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In cerca della regia, senza smettere di essere attrice. Intervista a Clio Saccà
di Vittoria Majorana pubblicato in Interviste il 20 Dicembre 2020 0 commenti 11 minuti di lettura
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«Per me è sempre stato un dilemma capire cosa fossi. Credo che la mia natura di regista possa coesistere con quella dell’attrice – non so ancora bene come, ma ci si può lavorare». Il racconto che Clio Saccà fa di sé e del suo incontro con il teatro è un flusso di coscienza vivo e appassionato, che oscilla tra gli estremi della scena e scava a fondo nel vissuto. Classe ’87, nata a Catania, Clio rimane folgorata dal teatro sin dall’adolescenza, quando frequenta a scuola i primi laboratori teatrali. Il suo racconto parte da qui, dalla scoperta primigenia del corpo: «Vivevo tutto all’insegna del gioco e della sperimentazione. L’emozione più grande era sempre quella di poter fingere, in scena, di essere altro da me: mi restituiva un senso di libertà».
La volontà di concretizzare questa “vocazione” in una formazione attoriale professionale matura solo durante gli anni di studio al Dams di Bologna. La scelta però, a quel punto, ricade sulla Scuola del Teatro Stabile di Catania, dove torna per trascorre quattro anni di studio e lavoro. Gli incontri sono tanti, ma Clio ricorda soprattutto Donatella Capraro, Jean Paul Denizone e Gianpiero Borgia: tre maestri che le hanno mostrato altrettanti “volti” del lavoro dell’attore sulla scena, punti di riferimento ancora vividi nella sua memoria.
Ricordare significa, anche se per un breve attimo, fare chiarezza nel magma della propria vita vissuta, che la giovane regista confessa di sentire ancora appiccicata «letteralmente sulla pelle». Così percepisce anche l’esperienza vissuta, dopo la licenza dalla Scuola del Teatro Stabile, con un gruppo informale di ricerca costituito da giovani attori e attrici catanesi guidati dal regista e pedagogo Salvo Piro. Insieme sviluppano un metodo recitativo chiamato logomimetico un riadattamento della tecnica di Orazio Costa basato sull’analisi e sulla ripresentazione in scena della fisionomia del testo. «Il lavoro con Piro ricorda Clio mi ha permesso di sviluppare un approccio molto autoriale alla scena, instillando forse in me le prime vere idee di regia».

Cosa ti ha spinto a lasciare Catania per intraprendere una formazione da regista?

«Ricordo che, terminata l’esperienza lavorativa con Salvo Piro, mi venivano di continuo in mente progetti di spettacoli. Non avendo mai fatto esperienza di aiuto regia, mi mancavano però gli strumenti per realizzarli. Catania, del resto, non offriva delle reali occasioni di lavoro e nel tempo si era creato un clima di frustrazione tale che andare via mi sembrava l’unico modo per rilanciare la mia vita. Così, a 28 anni, ho scelto di seguire il mio istinto: mi sono trasferita a Milano per iniziare il corso di regia alla Paolo Grassi. Sono stati tre anni molto intensi, in cui allo studio dei testi teatrali, della presenza dell’attore in scena, dell’uso delle maschere con insegnanti quali Tatiana Olear (oggi direttrice della scuola), Alberto Chiesa, Maurizio Schimdt, Maria Consagra e altri si sono sommati lo scambio e la collaborazione con i colleghi, la visione di spettacoli teatrali e di danza. Tutte esperienze che hanno suscitato in me un rinnovato interesse per le potenzialità espressive del corpo. In questo senso, forse, la mia formazione da attrice non si è mai arrestata, anzi, credo che ne sia uscita rinvigorita. Anche quando penso a come creare una scena, il “tarlo del corpo” torna sempre a manifestarsi. Il centro per me è l’attore: il suo corpo in relazione alla parola, il suo accadere davanti al pubblico, il suo ripresentarsi ogni volta in modo diverso e imprevedibile, pur rispettando la fissità della forma».

Da ottobre ti trovi a Prato per lavorare dentro il Gruppo di lavoro artistico (GLA) creato dal Teatro Metastasio. È un progetto che coinvolge dieci attori e attrici italiane e cinque registi e registe tra i quali figurano nomi molto affermati come Roberto Latini e Massimiliano Civica, ma anche emergenti come te e Chiara Callegari. Per otto mesi lavorerete tutti a stretto contatto per realizzare opere che possano essere fruite al di fuori delle sale teatrali, come radiodrammi o brevi sceneggiati televisivi. In cosa consiste il tuo lavoro all’interno del gruppo?

