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«Il teatro è dialogo col pubblico». Una conversazione con Norbert Rakowski
di Francesco Brusa pubblicato in Interviste il 12 Marzo 2020 0 commenti 7 minuti di lettura
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Una targa dietro la piazza principale e una statua all’interno del piccolo parco che lambisce il centro cittadino ricordano che Opole (Polonia, nella regione della Slesia) è stato uno dei luoghi in cui si è sviluppata la ricerca teatrale di Jerzy Grotowski. Qui, infatti, assunse la direzione della sala Teatro “delle 13 file”, dove andò affinando il suo linguaggio scenico e sperimentando forme inedite della “relazione attore-spettatore”.
Oggi, anche sulla scorta di una tale eredità, l’ambiente teatrale di Opole sta cambiando e tentando nuove vie: dal 2015 il Teatro Kochanowski (struttura statale con quattro diverse sale per le perfomance) è diretto da Norbert Rakowski, che sta provando a imprimere una svolta sia per quanto riguarda il repertorio della compagnia sia per ciò che concerne il metodo di lavoro collettivo. Già assistente di Kristian Lupa, abbiamo chiacchierato con lui in occasione della “maratona” (sei spettacoli, fra prosa e performance più sperimentali) che ha avuto luogo a fine novembre presso il centro teatrale polacco.

Come stai cercando di impostare la tua direzione?

«Le domande principali che animano il mio lavoro sono due: perché esistiamo, come struttura teatrale? e che cosa vogliamo rappresentare? Siamo un teatro professionistico che desidera essere profondamente connesso alla realtà. Il discorso che intendo costruire riguarda in tutto e per tutto ciò che sta succedendo “là fuori”: vogliamo accogliere le prospettive di persone diverse, il pensiero di biografie diverse dalle nostre che possano renderci maggiormente cosciente della realtà che ci sta attorno. Quindi, in definitiva, direi che sto provando a elaborare una sorta di “teatro problematico” che si concentra sul proprio carattere educativo. Non nel senso didattico del termine, ma appunto focalizzato sulla volontà di mostrare al pubblico delle questioni vive, dei problemi della società in cui ci troviamo ad agire. Il nostro punto di partenza è costituito dunque da argomenti, che sentiamo essere portatori di domande. Anche se può capitare di non riuscire a raggiungere il massimo di qualità formale, la nostra speranza è di toccare dei nervi scoperti, qualcosa che sia nascosto, unico e perturbante per gli spettatori».

Ritenete l’aspetto formale secondario, dunque?

«Sulle pareti del corridoio del teatro è scritta una frase che considero il mio motto: “Il teatro è un dialogo fra due persone, e la seconda è il pubblico”. Pertanto, provo sempre a partire dalle aspettative degli spettatori, di chi decide di recarsi presso la nostra struttura e vedere uno spettacolo. Non mi interessa costruire una comunità coesa che si muova solo ed esclusivamente all’interno dell’ambiente teatrale, mi interessa invece stabilire una relazione con la città e i suoi abitanti. Ciò non significa che non ci concentriamo sui linguaggi e sulla forma, ma si tratta di fasi successive. Se ci focalizzassimo solo sulla forma, non riusciremmo a capire ciò che vogliamo dire. Il punto è che la società polacca non è abituata a discutere in maniera aperta e trasparente i propri problemi. Ho lavorato in Portogallo e lì, nel momento in cui si verificavano occasioni di interazione col pubblico, chiunque desiderava salire sul palco e prendere parola. Qua, invece, è diverso: in pochi si vogliono esporre, perché per anni siamo stati “presi in giro” dal governo e dalle istituzioni, ci siamo ingannati l’un l’altro. Non è dunque questione di chiusura mentale, ma di un vero e proprio timore diffuso».

Ci sono delle tematiche ricorrenti?

