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«Divenire un Marco Polo in un’esplorazione senza fine»: intervista a Marco Chenevier
di Agnese Doria pubblicato in Interviste il 21 Ottobre 2019 0 commenti 6 minuti di lettura
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Prosegue l’interrogazione da parte di Altre Velocità su cosa possa significare fare un festival di questi tempi. Seguitiamo la nostra investigazione che è andata a scandagliare la possibilità da parte dei festival di rimanere in relazione con la società per raccontarla come uno specchio ma al tempo stesso per pungolarla, interrogarla e immaginarla. L’anno scorso abbiamo seguito T*Danse, ideato da Marco Chenevier e Francesca Fini, vedendo una città come Aosta un po’ trasformata dalla possibilità di meticciare operatori, artisti e pubblico in un solo luogo, la Cittadella, che in quei giorni vibrava di una dimensione collettiva importante, e che ci piace pensare possa diventare eco, riverbero ed eredità per la comunità cittadina.
Pubblichiamo questa intervista a distanza di tempo, per augurare lunga vita al festival – che è iniziato ieri – e per festeggiare gli artisti quest’anno ospitati (Cindy Van Acker, Anna Konjetzky, Darragh McLoughlin e tanti altri). Tantissimi sono gli artisti europei che con la loro presenza vanno a comporre un panorama variopinto e multiplo della scena contemporanea. Per info sull’edizione di quest’anno: www.tidaweb.net

La vostra idea di festival è molto precisa e allargata. Tra i miei appunti ricorre la definizione di “erotizzare la cultura”, come a voler rendere l’esperienza dello spettatore piacevole e non necessariamente punitiva, soprattutto se si parla di contemporaneo. Anzi, la vostra linea pare andare contro a una certa autoreferenzialità dell’arte, contro la gerarchizzazione che porterebbe a classificare alcuni generi come “alti” e altri come “bassi”. Il vostro desiderio si colloca proprio nel mixaggio e nel melting pot. Ci puoi raccontare come sono entrati la danza e il teatro in questa città e in che modo il vostro progetto di festival desidera aprire i linguaggi del contemporaneo cercando di farsi intendere da qualche persona in più?

Il riferimento all’erotizzazione dell’esperienza artistica risponde alla voglia di scardinare i rapporti di potere che nei circuiti dell’arte “colta” hanno operato per decenni con fini di esclusione di una grande parte della società. Spettacoli e operazioni artistiche iperintellettuali, iconofobiche e spesso noiose, arroccate dietro posizioni anche di rottura o di protesta, ma che di fatto hanno allontanato i cittadini e relegato il contemporaneo alla nicchia, a una nicchia che si vuole élite culturale e che esclude chi, per ignoranza, non può davvero apprezzare quel genere di operazioni.
Conviene però forse fare un passo indietro. Io parto da una visone del mondo politicamente ben definita per la quale le categorie di “alto” e “basso”, nella cultura, sono proprio sbagliate. La gerarchizzazione culturale europocentrica e colonialista ha fatto solo danni, facendoci perdere immensi patrimoni culturali. Parto inoltre da un’angolazione precisa: sono un uomo di teatro e di danza, un coreografo e regista che si cimenta nell’organizzazione di un festival. Da coreografo e danzatore mi sono addentrato nella riflessione sul ruolo dell’arte nella società contemporanea prima come artista, in quadri di programmazione, e poi ho sentito la necessità di eseguire un refraiming e ripensare il quadro. Perché ho visto le sale vuote, ho visto il pubblico disertare il teatro, soprattutto in Italia. È stato quindi logico per me ripensare prima a quello che proponevo al pubblico e poi a come un’esperienza teatrale si collocasse nella società contemporanea. Questo spostamento dal livello di dispositivo scenico al livello di riflessione circa il quadro stesso – il festival, il teatro o la rassegna – mi ha portato a ripensare completamente il rapporto tra teatro e società. Non cerchiamo di “farci intendere da qualche persona in più”, ma siamo partiti proprio dal dialogo con i concittadini. Per noi non c’è pubblico: ci sono cittadini. Non vogliamo convincere i cittadini a venire a teatro: con i cittadini costruiamo la progettualità del festival e le sue progettualità collaterali. Per T*Danse l’audience engagement e l’innovazione civica sono precisamente l’origine stessa del progetto: sono il festival, il quadro appunto, in cui mi piacerebbe vedere le mie operazioni di refraiming programmate.

