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Il Teatru Spalatorie a Chisinau, Moldavia. Una conversazione

di Francesco Brusa

Il Teatru Spalatorie è l’enclave della scena indipendente di Chisinau. In una piccola sala autogestita ospita spettacoli, performance, iniziative culturali e sociali, in totale autonomia rispetto alle dinamiche istituzionali. Fra i fondatori e gestori dello spazio, Nicoleta Esinencu, già conosciuta oltre i confini nazionali grazie al provocatorio spettacolo Fuck you, eu.ro.Pa (2005), che costruisce e presenta qui la maggior parte delle sue opere. Si tratta di un teatro esplicitamente sociale, spesso ancorato a fatti di cronaca o a episodi dimenticati della storia moldava. Un teatro, come dice lei stessa, che discute apertamente temi e argomenti che non vengono affrontati in altre sedi.
Forte di un pubblico giovane, Teatru Spalatorie vuole essere anche uno spazio di confronto, in cui mettere a nudo problemi non solo interni alla società moldava ma anche relativi alle difficili relazioni con l’esterno. American Dream racconta con ironia agrodolce l’emigrazione verso gli Stati Uniti, Uneducated scandaglia i pilastri del sistema educativo nazionale, Clear History fa luce sul massacro della comunità ebraica della zona sotto la guida di Ion Antonescu con forte complicità della popolazione civile (il cosiddetto “Olocausto rumeno”).
Con lei e con Nora Dorogan, organizzatrice e autrice impegnata a Spalatorie, parliamo del senso della loro attività e del ruolo politico che il teatro può giocare in un contesto come quello moldavo.

I tuoi lavori, Nicoleta Esinencu, sono spesso etichettati come “teatro politico”. Ti riconosci in questa definizione? A quali condizioni si può parlare di “teatro politico”?

Mi ci riconosco perfettamente e, anzi, aggiungerei che tutta la mia vita è, in un certo senso, politica.  Magari non è neanche nelle mie intenzioni farmi coinvolgere politicamente, ma lo sento come necessario, dal momento che i politici decidono tutto per noi. Occorre dunque prendere parte e vivere profondamente l’aspetto politico della propria esistenza. In quanto autrice teatrale, ciò significa riflettere su argomenti che vengono considerati tabù e che mettono in crisi la coscienza mia e degli attori con cui lavoro (nonché – spero – quella del pubblico). Per esempio, lo spettacolo Clear History riguarda un tema controverso: il cosiddetto “Olocausto rumeno”. Si tratta di un episodio della nostra storia che raramente studiamo a scuola (nei libri di testo è di solito menzionato in 2-3 righe) e che, pertanto, si suppone dovremmo cancellare dalla memoria collettiva. Le autorità spesso osteggiano anche il solo discutere apertamente di tali eventi: hanno paura che ciò possa essere letto come un messaggio contro la popolazione rumena. Posso comprendere che in altri Paesi proporre uno spettacolo sull’Olocausto non sia così dirompente a livello politico, ma nella situazione in cui mi trovo a operare direi che è un atto politico al 100%.

Pensi dunque che il teatro possa essere un mezzo per rendere il pubblico più consapevole?

Innanzitutto, il teatro dev’essere qualcosa che porti consapevolezza a chi lo fa, vale a dire a me e agli attori. Dopodiché, certo, può fornire informazioni sconosciute anche al pubblico. Tuttavia penso che il teatro nella sua essenza sia un processo “personale”. Il punto di partenza da cui costruisco gli spettacoli è sempre, per così dire, intimo e individuale: una volta scelto l’argomento di base, si discute della personale relazione che ognuno di noi intrattiene con esso. Uno degli ultimi lavori, Uneducated, riguarda il sistema educativo della Moldavia. A rispetto, ognuno aveva idee ed esperienze differenti. Il processo creativo è stato allora quello di fare i conti personalmente con le proprie sensazioni, opinioni, con i propri dubbi, per poi fondere tutto assieme in un modo collettivo e costruire così lo spettacolo. Credo che con questo metodo sia possibile toccare in maniera più profonda lo spettatore, al punto che si senta come chiamato in causa da ciò che ha visto. A volte, dopo gli spettacoli, abbiamo dei momenti di riflessione col pubblico e lì è evidente quanto i valori e le certezze di alcuni siano entrati in crisi. È facile dire a parole «ho una mentalità aperta, non sono omofobo, etc» ma è diverso quando la coerenza delle proprie idee è messa concretamente alla prova. Ecco, forse il teatro può svolgere questo ruolo: costringere lo spettatore a un confronto sincero con i suoi valori e, pertanto, rappresentare un primo passo verso il cambiamento individuale, sia per lui che per l’artista.

