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Il desiderio di essere fuori tempo. Conversazione con Francesco Alberici
di Francesco Brusa pubblicato in Interviste il 11 Gennaio 2021 0 commenti 8 minuti di lettura
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Dalla compagnia milanese Quelli di Grock alle collaborazioni con il duo Deflorian/Tagliarini (Il cielo non è un fondale, Chi ha ucciso mio padre), dalla creazione del proprio collettivo di giovani autori e attori Frigoproduzioni (Tropicana, Socialmente) fino al più recente Diario di un dolore portato sul palco con la partecipazione di Astrid Casali, Enrico Baraldi ed Ettore Iurilli, Francesco Alberici (classe 1988) ha attraversato nel suo percorso tante pratiche dello stare in scena e diversi “modi di produzione” teatrali, talvolta partendo da suggestioni letterarie (C.S. Lewis, Édouard Louis…) oppure attingendo alla cultura musicale più pop (come con il successo di Gruppo Italiano). «Sono arrivato al teatro in maniera quasi fortuita», racconta. «Mi pare che oggi si faccia sempre più fatica a lavorare in maniera simbiotica dentro a un gruppo, a “fondersi” in vista di un progetto comune. Ma è il sistema stesso a disincentivare un simile approccio».

I teatri sono chiusi e siamo nel pieno di una pandemia globale. Distopie e apocalissi forse diventeranno un po’ meno di moda da qui in avanti?

«Come scrive Mark Fisher (citando forse Zizek, forse Jameson), “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. In molti ci siamo dunque lanciati a fantasticare sulla prima, dato che la seconda pare inavvicinabile anche per i più visionari. Questa spinta immaginativa attorno ai concetti di fine, disastro e apocalisse rivela con eloquenza quali siano le speranze sul futuro, e quale lo sguardo sul presente della mia generazione, quella tanto vituperata dei venti-trentenni. La fine e l’esplosione delle speranze erano temi portanti anche del nostro Tropicana. Ma la tempesta la si indica quando si sta avvicinando, non quando ci si è dentro. Ora che il disastro si è concretizzato in questo orribile momento, mi domando se in futuro avremo ancora voglia di immaginare la fine o se avremo bisogno di costruire concretamente una rinascita.
Tendenzialmente, poi, in tempi di crisi emerge un desiderio di evasione: durante la grande depressione del 1929 Hollywood sfornava musical e commedie a un ritmo forsennato. Ho la sensazione che nei prossimi anni tutto quel teatro che tenta di tenere il passo con la realtà, di avere uno sguardo critico sul presente, si ritroverà un po’ in crisi».

In generale, come vedi la situazione delle cosiddette “nuove generazioni” che si occupano di teatro di ricerca?

«Intanto oggi, per quanto riguarda le nuove generazioni, fatico a distinguere un panorama della ricerca da un panorama ufficiale. Dove sono gli spazi per la ricerca? Che finanziamenti hanno? Mi pare che le arterie di quel sistema siano state recise, creando un imbuto per cui o si accede direttamente a scenari istituzionali o si resta a casa. E chi entra nelle istituzioni alla mia età, sprovvisto di strumenti artistici e dialettici adeguati, spesso si ritrova in una situazione in cui i margini per sbagliare sono quasi nulli. Ma sperimentare, costruire un linguaggio proprio, prevede necessariamente la possibilità di sbagliare: se questa è tolta, la propensione al rischio (e dunque alla ricerca) si azzera.
Più in generale io sono cresciuto in un contesto in cui regnava un’idea di teatro comunitaria: il gruppo veniva prima del singolo, la condivisione e i legami travalicavano il piano lavorativo, si costruiva un repertorio di spettacoli che avevano una vita minima di tre quattro anni. Oggi questa visione è crollata. Lo scenario è competitivo e frammentato, tutti corrono da soli e c’è una difficoltà incredibile a dialogare apertamente. Inoltre gli spettacoli delle nuove generazioni, se va bene, fanno dieci date in un anno, non hanno un tempo di vita adeguato, di maturazione. Bisogna subito correre a fare lo spettacolo nuovo, sennò si è fuori dal mercato. Quest’ansia di iper-produzione, questa logica dello spettacolo come evento, più che come oggetto artistico che dura nel tempo, va a discapito della qualità dei lavori».

In questo “correre da soli” credi che giochino un ruolo anche i social e la sovrapproduzione di auto-narrazioni dell’io, o in generale una società tutta che diventa sempre più individualista?

