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Fino a prendersi per mano. Lidi. La festa perfetta di Clessidra Teatro

di Lorenzo Donati

È una cabina di uno stabilimento balneare, sulla sabbia di fronte al mare. Dentro c’è un ragazzo che esegue esercizi fisici: si sta allenando, si piega sulle ginocchia e ci invita a imitarlo, come nel Fight Club dobbiamo addestrarci per lo scontro, farci trovare pronti e performanti. Ci siamo preparati a sufficienza? Qualcuno fra noi spettatori sta al gioco: chi inizia a piegarsi sulle ginocchia, chi sorride, chi sospetta. Dobbiamo diventare efficienti, dice. Lui è sempre lì da solo a sudare, fra poco lo saluteremo per entrare in una nuova cabina.

Una donna ci invita a festeggiare. Nasce un ballo collettivo nello spazio angusto dove solitamente si stipano secchielli e gonfiabili, poi usciamo, facciamo un trenino, ci stiamo divertendo! Nel petto monta un lieve turbamento. Una ragazza vestita di rosso è seduta al centro di una nuova cabina, il suo trasporto nel raccontare i cartoon ci contagia: Goku e Vegeta, i muscoli che si gonfiano, il diventare “super”; usciamo e un ragazzo alto, forse un pr, ci invita nel suo box. Lì tutto è possibile, sostiene, si rivolge a noi come a degli amici, ci osserva cercando complicità di sguardi e abitando quell’esile confine che dal personaggio trascolora nella quotidianità dell’attore, e viceversa. Esce dalla cabina, risponde al telefono e inveisce, il reale là fuori oscura i pensieri. Passa un fotografo e il pr ci invita mandarlo a quel paese, perché «qui alla festa perfetta è tutto permesso».

Si esce e si entra dalle cabine del Lido Impero a Chiatona (Taranto), qui a Lidi. La festa perfetta (3-7 agosto 2018), spettacolo co-firmato dai registi Fabrizio Saccomanno e Gianluigi Gherzi all’interno del progetto di residenza e creazione Clessidra, prodotto dal Teatro delle Forche sotto la curatela di Erika Grillo. Usciamo ed entriamo e allo stesso modo attori e attrici escono dalle cabine, richiamati da un allarme e da una voce off. Non va bene, dice la voce, non siete credibili, la festa perfetta ha bisogno di persone più prestanti, non ci credete nemmeno voi, insiste la voce. L’intero gruppo esce per tre volte, eseguendo dapprima un tracciato gestuale collettivo, forse un tentativo di sottostare alle ingiunzioni anche al di fuori della clausura. Noi li osserviamo appoggiati con le mani a una rete metallica, scrutiamo la loro cattività: corrono sulla sabbia, cadono, avanzano sfilano sulla passerella di cemento eseguendo gesti ricorsivi, creano una piramide umana, come un Haka generata per essere acclamati e per i nostri sguardi, infine cadono, si rintanano in un perimetro circoscritto, scavano la sabbia e la battono, rantolano, tremano scossi da spasmi. Non andate bene, dice la voce, non siete pronti. Tornate nelle vostre cabine, e ci torniamo anche noi.