«A me e Chiara, in quanto registe, è stato chiesto sia di collaborare alle attività del gruppo, seguendo le prove dei colleghi e proponendo idee per la realizzazione dei radiodrammi, sia di creare uno nostro spettacolo. Abbiamo l’opportunità di realizzarlo con gli attori e artisti membri del GLA, ma anche di chiamare collaboratori esterni. Per il mio progetto infatti mi sono rivolta alla penna di Bruna Bonanno, giovanissima drammaturga catanese che vive e lavora a Milano, anche lei diplomata alla Paolo Grassi, con cui ho stretto un’intensa attività di collaborazione. Mi viene difficile parlare di questo lavoro ancora in fieri, ma quello che ti posso dire è che siamo partite da una domanda: che senso ha raccontare delle storie oggi? Nei fatti si tratta di uno spettacolo meta-teatrale in cui gli attori giocano a vestire i panni di diversi personaggi e, attingendo al linguaggio della favola e del mito, interrogano di continuo la “cornice teatrale”.
In ogni caso sto vivendo l’esperienza al GLA come altamente formativa. È un tour de force vivace e stimolante che, oltre a garantire un lavoro retribuito – cosa non scontata di questi tempi – ha la capacità di generare intorno a sé una piccola comunità, un ambiente aperto all’ascolto. Credo che in questo momento storico darsi l’opportunità di aggregarsi e di scommettere sulle proprie capacità, in altre parole “darsi spazio”, sia una presa di posizione umana e artistica non indifferente».

Come è nata l’attività di collaborazione con Bruna Bonanno e quali lavori avete realizzato insieme?

«Siamo entrambe catanesi ma, avendo dieci anni di differenza, ci siamo conosciute soltanto a Milano frequentando la Paolo Grassi. La nostra prima occasione di lavoro si è presentata quando lessi Ovedevo, drammaturgia da lei scritta per ottenere il diploma di fine corso. Me ne innamorai e, dovendo anche io conseguire il mio diploma con un progetto di regia, decisi di metterlo in scena. Ciò che mi colpì fu l’uso del linguaggio: il testo era pieno di giochi di parole, filastrocche, scene ballate e cantate, con un registro a tratti antico, a tratti contemporaneo. Mi sembrava che questa scrittura, così stratificata e aperta al gioco quasi fossero delle istruzioni, quelle date agli attori, più che delle battute pretendesse di “essere giocata” in scena dagli attori. Questo è un aspetto del suo lavoro che tuttora mi coinvolge nel profondo, è ciò che mi spinge a voler rendere le sue visioni più concrete possibili, in carne e ossa. Lo spettacolo gravitava poi intorno a una questione identitaria “chi sono? dove vado?” – centrale nella vita di entrambe e sulla quale ancora oggi ci interroghiamo, consapevoli che la risposta vada cercata lungo la strada della dis-identificazione. Il secondo lavoro che abbiamo realizzato è stato infatti uno studio su un testo che Bruna ha scritto in residenza al Mare Culturale Urbano di Milano, dal titolo Mete. Qui viene portato avanti lo stesso tema, esplorando questa volta la relazione dell’io con l’altro. Ancora una volta il gioco di parole, la perdita di orientamento, la ricerca di un noi. Per entrambe il teatro è sempre il punto di partenza per analizzare uno scambio, una relazione. In questo senso il progetto presentato al GLA non è altro che il proseguimento ulteriore di questo discorso lasciato in sospeso».

Nei vostri lavori i temi dell’identità e della relazione vengono trasfigurati dall’uso di un linguaggio fiabesco, vicino al gioco infantile. Cosa vi spinge a usare questo linguaggio in scena?