Al di là dei temi trattati, non credi che l’aspetto politico del teatro (produrre un teatro politico?) implichi anche un certo tipo di ricerca formale?

Sinceramente, non amo parlare di aspetti legati all’estetica o allo stile. Non so come mai la gente abbia lunghe discussioni su questi argomenti, anzi, direi che non ho proprio idea di cosa significhino tali parole. Ancora una volta, parte tutto dall’esperienza. Per raccogliere il materiale che farà parte dei miei spettacoli, mi capita di intervistare persone nei villaggi oppure ospitare artisti stranieri qua allo Spalatorie, o altro ancora. Vivo ciascuna di queste situazioni in modo diverso e ciò cambia spontaneamente la maniera di trasferirle poi sulla scena. Lo “stile” non è qualcosa che si può pianificare o su cui si debba addirittura riflettere preventivamente: è semplicemente il naturale risultato del processo artistico. Quello che conta di più per me è ciò che un attore desidera veramente dire sul palco, in quanto persona. È a questo livello che risiedo il contenuto politico più profondo di uno spettacolo. È molto semplice recitare nel senso classico, calarsi in un personaggio: indossi un costume, magari con un bel taglio di capelli e quello che porti in scena alla fine è solo un mucchio di cliché. Al contrario, è di gran lunga più difficile pensare a un problema e alla personale relazione che intrattieni con esso. Questo è esattamente ciò che voglio mostrare e scommetto che si tratti di qualcosa più interessante per gli attori e per il pubblico. 

Dal 2010 voi, Nora Dorogan e Nicoleta Esinencu, assieme ad altre persone gestite il Teatru Spalatorie, uno spazio indipendente che è completamente scollato da logiche e canali istituzionali. Cosa vi ha spinto ad aprire uno spazio simile? Che valore date al vostro essere “indipendenti”?

Volevamo uno spazio in cui poter lavorare liberamente. E ciò che stiamo cercando di realizzare ora è trasformare Teatru Spalatorie in un centro aperto per l’arte contemporanea, in cui artisti di ogni tipo possano incontrarsi e creare qualcosa di nuovo. Essere “indipendenti”, allora, significa per noi molte cose. Come già abbiamo detto, comporta innanzitutto la libertà di poter scegliere temi e argomenti che preferiamo, nonché di poterne discutere apertamente. Poi, la libertà di non dover dipendere dall’approvazione di qualcuno per i propri progetti e ricerche. Pur non avendo lavorato con i teatri istituzionali, sappiamo che tutto ciò non è possibile in quel contesto, a meno di non superare una marea di difficoltà e opposizioni o scendere a compromessi. Il Ministero per l’Arte e la Cultura esercita un controllo piuttosto forte sull’attività teatrale e spesso vengono persino suggeriti direttamente i temi da trattare o meno. Pertanto – e forse è quello che conta di più – essere indipendenti significa libertà di essere contro, essere contro qualsiasi cosa, senza che nessuno abbia la capacità di “ricattarti”. Oltre a questo, operare in uno spazio come quello di Teatru Spalatorie comporta conseguenze pratiche nel processo produttivo. Siamo un piccolo gruppo di persone che prova prendere ogni decisione collettivamente, nel modo più democratico possibile. Qualsiasi ostacolo incontriamo (che sia di natura artistica o economica), lo superiamo insieme. Tutto questo non sarebbe possibile in un contesto istituzionale, in cui ogni persona ha un compito precostituito. Direi che il nostro è un metodo più semplice e allo stesso tempo più complicato. Infine, dietro al concetto di “indipendente” c’è anche la volontà di raggiungere il pubblico in maniera diretta, grazie alla possibilità di organizzare discussioni aperte.

Prevedete anche attività fuori dallo struttura di Spalatorie?

Nonostante difficoltà di ordine organizzativo e finanziario, stiamo avviando progetti che coinvolgano studenti di alcuni villaggi nei dintorni di Chisinau. Tuttavia, siamo consci anche del fatto che “forzare” persone poco interessate ad andare a teatro è controproducente. Il punto non è portare gli studenti a vedere un’opera, il punto è innescare curiosità e interesse che li spingano ad assistere spontaneamente a uno spettacolo. Significa cioè immaginare un percorso educativo più ampio, in cui siamo noi ad andare da loro per ascoltare, per comprendere esigenze e desideri. Questo perché siamo consapevoli che uno dei rischi di uno spazio come Spalatorie è quello di diventare autoreferenziale. Cerchiamo quindi di fare in modo che la nostra idea di teatro non resti confinata ma possa esprimersi in altri contesti.