Incontriamo un “party maker”: un organizzatore di feste che dovrebbero condurre alla perdizione, indossa anelli alle orecchie, lo spessore della voce di chi è sicuro di sé, ha i denti e gli abiti fluorescenti d’avorio imbiancati da una luce wood; ha avuto successo ovunque, però qui a Chiatona non è sicuro di farcela. Chi è a parlare, il personaggio o l’attore? Una ragazza ha portato nella sua cabina residui dalla spiaggia e dal mare, un terzo paesaggio di storie e rifiuti dell’economia balneare, un’altra ci contagia con la sua ebrietudine, ci sfiora, ci parla a qualche millimetro e ci pare di sentire il fiato chi ha bevuto troppo, nell’aria acre con troppa vodka. Tiene in mano un cocktail e ride, poi inciampando ride ancora, la voce impastata menziona i figli che non ha avuto. Qualcosa dentro di noi si gela ulteriormente, l’aria si ovatta con un loop elettrico dei Daft Punk, un Instant crush che è sempre più festa mesta. Fra obbligata emancipazione e malcelata disperazione ci ritroviamo addosso una sensazione da corsa dei topi che parla di questi anni, e di noi. Incontreremo altri racconti, dieci in tutto, quelli di chi vive l’ansia da prestazione tradendo un conclamato disagio, quelli di una donna che impartisce lezioni di personal empowerment basate sulle accezioni positive del lessico, in una cabina indossando la giacca elegante, poi tutto si confonde di fronte a una donna che avanza e retrocede coi pensieri, scopre delle parti di corpo dove ha scritto parole a matita nera come baciare, sbranare, amare, splendere. Sulla pelle, in stampatello. Avanti e indietro con i pensieri anche lei pensa alla festa e al mondo e ci guarda, ci parla, si racconta, ci osserva, d’interroga, si perde e ritrova un filo, spinta da imperativi che ora vorremmo rendere meno pesanti. Siamo lì di fronte a questi frammenti, questo tempo ci è dato. Che cosa preme? Cosa opprime? È per noi che si stanno mostrando? Parlano del teatro, del mondo là fuori, delle scadenze, delle “patenti”? Che cosa si sta recitando? Come continuano queste storie, nel controluce dei personaggi?

Gli attori e le attrici del progetto Clessidra si radunano di anno in anno mettendo in campo formazioni e tradizioni recitative differenti, un politeismo oggi rarissimo, così le loro domande sono anche “naturalmente” le domande dell’arte e della vita, del teatro e delle biografie. Torna la voce e li incalza, non ci credete nemmeno voi. E se anche noi li stiamo solo osservando, se il nostro è uno sguardo che valuta gli esiti forse pure noi spettatori ci stiamo credendo poco.

Stare al gioco di questa festa e delle sue patenti ci porta contro un muro. La presa di coscienza è tremenda, brucia e ci fa avvampare di rabbia, giunti sino a qui vorremmo far qualcosa per dissociarci, per fare venire meno il nostro peso. Siamo ancora di fronte alla rete metallica, dal buio arriva una donna che trascina un grande trolley. Sembra che giunga dal mare, dalla valigia estrae una bambolona di pezza con la pelle scura, una marionetta a grandezza naturale. Si muovono insieme, ci scrutano, danzano. All’improvviso tutto quanto abbiamo visto scricchiola al cospetto di un altrove di traversate e tragedie, è come un lampo che lascia una traccia nella memoria, prima di uno scioglimento collettivo. Dopo lo spaesamento, la rassegnazione e la rabbia siamo infatti invitati a prenderci per mano: usciamo dal recinto, per la prima volta sostiamo tutti insieme con attori e attrici, si crea un cerchio, parole poetiche invocano uno spazio di gentilezza collettivo, sorridiamo. No che non se ne va quell’angoscia generata dalle solitudini in gabbia fino a un attimo fa, eppure si spande anche un ritrovato luccichio, quello di chi, nel teatro, ha intravisto il terreno per pronunciare il “noi”. Stiamo in cerchio e ci guardiamo negli occhi.

Lidi. La festa perfetta

regia di Gianluigi Gherzi e Fabrizio Saccomanno
produzione Teatro Le Forche
in collaborazione con Reset Chiatona

un progetto ideato e curato da Erika Grillo
coordinamento e comunicazione visiva Alessandro Colazzo
con gli attori Giorgio Consoli, Daniela Delle Grottaglie, Alessandra Gigante, Erika Grillo, Giulia Mento, Ermelinda Nasuto, Cesare G. Pastore, Chiara Petillo, Elisabetta Sbiroli, Fabio Zullino

coordinamento tecnico Walter Pulpito
tecnico audio/luci Vincenzo Di Pierro
scenografie e allestimenti Mino Notaristefano
grafica/foto/video Alessandro Colazzo / sacodesign
segreteria e promozione Francesca Piccolo

L'autore

  • Lorenzo Donati

    Tra i fondatori di Altre Velocità, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento delle Arti all'Università di Bologna, dove insegna Discipline dello spettacolo nell'intreccio fra arte e cura (Corso di Educazione professionale) e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettacolo al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Immagina e conduce percorsi di educazione allo sguardo e laboratori di giornalismo critico presso scuole secondarie, università e teatri. Progettista culturale, è tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Comitato di Gestione dei Premi Ubu. Usa solo Linux.

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