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(foto di Antonella Catalano)
(foto di Antonella Catalano)

Il paesaggio è danza in Valtellina. Intervista a Erica Meucci e Francesca Siracusa

di Matteo Merogno

Rami d’ORA (Orobie Residenze Artistiche) è la rassegna di arti performative ed esperienze in natura che quest’anno giunge alla sesta edizione, con un ricco programma di pièce e pratiche che si articola dal 24 maggio al 22 agosto 2026. Le due direttrici artistiche, Erica Meucci e Francesca Siracusa, anno dopo anno, sono riuscite a fare della radura di Castellaccio –  segmento isolato di Piateda in provincia di Sondrio –  un luogo catalizzatore di proposte eterogenee sul movimento, il corpo, la voce, la relazione, l’ascolto. Proseguono nel tracciare un percorso che non riduce mai i boschi e i borghi del versante più ombreggiato della Valtellina a mera scenografia, al contrario, assicurandosi che i luoghi assumano un ruolo costitutivo nell’esperienza performativa. Una prospettiva calibrata basata sulla cura, che ha radici nella loro sensibilità di danzatrici-interpreti, come emerge dal racconto che ci hanno gentilmente offerto.

Com’è nata l’idea di scegliere un luogo peculiare come Piateda per allestire una rassegna di arti performative?

Erica Meucci: Rami d’Ora è nata dopo il Covid, un periodo di reclusione, durante il quale stavo cercando uno spazio in cui fare delle prove di un mio lavoro coreografico. Mi è venuto in mente questo luogo legato alla storia della mia famiglia, dove l’ampio spazio permette di riunire più persone. Sono venuta qui insieme a tre danzatori per una breve residenza di una settimana. Abbiamo risvegliato ciò che era silente da un po’ e grazie all’isolamento reso possibile da questa radura contornata da due casolari nella zona sud del bosco, abbiamo raggiunto un prezioso livello di concentrazione. Arricchita da quest’esperienza, è nato il mio desiderio di allargarla ad altre persone, per condividere questa possibilità di raccoglimento con chi aveva un desiderio simile al nostro. Grazie a Riccardo Oliver, danzatore del gruppo Fattoria Vittadini, sono riuscita a fare i primi passi organizzativi, a incontrare gli assessori e comprendere come strutturare un festival. Lui è il nostro project manager e in quel momento io avevo appena seguito un suo corso online di management rivolto alle compagnie di danza. Dal secondo anno ho chiesto a Francesca Siracusa di accompagnarmi nella direzione artistica.

Alle spalle però avete un’importante formazione come danzatrici

E M: Sì, io e Francesca siamo state allieve insieme del corso di danza contemporanea della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Io avevo precedentemente studiato per molto tempo danza accademica. Anche dopo il nostro diploma ci siamo ritrovate all’interno di una visione comune seguendo gli stessi maestri.Abbiamo così raffinato il nostro sguardo grazie agli insegnamenti di Claudia Castellucci, Giovanni Campo, Francesca Proia e Michele Di Stefano del gruppo MK. Ci siamo trovati in consonanza con questi artisti-maestri nella loro attitudine a mescolare i linguaggi artistici, rendendo difficile una catalogazione precisa dei generi e pendendo in considerazione un’opera a 360 gradi.

Francesca Siracusa: Cesena è stato un fulcro importante in questo senso, dove abbiamo potuto maturare questa visione. Lì io ho preso parte alla compagnia di Claudia Castellucci e poi dei Dewey Dell, mentre Erica aveva seguito una formazione intensiva di cinque mesi guidata da loro insieme anche a Chiara Guidi e Romeo Castellucci. La nostra rassegna si propone come un festival di danza, ma nella sua concezione più ampia, sinonimo di un’eterogeneità di stili performativi. Precedentemente, io ho trascorso un’adolescenza da agonista di twirling, una disciplina vicina alla ginnastica ritmica, che mi ha formato molto. Contemporaneamente, abbastanza tardi, verso i 15 anni, ho iniziato a studiare danza classica.

Come si è trasformata la rassegna nel corso del tempo rispetto alle difficoltà che un luogo montano come questo può presentare?