Come riesce un festival oggi a farci sentire vicini anche a un linguaggio complesso? Come si può far passare che ciò che si vede in una cornice sfaccettata come quella di un festival, appartiene e riguarda tutti i cittadini (o gran parte di essi)? Quale forma di collettività, quale nuova forma di interazione tra teatro e città vuole creare questo festival?

Il festival si vuole quale dispositivo mutevole che prevede diverse azioni: programmazione, workshop, conferenze, che sono tutti tasselli di un’unica esperienza artistica collettiva, costituita dalle diverse esperienze proposte. Abbiamo costruito progetti paralleli che investissero più campi possibili della società, e con loro abbiamo collaborato per costruire assieme il progetto del festival: la popolazione che ospita gli artisti, le scuole, i laboratori civili, le conferenze, la collaborazione con le associazioni del territorio e con le cooperative sociali, le scuole di danza. Tutta una rosa di attività ci ha permesso di costruire un progetto che fosse un’emanazione della comunità stessa.

Nell’orizzonte dell’apertura, il festival T*Danse ha dedicato un pensiero importante al pubblico, investendo molte energie su più fronti. Partendo dal coinvolgimento delle scuole e dei cittadini nell’ospitalità e da un dialogo con migranti, disabili, eccetera. Ci parli della vostra traiettoria? Come l’avete immaginata e come siete riusciti a concretizzarla?

Per rispondere alla complessità della società contemporanea, abbiamo strutturato azioni che entrassero in contatto con diverse fasce sociali: il liceo, l’infanzia, la disabilità, i migranti e chi invece frequenta abitualmente le proposte culturali. Le varie azioni si incontrano poi durante al festival e si intrecciano. Avendo come obiettivo la proposta di una programmazione eterogenea che portasse sul territorio la complessità della scena contemporanea, volevamo combattere l’idea di consumo dell’esperienza artistica. Abbiamo quindi chiesto agli artisti di permanere lungo tutto il periodo e alla popolazione di ospitarli. Poi abbiamo dato l’opportunità agli artisti di farsi conoscere attraverso delle masterclass e gli incontri in cui è possibile analizzare i lavori proposti. Queste azioni invitano i cittadini ad attraversare per più giorni il festival e a costruire così un discorso collettivo che si svolge anche nel ciclo di conferenze e nelle performances.

T* Danse ha come ideale sottotitolo “Danse et technologie”. Qual è il punto di incontro tra il corpo, ancestrale e materico, e la tecnologia, smaterializzata e virtuale?

Il focus è sul corpo quale strumento artistico privilegiato, e il campo d’azione è un ragionamento sulla contemporaneità. La contemporaneità è caratterizzata dalla presenza massiva delle tecnologie. Per le tecnologie il rapporto con la danza e con il corpo è fondante. La tecnologia è, come dice Francesca Fini, “divenire un Marco Polo in un’esplorazione senza fine”.

Per non essere solo una rassegna ben fatta, quale ruolo dovrebbe assumersi un festival oggi?

Credo che oggi l’organizzazione nel campo del contemporaneo debba emanciparsi dall’entertainement e fare dell’innovazione sociale e del rischio culturale il propri scopi fondamentali. L’arte è uno strumento per esperire. Esperire è uno strumento per essere. Un festival, quindi, dovrebbe essere un’utopia.

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