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"Gli anni", la danza irripetibile
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 26 Ottobre 2022 0 commenti 3 minuti di lettura
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Gli anni di Marco D’Agostin è uno spettacolo a metà, in senso positivo. Si colloca sempre un passo al di qua di una nostra possibile e completa decifrazione: elaboratissimo fino al dettaglio e, allo stesso tempo, disorganico; estremamente “pop” e discorsivo, nel linguaggio e in alcuni riferimenti culturali, e allo stesso tempo ermetico; pervaso da un’energia performativa in tutto e per tutto individuale, incarnata da Marta Ciappina, eppure multiplo e plurale nel suo delineare immaginari collettivi e coreografie autoriali. Comincia, si sviluppa e racconta una vera e propria “storia” – che è possibile seguire per filo e per segno, anzi che addirittura coinvolge per ritmo e dettaglio – ma fin da subito “esplode su se stesso” dipanandosi in fili che si aggrovigliano ricorsivamente e in segni che (almeno all’apparenza) non rimandano a significato alcuno.

Proprio in questo consiste la suspense dello spettacolo: nel suo sporgersi in continuazione “oltre il palco” (in alcune occasioni anche fuori metafora), quasi a reclamare suadente la partecipazione del pubblico, e al contempo rifuggire dentro a un “guscio gestuale” escludente e abbarbicato sul proprio stesso autonomo sforzo, a tratti “autistico”. «Sono andata al mercato e ho comprato un limone, due limoni, tre limoni, quattro, cinque, sei limoni, sette…»: così esordisce la perfomer sul palco con un dialogo che si fa subito cantilena, basso recitativo dal sapore enigmatico e colloquiale. Indossa una divisa da “scolaretta” con relativo zaino, si muove decisa sul palco lungo diverse traiettorie per posizionare alcuni oggetti, tra cui un banco da aula scolastica, alcuni cartellini segnaletici da polizia scientifica. È come la messa in scena di un giallo, ma manca il delitto e di conseguenza anche il movente. O meglio, il movente sono i ricordi, talvolta semplicemente vagheggiati oppure più concretamente proiettati su uno schermo ai lati del palco (passando da filmini dell’infanzia del coreografo D’Agostin, all’inizio, fino ad arrivare a una chiusura del cerchio con una danzatrice bambina che recita la “frase-filastrocca” che dà il via allo spettacolo), così come ai lati del palco vengono proiettate frasi tratte dal romanzo omonimo della neo-premio Nobel Annie Ernaux o parole dell’omonima canzone degli 883.

In mezzo a questa proliferazione di segni e di immagini, Marta Ciappina danza con fare che è da un lato appassionato e didascalico dall’altro. Vale a dire, articola e disarticola il proprio corpo – gambe, braccia e capo con una calcolata e precisa consequenzialità – in maniera assolutamente sinuosa, anche sensuale, per poi però ogni volta interrompersi bruscamente, andando a formare dei piccoli “quadri” di movimento fra parole e sviluppo scenografico in un gioco di rimandi soffusi. Sorride al pubblico per poi ritrarre i muscoli facciali in un impeto di quasi altezzosa serietà: delinea, cioè, una presenza scenica che sta a metà fra l’autoironia e lo sfottò, ogni volta tirando e allungando le fila di una possibile complicità che non si dà mai del tutto. Ed è, in qualche modo, lo stesso destino che subiscono gli scampoli di ricordo (intimo? personale? generazionale?) predisposti sul palco: la partecipazione e il coinvolgimento sono solo accennati, vengono sciorinati come fossero una cronaca sì vera ma comunque asettica. Tant’è che lo spettacolo tutto potrebbe esser letto come una progressiva, benché destrutturata, “scarnificazione della malinconia”: dalla memoria, anche lirica, si passa alla “anamnesi biografica”, alla mnemotecnica. Che è appunto memoria fisico-corporea, radiografia del movimento stesso: verso la fine della performance, Ciappina esegue infatti gesti e figure recitando allo stesso tempo e con la propria voce la partitura coreografica che viene messa in scena. Un “raddoppio”, che insieme avvicina e allontana, una ripetizione che è anche dimenticanza, uno sprofondare in anni, in momenti, infine non mai nostri, non mai del tutto afferrabili ma che possiamo rivivere solo a ritroso, all’incontrario. «Cinque limoni, quattro limoni, tre, due, uno…».

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