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«In barba alle mode»: appunti dal convegno sul Terzo Teatro

di Altre Velocità

Terzo Teatro: ieri, oggi, domani, a cura di Roberta Ferraresi, all’interno della stagione teatrale de La Soffitta. La giornata di lavoro si è costituita di due parti discorsive in auditorium e di un terzo momento in teatro con alcuni esiti performativi. Lo scopo di questa iniziativa, ha spiegato Marco De Marinis in un’intervista rilasciataci il giorno prima, era di riportare l’attenzione su un’area del teatro che in Italia è stata piuttosto trascurata negli ultimi tempi, ma che in realtà è ancora vitale, e soprattutto si pone le domande: perché e per chi fare teatro? Dopo la presentazione iniziale di ospiti e relatori, Mimma Valentino ha introdotto i nodi tematici e i punti critici del Terzo Teatro degli anni Settanta e Ottanta: ha sottolineato all’interno della stessa categoria la bipartizione fra i gruppi «di impronta Odin», che prendevano le mosse direttamente da Eugenio Barba, e i gruppi di base, più legati al territorio; ha messo in luce l’importanza della logica di gruppo, che si esprimeva nella collettività del lavoro, e dello spazio, diventato un vero e proprio elemento drammaturgico, sulla scia della body art. La Valentino ha ricordato come le pratiche orientali di teatro e danza abbiano costituito un modello imprescindibile per il Terzo Teatro, il cui focus era andare oltre all’interpretazione e alla rappresentazione, verso un connubio fra corpo e mente. Il suo intervento si è chiuso con l’interrogativo: «Quanto resta oggi di quell’esperienza?», a cui gli interlocutori hanno cercato di dare una risposta.  

  La prima tavola rotonda ha visto intervenire diversi attori e registi che hanno raccontato il loro legame artistico con Barba e Grotowski e con la definizione di Terzo Teatro. La lettura di pezzi del Manifesto del Terzo Teatro scritto da Barba nel 1976 ha accompagnato vari interventi. Pino Di Buduo, direttore artistico del Teatro Potlach, ricorda di essere stato colpito profondamente dagli esercizi pratici proposti nel libro di Barba Per un teatro povero, perché, a differenza del teatro d’avanguardia romano entro il quale si stava formando, veniva data grande importanza al corpo. Lo spettacolo Min Fars Hus, biglietto da visita dell’Odin Teatret, era del resto un pezzo «con una lingua inventata», ma che lo «toccava in ogni corda». Gabriele Vacis, fondatore del Laboratorio Teatro Settimo «in una periferia torinese costituita solo da posti brutti», ha letto alcune parti del manifesto sottolineando la contrapposizione forte che al momento esisteva fra Terzo Teatro e teatro della post-avanguardia, rivendicando la libertà di poter escludere o integrare nel suo lavoro elementi appartenenti alle due tendenze: «Noi non volevamo né candele né neon, oppure volevamo e gli uni e gli altri». Renzo Filippetti, direttore del Teatro Ridotto di Bologna, formatosi con Grotowski e Barba, ha dato delle poetiche quanto reali definizioni di teatro, affermando che «il teatro è carne e sangue, deve fare delle scelte assurde, ma che abbiano forti motivazioni; il Terzo Teatro nasce dal desiderio di scoprire un luogo che non esiste; non si prefigge di costruire un’ideologia, ma un ambiente fertile, dove poter coltivare i propri sogni». Roberto Bacci, direttore artistico della Fondazione Pontedera Teatro e fondatore del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale, ha raccontato la sua esperienza artistica di direttore e regista compiuta nel segno di un nuovo modo di fare, alla ricerca di una via di fuga dalla “prigione” del teatro nazionale, da cui poter uscire illeso e anzi arricchito attraverso la pratica del laboratorio, costitutiva del Terzo Teatro (anche se lui non si è definito parte di quest’ultimo). Armando Punzo, fondatore della compagnia La Fortezza, che opera nel carcere di Volterra, ha estratto dalla borsa un piccolo omino di legno, burattino senza fili, emblema dell’«uomo ignobile, compromesso» e ha descritto il teatro come uno spiraglio, un’altra possibilità, un tentativo disperato di riscatto, un mezzo per cambiare se stessi e andare oltre ai propri limiti, nel carcere e fuori da esso. David Beronio e Clemente Tafuri, del Teatro Akropolis, hanno concluso la tavola rotonda. Il primo ha posto l’accento sul momento della non-esposizione, ovvero su tutto quello che sta prima dell’esibizione, definito da Barba «catacomba»: un luogo figurato e protetto dove è possibile prendersi cura delle eterne domande sul teatro, non strettamente condizionato dalla necessità di orientarsi verso la scena. Nel mondo odierno, caratterizzato da una «bulimia di esposizione scenica», questa parte più nascosta, ma che è linfa vitale per la scena stessa, rischia di essere perduta. Tafuri ha rivolto invece la sua attenzione al pubblico: è chiamato anch’esso a fare un percorso di conoscenza, come quello dell’attore? Nel suo intervento di commento l’antropologo Piergiorgio Giacché (che si considera un «giovanologo, poco osservatore, molto partecipatore») ha definito il Terzo Teatro un fenomeno post politico e ne ha individuato il nucleo antropologico nel suo «dare corpo e raggiungere gli altri». Il suo essere terziario e asociale deve essere visto come una vocazione, un’occasione, una scelta ben precisa, non una condanna. Infatti nell’essere altro, il terzo teatro vuole incontrare l’altro. Il teatro odierno, secondo Giacché, ha perso la carica antropologica perché il pubblico, globalizzato, provocatoriamente identificabile con il ritratto che ne fa Pif nella pubblicità della Tim, dichiarandosi felice perché dispone della «libertà di non dover scegliere», ha un’estrema difficoltà ad essere critico ed etico.    

