Non esiste più il critico che viene invitato alla trasmissione televisiva serale o al programma notturno radiofonico, oggi il critico è padrone del proprio medium. L’influenza di questi, appunto, influencer, è tale da spostare gli equilibri del mercato cinematografico e videoludico (ancora non esistono casi eclatanti per quanto riguarda musica e teatro), le loro opinioni hanno risonanza internazionale ancora più di radio e tv, e vengono discusse animosamente da utenti di tutto il mondo. Basti pensare a Philip DeFranco, uno dei più influenti opinionisti su YouTube, praticamente un’icona dell’infotainment (dei suoi quasi 7 milioni di iscritti, l’80% è tra i 18 e i 34 anni), o persino a un creatore di contenuti banali come PewDiePie, che in questi anni si è fortemente evoluto, passando dall’essere poco più che un comico di bassa lega a un’opinionista fortemente polarizzante (e ha 69 milioni di iscritti). Tra i critici spiccano poi quelli di cinema, come il tecnico Dan Olson di Folding Ideas, o Taylor Ramos e Tony Zhou, capaci di condensare brevissimi e precisissimi video-saggi nel loro canale Every Frame a Painting. Il linguaggio di questi “nuovi critici” però è un esempio ancora una volta di bassa risoluzione, perché se non conosci il mondo di riferimenti legati alla comunità su YouTube, sarà facile sentirsi come di fronte a un geroglifico incomprensibile. Leggendo taluni esimi critici nostrani questa non solo non sarebbe critica, ma addirittura questi “amatori” risulterebbero deleteri per il discorso critico tout court, delegittimando la categoria e abbassandone le pretese dei fruitori sempre più inebetiti dal demone lisergico del web.
Una voce fuori dal coro è, come al solito aggiungerei, quella di Goffredo Fofi. In un’intervista rilasciata da Fanpage, Fofi riflette così:

«Chi si accorge del nuovo “positivo” non ha grandissime specializzazioni, in questo senso i professori universitari ma anche i giornalisti sono perlopiù dei pubblicitari, non sono dei fabbricanti di idee, sono dei divulgatori. Gli specialisti sono quelli che capiscono di meno, perché non si può capire bene oggi un grande romanzo se non si sa qualcosa anche di cinema, di fumetti, di musica, se non si vive, se non si è dentro questa epoca radicalmente nuova per la quale le specializzazioni servono poco».

Fofi sta chiaramente tratteggiando la figura del critico, ma al tempo stesso denuncia uno degli elementi che hanno reso agli occhi di molti la critica come un esercizio superfluo, ovvero la perdita di autorevolezza.

L’autorevolezza giornalistica spesso e volentieri non era legata alla qualità del giornalismo stesso. Riprendendo la citazione di Francesco Farabegoli:

«Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento».

Lo stesso si può dire del giornalismo in senso generale. Non è successo nulla dal giorno alla notte, i giornali erano in crisi prima dell’avvento del web, il web ne ha semplicemente svelato il bluff. E questo vale anche per la critica.

Le altre velocità di internet

«Oh we can’t stand
All of your modern music
Oh we feel afflicted»
Black Mountain, Modern music (2005)

I videogiochi sono una parte preponderante del tempo libero di gran parte dei giovani, rappresentano l’industria più dinamica e in crescita che ci sia, costellata di opere narrative sempre più complesse e affastellate, capaci di contaminarsi con tantissime forme d’arte diverse. Basti pensare a capolavori contemporanei come Bloodborne della giapponese From Software, la cui storia si evince proprio dall’immersione e non dal testo, con echi del miglior Lovecraft e del primo Heinlein incastonati in una scenografia dettagliatissima che mescola il gotico inglese con i barocchismi meccanici di Guillermo Del Toro, giocato da tre milioni di persone in tutto il mondo. Esempi di straordinari incastri di narrazione, gameplay e design si trovano anche nella serie Mass Effect della canadese Bioware, che saccheggia con grande arguzia dai classici della fantascienza (Isaac Asimov, Alfred Elton van Vogt, Lyon Sprague de Camp, Fredric Brown, eccetera), epigoni in realtà di giochi sperimentali e provocatori come i primi due Fallout degli anni ’90 prodotti dalla californiana Interplay. Lavori prossimi a uscire come Death Stranding di Hideo Kojima sono attesi da milioni di appassionati: basta guardarsi un trailer per comprendere quanto siamo ormai distanti all’idea di gioco presentata dai primi Super Mario.
Giochi così sembrano piuttosto esperimenti, happening, provocazioni tecnologiche che mescolano cinema, arte digitale e musica d’avanguardia. Lontanissimi dai pensieri dei nostri intellettuali, i videogame sono una forma d’arte ancora giovane e piena di potenziale, ma la discussione critica attorno a essi è in crisi da tempo, come si evince da articoli del settore come quello di Aligi Comandini per Esquire e quello di Luca Signorini uscito nel 2016 sul sito di Eurogamer. Il problema anche lì sono i linguaggi, i contesti, l’incapacità della critica di stare al passo coi tempi. Oggi per fare critica videoludica bisogna anche saper intrattenere, ma in realtà fare critica in questo nostro tempo bisogna scendere a patti con il concetto di infotainment, secondo la Treccani un termine «derivato dalla fusione di information ed entertainment – che indica l’ibridazione tra informazione e intrattenimento». Guardarsi un saggio di Every Frame a Painting o un video di Philip DeFranco significa anche divertirsi, essere intrattenuti a più livelli. Si può dire in quest’ottica che YouTube sia un’evoluzione della tv e non la sua controparte, eppure lontana dalle logiche produttive (e dispendiose) del vecchio media, come anche dalla sua continua rincorsa alla legittimazione culturale dei suoi contenuti. Ma fare infotainment significa anche, agli occhi dell’élite intellettuale, scendere a compromessi, scivolare verso il turpiloquio e l’abnegazione dei principi cardine di purezza della critica.

