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Anatomies of Intelligence. Intervista a Umanesimo Artificiale
di Giulia Cesolari Guendalina Piselli pubblicato in Interviste il 30 Marzo 2021 0 commenti 4 minuti di lettura
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Sogna una carne sintetica
nuovi attributi e un microchip emozionale

Così l’Aurora dei Subsonica sognava. Erano gli anni ’90 e l’anatomia umana si lasciava attraversare da cavi, televisori rotti, rumori bianchi, impianti sottocutanei e associazioni algoritmiche che facevano del corpo umano un’istituzione sperimentale tout court. Dopo lunghi sguardi rivolti all’uomo, il 2020 ci ha posto davanti alla necessità di decentrarlo per guardare il cuore pulsante di ciò che ci interconnette ad altri utenti: gli algoritmi digitali. Nasce qui la sfida degli artisti Joana Chicau, Jonathan Reus e Filippo Rosati (Umanesimo Artificiale) nell’ambito di Residenze Digitali. Anatomies of Intelligence fruga dentro i corpi degli algoritmi unendo performance e digital design per svelare allo sguardo umano le fasi di apprendimento di un algoritmo finalizzato alla raccolta di informazioni e dati secondo il processo di clustering: giocando sull’analogia tra il tavolo anatomico di fine Seicento, sul quale veniva dissezionati i corpi per poterne capire il funzionamento, e il tavolo di dissezione digitale, Anatomies of Intelligence porta lo sguardo del pubblico a esplorare l’interazione di quegli algoritmi che nella nostra quotidianità fruiamo del tutto passivamente. Quando l’uomo viene meno, Aurora sogna.

Cosa vi ha spinto a partecipare al bando Residenze Digitali? Avevate già pensato di lavorare con il digitale prima della pandemia?

Filippo: «Come Umanesimo Artificiale avevamo già sperimentato qualcosa, ma non avevamo ancora sviluppato dei veri e propri progetti artistici complessi come la “residenza” digitale. Quando ho visto il bando ho subito pensato di contattare Joana e Jonathan, perché stavano affrontando il concetto di database e interazione attraverso la performance. L’idea era quella di ricreare un teatro digitale».

Il teatro online può avere una sua autonomia e sopravvivenza nel tempo oppure rappresenta almeno per voi una glossa scenica temporanea?

Filippo: «Secondo me più la seconda, perché online il comportamento delle persone è completamente diverso».

Joana e Jonathan: «Non possiamo prevedere il futuro, ma se guardiamo al passato, nella storia delle arti multimediali ci sono state piattaforme e sistemi che hanno contribuito ad abilitare varie forme di performance digitali/fisiche in remoto. Noi ci basiamo su questi sogni digitali. Attualmente – non solo a causa del covid ma anche considerando l’impatto ambientale del viaggiare – continuiamo ad avere il bisogno di costruire un sistema flessibile che ci fornisca soluzioni per presentare e far partecipare al lavoro in remoto, non potendolo fare fisicamente».

Anatomies si sviluppa attorno al concetto di cluster come sistema di ricerca di informazioni che ci viene sostanzialmente imposto da una tecnologia. Se pensiamo a Google, per esempio, l’utente è spinto a esplorare i risultati di ricerca più cliccati da utenti precedenti, e non si spinge quasi mai oltre le prime due pagine. Il vostro progetto cerca in qualche modo di inserire la volontà umana in questo sistema?

Filippo: «Dal mio punto di vista no, la performance non era pensata in questo senso».

Joana e Jonathan: «Riflettiamo sui dati che ci si presentano, sui carichi di informazione e la sua scala disumana. Peraltro come modo di creare consapevolezza riguardo ciò, noi ci concentriamo sulla strategia opposta, chiedendoci cosa succede quando viviamo determinati incontri su una scala percepibile dall’uomo/umana. Nel nostro progetto abbiamo coinvolto nella collezione quello che chiamiamo “set di dati handmade” – che dà l’impressione di essere fatto a mano – la lentezza e l’intimità degli strumenti e processi».

Lo spettacolo vero e proprio è anticipato da una waiting room virtuale nella quale i partecipanti sono invitati a connettere il proprio corpo con l’ambiente fisico circostante. Qual è il rapporto tra questo momento e la completa non fisicità del processo di interazione previsto invece all’interno della piattaforma?

Filippo:

Joana e Jonathan: «Nel nostro progetto tracciamo svariate parallele tra il modo in cui le tecniche legate alla “raccolta dati” sono state in passato (riferendoci all’Illuminismo) processi altamente sensoriali e fisici. Con la sonorizzazione e la visualizzazione dell’algoritmo di clustering – che viene presentato nella performance da una scala percepibile dall’uomo – vogliamo riportare l’esperienza del set di dati vissuta dai corpi, gli stessi del pubblico in teatro.
Da una prospettiva diversa, le nozioni di intelligenza dipendono dal modo in cui comprendiamo come funzionano i nostri corpi, che è un altro ponte che creiamo quando colleghiamo ambienti digitali – che alla fine si allontanano tutti dalle nostre realtà fisiche. Nella waiting room abbiamo introdotto il pubblico a questi temi, che poi si aprono a diverse relazioni tra gli spazi digitali e corporei che condividiamo».

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