«Se la società cambia, il cambiamento investe tutto, compresa l’arte e il teatro. Premesso che è molto difficile definire com’è la società in cui viviamo oggi, ci sono però a mio modo di vedere tre tendenze fondamentali che hanno delle ricadute sul teatro, per quanto riguarda sia i modi di produzione, sia i contenuti affrontati, sia le forme utilizzate. Queste tre tendenze sono l’individualismo, la scomparsa del dialogo e la velocità.
La comunità è scomparsa, sia come fatto pratico che come desiderio. Quali sono oggi i luoghi fisici della comunità in cui conoscere l’altro, in cui confrontarsi e dialogare? L’unica comunità è quella virtuale, le cui caratteristiche sono molto diverse da quelle di una comunità fisica. Il paradigma dei social, ovvero della comunità virtuale, non è il dialogo, ma la comunicazione del sé. Attenzione: non la costruzione del sé, ma la comunicazione del sé, la comunicazione di un’immagine di se stessi depurata da qualsiasi controversia, un’immagine idealizzata. Sorprende che in questo contesto il teatro adotti forme di auto-narrazione e attinga a contenuti biografici? La “sovrapproduzione di auto-narrazioni” dell’io è una conseguenza, sul piano di forme e contenuti, del contesto in cui viviamo».

Vi intravvedi dei rischi?

«Non è una conseguenza positiva o negativa, ma un inevitabile adattamento. Anzi, riconosco a un certo teatro la capacità di mettere in crisi queste autonarrazioni (per esempio attraverso i meccanismi dell’autofiction), sottolineando che si tratta pure sempre di narrazioni, e che quindi prevedono un meccanismo di costruzione che snatura la presunta verità del racconto di sé, o la capacità di metterle in scena in maniera controversa e non depurate di tutte le storture e le contraddizioni.
Altro discorso va fatto per le ricadute sui modi di produzione, e qui vengo anche alla velocità. Il fatto che oggi la comunicazione della propria immagine venga prima della costruzione del proprio discorso artistico è un problema. Il fatto che i giovani artisti corrano da soli, che manchino gli spazi e la volontà per un confronto, per costruire l’immagine di una nuova generazione teatrale, in grado di ragionare su di sé, sulle proprie caratteristiche distintive e sulle proprie contraddizioni, è un problema. Il fatto che la logica di creazione stia tornando a essere prettamente individuale, con un disincentivo al lavoro dei gruppi e con una definizione e gerarchizzazione non permeabile dei ruoli, è un problema. Il fatto che ci si viva in una competizione perenne, in cui l’obiettivo è emergere individualmente, è un problema.
Insomma, viviamo una realtà in cui la velocità è un valore, l’efficienza un’ideologia, la comunicazione è istantanea e quasi tutti i processi automatizzati: il fatto che questi concetti di base dell’ideologia capitalistica stiano permeando il teatro è un gigantesco problema. I tempi della creazione, della maturazione di un lavoro, della crescita di un artista hanno molto a che fare con la lentezza e poco con l’efficienza. Se al teatro non è permesso di essere fuori tempo, verrà schiacciato dai mercati dell’intrattenimento, le cui logiche sono tutt’altre».

Pensi che nel teatro oggi ci siano degli argomenti o dei linguaggi tabù? Se sì, credi che si debbano affrontare in scena? E come?

«Una piccola premessa, che magari è soltanto una fantasia pessimista: visto ciò che sta accadendo, rischiamo che in futuro la compresenza di attori e pubblico in uno stesso spazio divenga un tabù. Ci sono alcuni temi complessi da affrontare, che magari non incontrano la piena e immediata disponibilità del pubblico: uno di questi è il dolore – sul quale ho provato a ragionare nel mio ultimo lavoro – ma non si tratta di reali tabù. Prima, parlando dei social, dicevo che rischiamo di confinarci in delle bolle di realtà, in cui vediamo solo quella parte di mondo che ci somiglia e che risponde ai nostri gusti: ecco, a volte ho la sensazione che questo accada anche in teatro. A volte ho la sensazione che in teatro si affrontino con impeto e sdegno tematiche per nulla controverse, sulle quali ci troviamo già tutti d’accordo, sia chi è scena che chi è in platea, perché di fatto facciamo parte di quella stessa bolla. Mentre c’è una difficoltà a mettersi sul serio nei panni dell’altro, ad accettare un confronto con chi ha un sistema di valori diverso dal nostro, a cercare di capire le ragioni di chi la pensa diversamente da noi, senza dare per scontato che l’altro sia un nemico. C’è una difficoltà a contemplare il diverso, riconoscendogli piena dignità, a far esplodere quella bolla di consenso dove ci siamo rinchiusi. Quindi ti direi che per me un grande tabù oggi è il dialogo. Poi torno all’inizio: le logiche del mercato. Mettere in scena la fine del capitalismo, riuscire a immaginare un’alternativa, questo sarebbe grandioso. Anche se sono convinto che per infrangere questo tabù, prima che ragionare su forme e contenuti, si debbano mettere in discussione i modi di produzione, altrimenti sono solo discorsi vuoti».

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