Torniamo dunque alla diffusa percezione della critica come forma di pubblicità di un dato prodotto. Il critico è visto come colui che, tramite un linguaggio roboante e pernicioso, non produce altro che pubblicità per conto di un committente. Si evitano le stroncature perché rovinano i rapporti, si da molto spazio all’elogio incondizionato, e si propone l’arte come unica forma di salvezza contro il male dell’ignoranza. Il critico insomma è percepito come un forbito agente pubblicitario, un elargitore di informazioni facilmente acquisibili leggendo un comunicato stampa, vendute come finissimi prodotti alchemici dal sicuro valore salvifico. Nell’epoca del sondaggio popolare, dove Rotten Tomatoes sembra coniare il sogno scaruffiano di un aggregatore di recensioni, che tramite una media sintetizza in un semplice dato numerico il valore di un’opera cinematografica, diventa sempre più importante l’importanza che diamo al tempo dell’approfondimento. Mai come oggi c’è bisogno di frenare la semplificazione che la bassa risoluzione sta apportando alla società, ma non lo si fa semplicemente producendo spazi in cui si propongono riflessioni ad altre velocità, ma comprendendo che la frammentarietà del contesto è la chiave di lettura critica necessaria del nostro tempo.

Leggere internet, capirlo, decodificarlo, sembra un’impresa titanica per più di una generazione di critici. Mappare il web consiste in una serie di premesse culturali che sfuggono all’occhio dell’esperto perché non le ritiene “culturali”. Reddit, il più importante e influente aggregatore di contenuti del mondo che consta più di 240 milioni di utenti, è quasi del tutto sconosciuto in Italia, sia a causa della barriera linguistica (gran parte dei suoi contenuti sono in inglese) sia di quella culturale (come la conoscenza minima dei linguaggi informatici di base: C, C++, Java, Python e HTML). Dentro Reddit nascono fenomeni che si ripercuotono in tutto il web, è insomma l’origine di buona parte del contesto che serve per capire le nuove e velocissime dinamiche di comunicazione che permeano il nostro tempo. Il critico, forse, dovrebbe tornare a essere prima di tutto speleologo e non semplicemente topo di biblioteca, dovrebbe inoltrarsi in luoghi dove la luce delle proprie conoscenze basta a malapena per illuminare una parete dell’immenso contesto della grotta, deve uscire insomma dai meccanismi di studio tradizionali, mettersi in gioco, altrimenti rischia di perdere contatto con il contemporaneo e le sue velocità.