La seconda parte del convegno è stata introdotta dal giornalista e docente universitario Oliviero Ponte Di Pino, il quale ha sottolineato l’apporto del Terzo Teatro al teatro sociale e di comunità e ha visto alternarsi in un primo momento gli studiosi Raimondo Guarino e Cristina Valenti, in un secondo attori e registi della scena contemporanea. Guarino ha affermato che non è lecito pensare che ci sia un tempo della storia che soverchia il tempo del teatro, e che la strategia dell’urgenza consiste nella costruzione di un tempo parallelo. Ha sostenuto che negli attori del Terzo Teatro si hanno delle «biologie interpersonali», e che il lavoro di gruppo è visto in chiave dialettica, in quanto non rappresenta la soluzione ai problemi, ma una domanda sull’esistenza. L’intervento storico della Valenti ha mirato a ricostruire la genesi del Terzo Teatro, da prima ancora che fosse chiamato così, in particolare seguendo il suo percorso attraverso i numeri della rivista Scena, che lo definiva «teatro di oggi» e che lo avrebbe preferito sintonizzato con le lotte politiche e le avanguardie del tempo.

  Beppe Chierichetti, «attore nel segno del rischio e della necessità», del Teatro Tascabile di Bergamo, si è definito parte di un gruppo del «vecchio Terzo Teatro», un teatro artigianale che adesso non esiste più, fatto essenzialmente di ideali, e non ha nascosto il disagio odierno di «essere bandito dai festival perché non siamo più moderni, perché non abbiamo un linguaggio contemporaneo». Forse i loro spettacoli hanno senso solamente per loro stessi? Marco Martinelli, del Teatro delle Albe, ha raccontato di essersi «ammalato di teatro» grazie agli spettacoli di Strehler, Ronconi, Testori, e di aver incontrato il Terzo Teatro di Barba attraverso la carta, il testo Per un teatro povero. «Ma anche la carta incendia», e così l’esempio barbiano è diventato fondamentale per lui e la moglie, Ermanna Montanari. La terzietà la vive così: «Noi siamo contemporanei, ma non ne senso delle mode. Siamo contemporanei per la necessità personale e per quella di contagiare il mondo» e difende la varietà di poetiche presenti nelle nuove compagnie del Terzo Teatro, che continuano a creare «in barba alle mode». Ferruccio Merisi, direttore della Scuola Sperimentale dell’Attore e della compagni Hellequin di Pordenone, ha riportato il suo bisogno di silenzio agli inizi della sua carriera, in cerca di una lingua che «lo parlasse», lingua trovata nel Terzo Teatro. Stefano Tè, del Teatro dei Venti, dopo aver mosso una velata critica agli interventi precedenti, definiti «nostalgici», ha ribadito la necessità di considerare sia l’estetica, sia l’etica degli spettacoli, ha messo in evidenza gli aspetti lavorativi della professione dell’attore, l’esigenza di guadagnare, di inserirsi nel mercato, purtroppo a discapito della creatività. Ha però identificato nel mestiere dell’attore la libertà di inventarsi obblighi e obiettivi, pur nella difficoltà dei tempi magri per le arti, dovuti in gran parte agli sprechi del passato. Una critica è stata mossa verso il mondo accademico, colpevole di aver lasciato «soli» gli artisti del Terzo Teatro (critica a cui poi Martinelli, Filippetti e De Marinis hanno controbattuto, sottolineando il fatto che fosse stata proprio l’università ad accogliere il loro gruppo e a organizzare la rassegna). Infine Horacio Czertok, regista argentino e direttore della compagnia ferrarese Teatro Nucleo, ha parlato della difficoltà che ha il Terzo Teatro a venir sovvenzionato e ne ha messo in luce la sua componente relazionale, ovvero la capacità di creare un vincolo forte fra ciò che gli attori hanno dentro e ciò che il pubblico ha dentro.

Marta Buggio

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