«Il linguaggio della fiaba mi ha sempre attirato perché lo percepisco come ambiguo, nel senso di aperto e universale. Aiuta a domandarmi: “Che tipo di adulta voglio diventare?”. Restare in ascolto e recepire gli input significa non perdere mai l’occasione di giocare, di mettersi in discussione. Il rischio altrimenti è quello, come si diceva prima, di identificarsi troppo con se stessi. Gli accostamenti surreali e inusitati tra le cose del quotidiano, tra le parole, tra le immagini che accadono in scena, possono innescare in noi adulti cortocircuiti di senso ai quali agganciare il nostro vissuto. Per me è importante considerare il teatro come un’occasione che si ha per “vedersi” da fuori, per ripensarsi. Anche la risata suscitata nel pubblico, nella sua leggerezza, ci rende partecipi di una esperienza condivisa tra palco e platea che ha il potere di svelare qualcosa di nuovo nella vita di ognuno. È uno spazio-tempo che ci prendiamo, anche se per un attimo, per riflettere sulla nostra condizione, così tragicamente attaccata ai ruoli che ricopriamo per sentirci qualcuno. La risata prende tridimensionalità quando sgorga da una ferita. Mi interessa una comicità che sappia spostare l’asse di equilibrio dello spettatore, attraversando diversi gradi di intensità».

Come interpreti il lavoro di regia?

«Mi piace mediare tra gli attori e il testo, studiare con loro la drammaturgia. Buona parte del lavoro sta tutta lì: focalizzare i contesti e gli obiettivi, iniziare a dare voce ai personaggi. Poi viene il momento di mettere alla prova la parola stampata, farla reagire con la geometria dello spazio e le sue leggi. Non so darti una risposta precisa di quel che accade lì. Forse agisco come agirei da attrice, né più né meno. Quel che posso dirti è che vedo la figura del regista come un individuo che, prima di tutto, sa porsi in ascolto e “accogliere” le suggestioni che gli arrivano dall’esterno. Sa quando “prende le distanze” e quando invece avvicinarsi alla scena. In questo modo costruisce un legame invisibile, ma molto forte, con la rappresentazione. Forse questo aspetto del lavoro stride con l’essenza più vivace direi quasi penetrativa e impositiva del mio carattere, quella propria dell’attore. So che in quanto regista dovrei essere più simile a un occhio, svolgere un ruolo da spettatrice. Me lo dico sempre: bisogna imparare un po’ a scomparire».

Credi che tra i tuoi coetanei sia più diffuso lavorare in gruppo o si tende piuttosto a agire in solitaria? Tu che esperienze hai avuto in questo senso?

«La persona con cui mi è capitato di lavorare più stabilmente è Bruna, ma siamo una “coppia aperta”: non abbiamo mai pensato di formare un gruppo stabile. Personalmente non mi sento pronta per fare un passo del genere. Trovo molto stimolante l’idea di poter incontrare nuove persone con cui collaborare: questo mi permette di entrare in mondi sempre diversi e nutrirmi delle loro peculiarità. Conoscere il lavoro altrui, anche di coetanei, è sempre stato un mio modo per continuare ad apprendere. Ma ciò non significa che i gruppi non esistano. Tra gli ex colleghi della scuola molti hanno deciso di fare gruppo, magari con i drammaturghi o gli organizzatori con cui collaborano più stabilmente. Io stessa mi sono trovata a lavorare in gruppi già esistenti, per accedere a dei bandi. Il problema è che nella maggior parte dei casi, una volta terminata l’esperienza del progetto, il lavoro stenta a proseguire e, di conseguenza, ci si disperde. È un meccanismo insito al sistema dei bandi: ti viene offerto il debutto, ma poi il progetto non viene seguito. In un certo senso muore dopo le prime due repliche. Continuare significa cercare un altro finanziatore per il progetto. In questo senso, quella della mia generazione sembra essere una specie di partenza ritardata. A volte penso che se il sistema non riesce a “prenderci sul serio” è perché, in qualche modo, ha paura di scommettere sul nuovo, su ciò non conosce già».

Eppure l’istinto di spingere lo sguardo lontano, oltre l’orizzonte è forte e non manca a farsi sentire. Le idee per i progetti futuri spaziano dal lavoro sui classici, pensando specialmente a Pirandello, alla creazione di spettacoli affidati al solo linguaggio del corpo, passando per composizioni più complesse e articolate che coinvolgono diverse figure artistiche come poeti, videomaker, artisti. Clio sembra immaginare una pratica teatrale aperta, votata alla “contaminazione” e al dialogo con la comunità. Confessa infine: «Mi piacerebbe anche tornare a essere diretta, chi lo sa, magari incontro un regista e scappo di nuovo dall’altro lato. Forse è questo di cui abbiamo bisogno per provare a dis-identificarci da noi stessi: cercare l’opposto, quello che sta sempre dall’altra parte».

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