Riflettiamo su questo: uno dei più influenti movimenti musicali contemporanei è passato letteralmente in sordina a tutti i più importanti critici italiani e a tutte le principali riviste di settore. La musica vaporwave nasce intorno al 2010 (anno di uscita del fondamentale Chuck Person’s Eccojams Vol.1 di Daniel Lopatin), apparentemente è un genere che si limita a una cifra estetica ben precisa, ovvero modificare tracce musicali o jingle pubblicitari tra gli anni ’80 e ’90 rallentandoli e utilizzando effetti come il riverbero in modi non convenzionali, provocando uno spaesamento nostalgico-melanconico. La cifra visiva invece riprende quella dei vecchi modelli 3D dei primi home computer e delle VHS. L’effetto sull’ascoltatore è peculiare, per citare un articolo di Simon Reynolds uscito sul The Village Voice, fruire di musica vaporwave è qualcosa di definibile come «serenity tinged with desolation». La vaporwave non viene distribuita nei canali ufficiali; i suoi album più iconici, sebbene ascoltati da milioni di persone, non hanno visto la pubblicazione tramite etichette su supporti fisici, ma direttamente sul web da parte dei musicisti stessi. Senza alcun filtro critico, questa musica così criptica piena di glitch e deformazioni conosce un immediato successo sul web, progredendo fino a farsi di fatto il maggior movimento musicale mondiale underground per cinque-sei anni consecutivi. La sua influenza si espande dalla musica pop commerciale fino agli anfratti più ermetici del web. L’enorme seguito e la sua continua espansione non hanno necessitato di nessuna lettura critica, le persone si avvicinavano al genere tramite i consigli su YouTube o aggregatori come Reddit. La vaporwave non richiede un dress code, tipo il chiodo per il metallaro o i jeans strappati del punk, non ha un luogo predefinito dove può essere ascoltata, non ha artisti riconoscibili (sono in gran parte anonimi e non fanno concerti negli stadi), non necessita di nessuna skill sociale, è il movimento artistico più trasversale della storia recente, basta una connessione a internet e puoi far parte della comunità. La vaporwave è insomma un esempio di arte in bassa risoluzione, ma non per la bassa aspettativa del fruitore, bensì per il suo ricomporre elementi a reale bassa risoluzione per innalzarli come fattori universali. La tv, il primo web, l’informatica sono elementi nostalgici che trascendono la nazionalità e il ceto d’appartenenza e vengono campionati e rilanciati all’ascoltatore, fanno parte di una memoria che ci accomuna tutti a prescindere dai confini. Se il “post-industriale” anni ’70-‘80 era un modo per denunciare l’alienazione capitalista e il “post-moderno” è, per dirla alla Umberto Eco, un Kunstwollen (volontà d’arte), un metodo di riassemblamento della frammentazione televisiva, la vaporwave si potrebbe definire come “post-bassa risoluzione”: è la barra dei consigli di YouTube che diventa flusso di coscienza. Se un movimento così fondamentale per la costruzione di un immaginario collettivo generazionale viene ignorato dalla critica, come può questa avere la pretesa di mappare, contestualizzare il mondo e le sue infinite connessioni?

 

Condividi questo articolo
  • 57
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  


Articolo precedente Articolo successivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancella Pubblica il commento

  1. Buon giorno Giuseppe.
    Ho letto il suo articolo, nonostante la “minaccia” dei 25 minuti di lettura. Forse per via dell’età (57) che mi rallenta nonostante tutto.
    Quello che scrive mi pare che vada proprio al centro della questione. C’è bisogno di critica oggi? A me, che sono teatrante per diletto e spettatrice per passione, manca. Quindi, rispondendo per me, vorrei dire “sì”. Ma è vero che quella “tradizionale”è diventata (quasi sempre) pubblicità, noiosa e inutile. Ma come si fa a farla nuova (e utile), la critica? “La frammentarietà del contesto è la chiave di lettura critica necessaria del nostro tempo”… Ma qual è la lingua, quali le parole, possono bastare le “figure”…?
    La seguitò con attenzione, perchè mi piace quello che scrive e come lo scrive. E intanto, grazie per aver fatto entrare questa libera musica “vaporwave” nel mio passato-presente(!) . E’ artistica? non so, ma è divertente!

    1. Buonasera Rosa.
      Quale sia la lingua che permetta alla critica di spiegare questo nuovo deflagrato contesto non lo so, ma me lo sto chiedendo. È probabile che c’entrino i nuovi mezzi, dove la centralità della “figura” o del video è sempre più preminente. Prima non avevamo modo di conservare e fruire dei documenti video con facilità, se non tramite le scomode VHS o i costosi DVD. Oggi invece potenzialmente possiamo accedere all’archivio RAI mentre siamo alla fermata del BUS. I più giovani preferiscono di gran lunga quell’esperienza lì e quel tipo di linguaggio, che comporta inevitabilmente un progressivo cambiamento del modo con cui apprendiamo, studiamo e critichiamo le cose.

      La musica vaporwave ricorda tantissimo i primi esperimenti di campionamento di Brian Eno e della scena rap anni ’80, ma nella sua declinazione future-funk ha parecchio in comune con il funk e la musica disco! È un genere molto eclettico, sicuramente.

      Grazie per il commento e per gli spunti di riflessione.

keyboard_arrow_up