F S: Lo sviluppo non è lineare: la prima edizione è stata autoprodotta,  mentre dalla seconda edizione alla quarta, è stato il primo triennio finanziato con il sostegno del Ministero della Cultura, dopo aver vinto il noto bando ministeriale, grazie al quale siamo stati inquadrati come rassegna (che per le norme statali differisce dal formato del “festival”). Lo scorso anno, purtroppo, all’inizio del secondo triennio di sostegno, a rassegna già iniziata, abbiamo scoperto, come tante altre realtà, che a causa della drastica restrizione ministeriale dei requisiti, la domanda era stata respinta. Abbiamo vissuto un primo momento di forte scoraggiamento che, grazie all’affetto di molti, si è trasformato subito in un sentimento di sorpresa e grande forza. È accaduto grazie a un crowdfunding avviato su suggerimento di Riccardo, attraverso il quale abbiamo ricevuto numerose donazioni che, tuttavia, non sono riuscite a sopperire integralmente a tutte le spese già in atto. Molti artisti hanno deciso di rinunciare a parte della paga e dei rimborsi e anche questo loro gesto ci ha infuso di coraggio.

E M: Inoltre, un forte sostegno è giunto anche dal mondo delle arti performative, da altri festival, associazioni e direttori artistici di tutta Italia e non solo da parte di realtà con le quali eravamo in contatto direttamente. Fino poi ad arrivare alle persone che vivono qui, che ci hanno bussato alla porta con i soldi in contanti dentro le buste. Per manifestare loro la nostra riconoscenza, li abbiamo invitati ad un grande pranzo. Essenziale è stato il ruolo della Fondazione Cariplo, da sempre nostra sostenitrice, che nel mese di novembre si è proposta di colmare il vuoto economico lasciato dalla sottrazione del Ministero. Un’altra difficoltà importante riscontrata all’inizio è stata legata all’individuazione qui in Valtellina di professionisti del settore: un organizzatore, che ancora manca, fotografi, videomaker, volontari… Al nostro arrivo qui ci siamo scontrati con un modo di vedere la danza più legato al senso comune, alle piccole scuole private che allestiscono i saggi di fine anno. Noi proponevamo pièce di danza nel paesaggio, dove il luogo non è scenografia, ma parte integrante dell’azione artistica. Nel tempo questa situazione è cambiata, abbiamo trovato e a volte formato, attraverso le edizioni della rassegna, alcune professionalità della cui collaborazione siamo molto felici.

I Valtellinesi però si sono dimostrati fin da subito curiosi…

E M: Sì, infatti, già dalla prima edizione eravamo increduli da quanti fossero affluiti. Era il 2 giugno 2021 e avevamo proposto un lavoro di stampo teatrale Le rotaie della memoria della compagnia Eco di fondo. C’era gente affastellata ovunque: sulla strada sterrata, sulla fontana… tanti abitanti di Piateda e dintorni manifestarono un grande desiderio di apertura e scoperta, dopo quel senso di fine segnato dalla reclusione forzata del periodo Covid. Nel corso del tempo quel grande entusiasmo iniziale è mutato: ora continuano a seguirci tutti coloro che hanno compreso quanto anche le opere di ricerca, per quanto spesso non di immediata ricezione, possano comunque toccare delle corde comuni.

F S: Si fidano delle nostre proposte e del nostro desiderio di rendere fruibili anche le opere più astratte, presentandole con estrema semplicità. A fine rappresentazione emergono anche riflessioni e commenti stimolanti. Si sono abituati al nostro desiderio di non etichettare il genere degli interventi artistici distinguendo tra danza, teatro, musica… sono aperti all’inaspettato.

Il titolo dell’edizione di quest’anno “Dorsale” è geografico quanto simbolico?

E M: Ho fatto questa proposta a Francesca durante la preparazione dell’esame di Geografia fisica, inserito nel corso di Laurea dell’Università Statale di Milano “Geografia, ambiente e territorio”, di cui sono studentessa al primo anno. Abbiamo riflettuto insieme sulla consonanza fisica e immaginativa tra il dorso degli animali e la dorsale delle montagne. Mentre ne parlavamo, mi sono ricordata di un mio gioco d’infanzia, quando una mia amica mi invitata a osservare la cresta di una montagna per farmi notare come assomigliasse (e forse fosse) una bambina sdraiata: si vedevano il “naso”, la “bocca”, la “pancia”… è un po’ una metafora anche degli avvallamenti, i pendii, gli smottamenti ai quali siamo state sottoposte dopo che il Ministero non ci ha più sovvenzionate.

F S: Per di più, la Dorsale è un luogo che giova guardare in lontananza, mentre si staglia in maniera definita contro il cielo. È una meta: rassicurante e allo stesso tempo impervia.

(foto di Antonella Catalano)

Nella rassegna il vostro ruolo di direttrici artistiche e quello di interpreti e coreografe si condizionano. Percepite di vivere un contrasto o queste due vesti si integrano totalmente?

