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Il triangolo no, ma il resto sì. La "Monaca di Monza" di Malosti

di Altre Velocità

Tre spazi orizzontali, tre corpi imprigionati in una bara di vetro, tre volti che emergono appena e subito rifuggono dalle luci al neon. L’opera di Giovanni Testori ridotta da otto a tre personaggi: la monaca, l’amante, la conversa uccisa per mettere tutto a tacere. Si risvegliano insieme nella nebbia della Lombardia degli anni Sessanta, dove Testori trasportò la vicenda seicentesca a critica dell’Italia cattolica e bigotta che lo opprimeva: per l’autore di Novate Milanese il processo del 1607 a Marianna de Leyva, di cui in quegli anni uscivano per la prima volta gli atti, si erge simbolo universale della discriminazione – qui di genere, ma anche sessuale – operata sistematicamente un sistema che per primo lo soffocava. Drammaturgo, poeta, critico letterario e d’arte, Testori viveva con difficoltà il proprio orientamento sessuale, inconciliabile con l’educazione cattolica impartita dalla sua famiglia. L’omosessualità vista come condizione tragica e la fede vissuta come tensione tra il precetto e il peccato, attraversata da dubbi, pentimenti e rifiuto, tornano come filo rosso in molta della sua opera, suscitando non poco scandalo: L’Arialda, che nel ‘60 portava in scena al teatro Eliseo di Roma il tema della prostituzione maschile, fu soggetta a numerosi tagli imposti dalla censura e recensita duramente sia dagli ambienti cattolici e conservatori che dalla sinistra italiana. La sua Monaca di Monza esce nel ’67, un decennio prima dell’incontro con Don Giussani e con Comunione e Liberazione, dove i giornali videro la conversione religiosa di Testori, e racconta esplicitamente il tormento interiore di chi da Dio si sente condannato a una vita di peccato e non trova libertà né nell’obbedienza né nella trasgressione.
Così, sospesi in un limbo post mortem e soffocati dai fumi delle fabbriche e del traffico, i personaggi ci parlano in italiano moderno, mescolando i fatti storici ai bulldozer, ai jukebox e alle citazioni di Monica Vitti. La loro vicenda è nota, ma sono tornati per raccontare la propria versione. Vogliono la voce che in vita non hanno trovato, e forse anche il perdono da cui sono stati esclusi. Le loro scatole di plexiglass sembrano claustrofobiche, gli stacchi musicali cupi e paradossali, i loro vestiti, bianchi come sudari, cadono progressivamente a terra come i peccati di cui si spogliano. Ma non c’è redenzione. Solo un’ultima, disperata invocazione a Dio: «guardaci» e «liberaci dalla nostra carne, liberaci dal nostro sangue, liberaci dalla nostra morte. O distruggiti anche tu nella nostra carne, nel nostro sangue e nella nostra morte. Ci senti? E allora liberaci, Cristo! Liberaci!». Lei è Marianna De Leyva, sventurata suor Gertrude di Manzoni, interpretata da una Francesca Fracassi da brividi. Figlia di violenza, fatta suora contro la sua volontà, murata viva in convento una prima volta poiché femmina, una seconda per omicidio colposo. Lui è il nobile Gian Paolo Osio (Davide Paganini), criminale pluriomicida e amante della monaca, condannato a morte e ucciso a tradimento da amici di cui non si sarebbe dovuto fidare. A dividerli Caterina Conversi da Meda (Giulia Mazzarino), anch’ella costretta malvolentieri ai voti, invidiosa della libertà di Marianna e delle attenzioni di Gian Paolo, che minaccia di denunciarli se non la ammettono al loro ménage.
Valter Malosti propone una Monaca di Monza ridotta in minimi termini, lasciando al dialogo il compito di impersonare la madre superiora Francesca Imbersaga, Don Arrigone, il vicario criminale e le suore Ottavia e Benedetta, compartecipi della tresca. Al centro del palco rimane solo il triangolo amoroso, che forse di Testori riassume meglio gli ossimori: sessualità-religione, peccato-redenzione, libertà-repressione. Il trio, tuttavia, è un po’ sbilanciato. In scena regna, anche per quantità di battute, il monologo protagonista della Fracassi: Mazzarino e Paganini le fanno da coro battendosi con onore contro i tagli del testo, che li relegano tuttavia a personaggi secondari. Sacrificata, soprattutto, la figura della conversa, che esaurisce la sua funzione nella costruzione del triangolo e in scena si pronuncia una volta sola. Va un po’ meglio a Paganini, complice anche la maggiore incisività del ruolo un po’ sopra le righe di maschilista imbruttito, sordido amante, assassino senza scrupoli e grezzo bestemmiatore del volere divino. Per interpretarlo lavora molto sul tono di voce e rispetto alle colleghe si muove di più sul palco, spostandosi, piegandosi, allungandosi, battendo i pugni sul pavimento e accasciandosi ferito al suolo. Tutto è costruito per fare da contraltare alla compressione, fisica e vocale, della Fracassi. La sua monaca di Monza è una donna contratta dall’orrore nei confronti del proprio corpo, del proprio destino e, in sintesi, della crudele volontà di Dio: lascia libere di muoversi solo le mani, per accompagnare e sottolineare il moto ondoso dei suoi monologhi. Eccole quindi che si stringono attorno al corpo tirando e rilasciando gli orli della veste mentre si preoccupa, risalgono al petto come per nascondere il suo cuore quando si racconta, si tendono a pugno in segno di sfida nella rabbia e di nuovo si afflosciano lungo i fianchi dopo aver perso.
La parola, tanto fondamentale nel lavoro di Testori, diventa in lei corpo e carnalità, raccontati esplicitamente come unico veicolo di volontà in un mondo dove non esiste libero arbitrio al di fuori del peccato. Il sesso si fa sinonimo di amore e la ribellione di vita, spazi di espressione creativa di quei desideri altrimenti sempre repressi e proibiti da un genere maschile prepotente e schiacciante, quello di Dio in primis. A ben guardare, al patriarcato imperante Osio offre un’alternativa solo apparente, dominando Marianna anche sul piano fisico e desiderandola come ultima bestemmia nei confronti del perbenismo. Un amore sbilanciato, tuttavia, cui anche la monaca corrisponde con egoismo, facendone strumento di autoaffermazione e arma per la propria personale battaglia contro il soffocamento operato dal divino. Pur insistendo sul carattere immorale delle loro azioni, gli amanti escono dalla narrazione dipinti come antieroi disperati, moderni paladini della libertà che Dio promette ma non concede, e anzi nega arbitrariamente. Così la monaca di Testori arriva a suggerire la natura malevola del proprio creatore, implorandolo di distruggersi in una straziante interrogazione sulla solitudine in cui ci lascia. Forse il triangolo non funziona, ma lo spettacolo sì. La chiave dark, il lavoro sulla luce e sulla musica, il minimalismo sostengono efficacemente la Fracassi che, dalla sua scatola di vetro, infonde incredibile slancio vitale alla più classica delle tragedie, quella che non finisce mai di metterci in discussione: la religione.

Elena Magnani

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