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Il corpo tradisce sempre. A Bergman Affair di The Wild Donkeys
di Sofia Longhini pubblicato in Recensioni il 17 Aprile 2019 0 commenti 3 minuti di lettura
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Perché dovremmo assecondare qualcosa che è ostacolo alla felicità? E se questo elemento che genera sofferenza fosse la verità, cambierebbe qualcosa? Soprattutto su questa domanda si sofferma A Bergman Affair, spettacolo di The Wild Donkeys ospitato al teatro delle Passioni di Modena durante Vie Festival 2019.

L’opera nasce dalla lettura e dalla riflessione sul testo Conversazioni private di Bergman. È la storia di una donna, Ana, che tradisce suo marito con Tomas, giovane studente di teologia. Attanagliata dal senso di colpa, quando incontra il pastore Jacob, inizia a riflettere sulla sua relazione clandestina e sul bisogno di mettere in pace la sua coscienza.

Gli attori in scena presentano al pubblico questioni capitali, come il ruolo della verità, il tema dell’amore, del tradimento, della religione e della morte, della relazione tra conscio e inconscio ed è proprio su quest’ultima sospensione che sono chiamati in causa i personaggi in scena. Questo fatidico inconscio viene rappresentato da un attore, nelle vesti di una figura fantasmatica che, in abito nero, dirige i personaggi, avvinghiandosi dietro i loro corpi: così, li anima nella loro irrazionalità, in un viaggio carnale dove il corpo si fa puro portatore di senso istintivo. Questi corpi, insomma, vengono come animati da un burattinaio che ne controlla i movimenti e i pensieri. Il corpo viene chiamato in causa per farsi attraversare dal bisogno di ricercare e arrivare alla verità, diventando fluido mezzo di comunicazione. Un aspetto dello spettacolo reso con efficacia sicuramente anche grazie alla lunga esperienza col Théâtre du Soleil di Olivia Corsini (nelle vesti di Ana) e del regista Serge Nicolaï. Anche i momenti di intimità dei due amanti Ana e Tomas presentano una visione materica e dolce, dove la luce si adagia sui corpi nudi con estrema delicatezza ed eleganza. Il corpo e la luce diventano, nella loro fusione, un richiamo al sogno e all’onirico, tema caro a Bergman, dando così spazio, attraverso le possibilità del teatro, a una concezione illusionistica e magica, cui però non corrisponde un adeguato approfondimento psichico.

Bergman, infatti, si sofferma su personaggi dilaniati ponendo particolare attenzione alla psicologia femminile, che in A Bergman Affair invece trova un interesse meno definito: la protagonista è pur sempre una donna, ma la resa delle sfumature del suo animo ha una caratterizzazione legata al personaggio e non al genere. Tutti i personaggi, comunque, sembrano quasi ergersi sopra le violente dinamiche relazionali. Finiscono così quasi per auto assolversi, proprio perché guidati da quel signore inconscio, che non possono controllare e che, per parte sua, li manipola completamente.

Ma davvero l’inconscio non è altro che uno scuro burattinaio che controlla il nostro corpo e i nostri pensieri? E in mezzo agli inganni che costruiamo intorno a noi, dove sta la verità? Quando e come si esprime? Che conseguenze ha? Quando Ana sceglie di raccontare tutto al marito, per esempio, questi finisce per impazzire completamente: in preda a una furia incontrollabile, traccia sulla lavagna in fondo alla scena una frase: «Non puoi violentare la verità, senza fare male». Se mentire provoca dolore, andare in fondo alla verità diventa un vero e proprio supplizio. Sondare l’abisso diventa tormento, ma nello spettacolo il conflitto, alla fine, è solo interiore: non c’è spazio per un confronto e un dialogo tra esseri umani. Dallo scontro dell’io, insomma, non nasce il reale incontro delle parti. Uno spaccato, forse, che oggi viene a bussare alla porta di tutti noi: la perenne chiusura in noi stessi ci dilania, ma l’apertura verso l’altro, troppo spesso, non è che un modo per sollevare dal nostro intricato dolore solo ed esclusivamente noi stessi.

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