«Stando solo agli spettacoli della Maratona di questi giorni, certamente il tema della Chiesa cattolica e dei vari atteggiamenti che si agitano al suo interno è un argomento molto sentito e attuale. Il dubbio affronta il problema della pedofilia in ambito ecclesiastico, ma è anche una riflessione più generale sullo scontro fra diverse visioni della chiesa e del mondo: una maggiormente liberale e progressista e una più conservatrice. Black Skin, White Masks parte invece dalla questione del razzismo. Come popolo polacco pensiamo di essere molto aperti e tolleranti, ma la realtà è che esiste un alto tasso di xenofobia nel paese, ci sono episodi di razzismo o micro-razzismo a ogni angolo. Semplicemente, non abbiamo mai vissuto vere e proprie ondate migratorie in tempi recenti e non siamo, per così dire, “educati” a questo fenomeno».

Le nuove generazioni di teatranti si dimostrano attente a queste problematiche?

«Devo dire che, rispetto alle nuove generazioni che si affacciano al teatro qui in Polonia, osservo un alto tasso di narcisismo. Nella maggior parte dei casi non si vuole fare ricerca su nuove idee o nuovi concetti, si è interessati solo a produrre una performance, a debuttare. È triste, si tratta di un atteggiamento che accomuna una larga fetta di teatranti, anche giovani che magari hanno appena terminato gli studi di recitazione o regia all’accademia. Credo che sia anche il riflesso di mutamenti più generali della società: oggi tutti vogliono vincere, non vogliono essere al di fuori dei riflettori ma desiderano lavorare il più possibile. Questa è la prima e principale motivazione. Perciò (soprattutto attraverso il concorso “Modelatornia” che permette di produrre qui a Opole la propria opera prima) cerchiamo di promuovere un approccio laboratoriale, dando spazio, attori e mezzi per sviluppare quelli che sono germi di idee teatrali. Non ci interessa scoprire il nuovo Grotowski, ci interessa spingere giovani e non giovani che si approcciano al teatro ad andare più nel profondo delle questioni, a ricercare davvero qualcosa per quanto in forma scomposta e intuitiva».

Com’è, invece, il rapporto con le istituzioni e con la politica?

«In Polonia si verificano tentativi di controllo da parte della politica sul teatro. A volte, questi tentativi riescono pure: è il caso del Teatro di Wroclaw, dove è stato imposto un direttore attraverso un accordo di natura politica che si è rivelato totalmente inadatto per quel ruolo. L’ultima cosa che voglio è che succeda qualcosa del genere anche qui a Opole: significherebbe la morte del posto e della squadra che ora lo tiene in vita. C’è da dire che, però, dipende molto anche dalla zona. La municipalità e le istituzioni regionali dell’area non sono intenzionate a operare alcun controllo o sorveglianza sul teatro. Tuttavia, la loro resta una visione della cultura “stagnante” e immobilista: quando ho vinto il concorso per diventare direttore e ho avuto i primi incontri con i rappresentanti istituzionali, ci si aspettava da me che “portassi a termine il compitino”, che semplicemente mandassi avanti la macchina teatrale senza apportare innovazioni. Mi sono imposto, ho detto: o mi date la possibilità di cambiare per davvero, oppure tanto vale bruciare la struttura e farci un centro commerciale».

Quali innovazioni vanno apportate nello specifico?

«Il mio obiettivo è riuscire a creare una squadra di lavoro unita, che sia cosciente delle responsabilità connesse al gesto teatrale. Mi interessa, cioè, avere a che fare con persone che credano nella scena come sviluppo costante, lavoro su stessi attraverso le esigenze del pubblico. Quando cerco degli attori, pongo quasi sempre questa domanda: “Chi è, secondo voi, l’autore del personaggio che andrete a interpretare?” In tanti rispondono di essere loro gli autori, anche quando magari si tratta di un testo di Checov. È così che riconosco chi sta pensando soprattutto alla propria carriera e chi invece ha a cuore un progresso complessivo.
Ancora, il sistema teatrale qua in Polonia è bloccato da una “stagnazione” generale. Occorre provare a essere più dinamici, a trovare una prospettiva di ricerca ed evoluzione. Sia in termini di linguaggi e temi, sia in termini di meccanismi di lavoro: dal rapporto col pubblico alla relazione regista-attori, dall’apporto del personale tecnica alla concezione della struttura teatrale come luogo di incontro e discussione per la società, fino all’apertura verso il contesto internazionale e la messa in moto di varie co-produzioni con altri centri polacchi. Servono nuovi stimoli».

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