ENGLISH VERSION

Let’s start with the concept of ‘political theatre’. You are often referred to as a ‘political author’. Do you agree with this definition? What is your idea of ‘political theatre’?

I totally agree and I would say that my entire life is political, even though I might not want to live a political life or get involved with political issues. That is because of the current situation: politicians decide everything for us, therefore you must take part and live your life in a political way. Personally, it means speaking about certain topics which can be a sort of ‘taboo’ and which question my and my actors’ conscience (and hopefully the audience’s as well). For example, the play Clear History is about the ‘Romanian Holocaust’, which is a part of our history we don’t study at school (schoolbooks usually mention it in two sentences). Therefore, it is a controversial subject: politicians don’t like it because they see the mere fact of openly discussing it as a message against Romanians, so we are supposed to erase and forget those events. I can understand in other countries making a show about Holocaust could not represent a direct political act, but I claim it is 100% political in our context.

So, theatre can be a mean to bring awareness to the audience?

First of all it is a way to bring awareness to us; that is to say to people who work on the play. Then maybe to the audience as well, but I consider theatre at its core as a personal process. We always start from personal stories: once the topic is chosen we discuss what is our personal relation with it. Let’s take Uneducated, which is about educational system. We had different experiences and backgrounds, different opinions or doubts and we merged them all in order to create the show. By doing so perhaps you can reach more effectively the audience, at the point that the play almost threatens them. Occasionally we use to have a discussion with the audience after the show and you can notice that the values and the ideas of someone are really questioned. Of course it is easy to say ‘I’m an open-minded person, I’m not homophobic, etc.’ but it is different when you have to face your belief for real and maybe theatre can play this role. I would say theatre can represent a step towards personal change, both from artists’ and the spectators’ point of view.

Besides the content, does the political aspect of play involve also its aesthetic style?

Honestly, I don’t like to talk about such things as ‘aesthetic’ or ‘style’. I don’t have idea on what they are and why people have all these discussions about them. Again, it’s all about the experience. Sometimes I go to the countryside interviewing people, some others we have venues here in Spalatorie with artists from abroad and all of these are different experiences that naturally change the way of staging performances. Style is just an outcome of the artistic process, it is not something I plan or even think about. It’s much more worthy to see what an actor wants to say on the stage. That’s the thing I mostly care about and there lies the political message of the play. It’s simple to play a character: you take a costume, you get a nice haircut and then you just bring some clichés on the stage. On the contrary, it is much more difficult to think about a problem and my personal relationship with this problem. However, that is exactly what I would like to show and I guess it is more interesting for the actors and for the audience as well as it is for me.

Since 2010 you are running Teatru Spalatorie, which is an ‘independent’ space completely out of the official and institutional network. Why did you decide to establish it? What does ‘independent’ mean for you?

We wanted a place wherein we could work freely. And we are actually trying to make Teatru Spalatorie an open centre for contemporary art, where different artist can gather together and create something new. Being ‘independent’ means many things. First of all, as we already said, it means freedom to choose the topic you want and discuss it openly. Then, you have the freedom to decide what to do and study, without asking somebody else or waiting for someone’s approval. Although we never worked in State theatre, we know that this is not possible. It is probably possible to do what you really want, but you have to overcome lots of difficulties and accept certain conditions. The Ministry has quite a strong control over institutional plays and sometimes some subjects instead of others are recommended to the artists. So, ‘independent’ means – maybe the most important thing – the freedom to be against, to be against everything, without anybody questioning you. Besides that, there are also practical consequences especially within the production process. Being ‘independent’ in fact means work with small groups and try to decide every step collectively in a real democratic way. Each problem we have (either artistic or financial) we solve it together. This is not possible in an institutional framework, where everybody has his own role. We would like to say that our way is easier and more complicated at the same time. Moreover, beyond the idea of the independent there is also the will to reach the public more directly, that is to say organizing discussion after the shows in order to spark debates.

Are you thinking about taking your idea of theatre outside of Spalatorie structure?

We are actually trying to bring our idea of theatre outside the context of Spalatorie. For example, we have projects with young students from different villages around Chisinau, but we also have to face practical and financial difficulties to implement them. However, we think forcing people to watch theatre is counter-productive, if they are not genuinely interested in it. The point is to provoke people to watch theatre, which doesn’t mean just bringing pupils from schools to watch a play. On the contrary, it means getting in touch with them by means of a broader educational process, by going on our own to their village and speak with them.

Revisione inglese a cura di Raffaele Cavalli

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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