E M: In occasione della prima edizione diretta insieme –  la seconda –  abbiamo deciso di creare la rassegna come se fosse un’unica opera, una coreografia, con un alternarsi di momenti di forte densità emotiva a momenti più distensivi e di rilascio. È stato un esercizio di composizione: si trattava di porre i lavori uno accanto all’altro, creando un disegno generale. Il confronto con tutti coloro che invitiamo è fertile e ci ispira anche artisticamente, quando ci troviamo a riflettere sui nostri progetti coreografici. Entrambe abbiamo attraversato un momento nel quale non ci sentivamo stimolate a creare, nella percezione che il panorama fosse saturo di offerte artistiche; è stato proprio grazie alla dimensione di scambio che si verifica durante Rami d’ORA che siamo tornate a creare con spirito rinnovato.

F S: Ci capita anche di voler chiamare artiste e artisti che fanno proposte più lontane da noi, ma anche questo ci sembra importante. Ci arricchisce affiancarci a visioni altre, ma che stabiliscono un legame con noi. Sappiamo benissimo ciò che non sceglieremmo mai, invece, altre volte scommettiamo un po’ e vediamo cosa succede. In più, con una consapevolezza da performer, ci prendiamo molta cura degli artisti e delle artiste che invitiamo, così come ne riceviamo noi quando ci troviamo nel loro ruolo in altri contesti. Lo sguardo sulle opere degli altri è un humus prezioso: vedere l’umiltà con la quale gli ospiti si confrontano con noi ci incoraggia a sperimentare senza la paura di fallire o l’ansia di dover creare l’ “opera del secolo”.

Il vostro gusto di coreografe-interpreti improntato a una creatività che agisce in sottrazione, dove il corpo è protagonista in assenza di orpelli, traspare nella programmazione della rassegna. Quali sono le domande e gli obiettivi che vi ponete di fronte a una prospettiva per nulla semplice come questa?

E M: Per me la via d’accesso è stata vivere qui. Porto con me, per esempio, l’insegnamento di Andrea Mori, ospite della rassegna con le sue pratiche di osservazione e vita nel bosco, che invita a non aggiungere nulla, a fermarsi e ascoltare tutto ciò che sta già avvenendo. Rendermi conto di essere già parte di una dimensione collettiva, anche quando sono sola, è una lezione che mi guida: quando lavoro all’aperto questa sensazione è ancora più lampante. Mi è capitato di farlo sia per Storia di un ruscello, che per Nel tempo del serpente, il mio ultimo lavoro in assolo.

F S: Lo stesso vale per Giovanni Campo, anche lui ospite con il suo seminario di Movimento Minimo, che ricorda come non si è mai veramente soli. Il suono, l’ombra… è necessario far affiorare ciò che è già presente e questa attesa non è sempre facile. Ho cercato di far rientrare tutto questo nella mia coreografia You Elsewhere, della quale Erica è interprete insieme a Miranda Secondari. Non sappiamo se questa ricerca sarà immediatamente visibile, se il pubblico potrà annoiarsi: far germogliare il sentimento collettivo di appartenenza a un tutto è la nostra sfida, che io penso sia davvero palpabile quando ti immergi nell’atmosfera della rassegna.

Ultima domanda: c’è un legame con questo desiderio di “agire in sottrazione” e il fatto che entrambi stiate lavorando a vostri assoli? Che significato ha l’assolo per voi in questo momento?

E M: Io mi sto trovando molto bene a lavorare in assolo, come danzautrice, cioè danzando in prima persona i miei progetti coreografici. È un lavoro “su di me”, nel quale sto sviluppando progressivamente una fiducia nel far emergere tutto il mio archivio personale, fatto di esperienze, letture, incontri. È qui la prova di cui parlavamo rispetto al non essere mai soli: nel lavoro coreografico divento una cassa di risonanza per tutta la “materia” che porto con me, trasponendo in movimento i temi che mi hanno maggiormente toccato, ci “sto dentro” in un altro modo, li attraverso con una nuova consapevolezza.

F S: Il tempo dell’attesa è fondamentale e a volte può essere anche molto spaventoso. Cerco di attraversare questa paura, anche ora che per la prima volta mi confronto con una creazione in assolo. Sono stata guidata e lo sono ancora in quanto interprete per altri coreografi, ruolo che mi piace sempre molto, e che affianco al mio desiderio di fare io da guida. Nel lavoro in assolo sto scoprendo quanto sia importante conservare una certa distanza tra me e la costruzione del disegno coreografico; lo faccio sentendomi un tramite, ponendomi come catalizzatore di ciò che deve scaturire con spontaneità e che l’autore deve guardare da lontano. È il pubblico che vede la totale aderenza e a cui viene restituito quel senso di compiutezza del lavoro. Se coreografi e interpreti devi lasciare uno spazio, conservare uno scarto tra te e l’opera: l’unità emergerà consequenzialmente nel momento della visione.

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