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Festival Attraverso – Conversazione con Chiara Tabaroni

di Agnese Doria

Chiara Tabaroni anima e mente del Festival Attraverso da tre anni con tenacia porta la sapienza di un fare teatrale a Sassoleone, una piccola località sull’appennino Tosco-Emiliano a una manciata di chilometri da Bologna.
Il Festival inaugura domenica 8 giugno con Il mare in tasca lo storico spettacolo di Cèsar Brie che nella cornice dei calanchi risuona di un altro sapore anche per chi l’ha già visto e conosce l’artista argentino.

Il festival ha come sottotitolo “spazio attivo per la ricerca performativa” ce lo puoi commentare?

Mi piaceva che ci fosse il termine spazio che io declino in tutte le sue accezioni: spazio naturale, teatrale, spazio inteso come luogo da esplorare e luogo di incontri.
Ho depositato nella parola attivo la capacità di attivare relazioni tra il posto e le persone che lo percorrono, una capacità comunicativa che non è passiva: un modo per dare ascolto a uno spazio e farlo risuonare anche grazie al mio passaggio. Rispetto alla dicitura ricerca performativa invece volevo restituire uno sguardo a volo d’uccello sul teatro, inglobandone la maggior parte delle sue possibili sfaccettature: il teatro racconto, il movimento e la danza, il canto, il teatro che proviene da esperienze a noi lontane anche dal punto di vista culturale e il teatro di regia.

Cosa ti ha spinto a immaginare un festival che includesse la visione degli spettacoli e la pratica teatrale attraverso workshop?

Il festival si rivolge a due “categorie” di spettatori: quelli che nel loro quotidiano non conducono una ricerca teatrale e quelli che invece la praticano, che sono appassionati a cui voglio regalare l’opportunità di vedere l’opera di un artista, magari con il quale hanno lavorato proprio qui a Cà Colmello durante un laboratorio. Nel corso della visione hanno l’occasione di constatare il concretizzarsi in scena della poetica di quell’artista, avendo così la possibilità di appassionarsi, rispecchiarsi o distanziarsi, definendo così anche se stessi e i propri gusti.

Il Festival per dov’è collocato si pone al di fuori dei circuiti teatrali consueti: limite o opportunità?

Uscire dalla scatola nera del teatro e da una dimensione cittadina e decidere di portare il teatro nello spazio naturale cambia radicalmente la percezione del teatro stesso, tant’è vero che rivedere qui uno spettacolo già visto ne cambia completamente i connotati. Anche l’aspettativa è diversa, lo spettatore più facilmente fa cadere le sue sovrastrutture o aspettative, lasciando spazio a una visione più candida perché la natura porta in quella direzione. È un ritorno al mondo antico greco e romano dove gli spettacoli avvenivano all’aperto, creando un fortissimo connubio tra ciò che avviene in scena e la cornice nella quale si è immersi. Trovo che portare uno spettacolo nella natura sia un condensato di vita: vita scenica, vita naturale e vita dello spettatore che vi assiste e partecipa all’evento. Questo modo diverso di stare gli uni accanto agli altri, riporta questa dimensione comunitaria alle sue radici popolari. Quello che mi manca è l’entrare in rete con altre realtà simili alla mia e, forse, un riconoscimento maggiore dalla città di Bologna e Modena. Il collocarsi “fuori Bologna”, lo colloca appunto “fuori”, il mio desiderio non è quello dell’isolamento ma nel cercare dei ponti che mi colleghino a quel “dentro”.

Quale pubblico arriva a Cà Colmello?

Abbiamo sia persone, magari del paese, che usualmente non frequentano i teatri ma che hanno la possibilità di accedere a una programmazione teatrale non commerciale e riescono con grande semplicità ad avvicinarsi abbattendo barriere, senza attingere ad atteggiamenti elitari che a volte questo mondo, soprattutto quello legato alla scena più “sperimentale” si porta dietro. Io cerco di selezionare con cura gli artisti e gli spettacoli certa che il contesto naturale ne faciliti la fruizione. Negli anni si sono formati dei gruppetti di affezionati che vengono dalla Toscana o da Modena, che tornano anno dopo anno.

La definizione casa laboratorio si apre a dei riferimenti puntuali, anche in termini storici, riportandoci agli anni 70 e a un’area teatrale precisa, quella più spostata verso il terzo teatro. In che relazione ti sei posta con questa tradizione?

Io sono sicuramente debitrice alla casa laboratorio di Cenci dove ho iniziato a 21 anni il mio percorso teatrale. È stato un luogo grazie al quale ho scoperto la pratica teatrale e conosciuto artisti. Non abbraccio tuttavia le ideologie che hanno mosso le case laboratorio negli anni 70 e 80, anche per le diverse ragioni cronologiche e generazionali. La denominazione mi piaceva per la sua semplicità capace di unire casa, come luogo abitativo, a laboratorio nel quale ci metto tutto il fermento di una fucina. Ogni casa laboratorio risente fortemente dell’impronta di chi la conduce, sono quindi simili ma anche molto diverse le une dalle altre.

Il programma prosegue fino all’inizio di settembre, prossimo appuntamento il 21 giugno con Beatrice Baruffini con W (prova di Resistenza), la sua narrazione agita che ci riporta alla memoria le barricate nella città di Parma nel 1922, Segnalazione Speciale Premio Scenario 2013. Poi ancora il maestro Butoh Masaki Iwana, con workshop e spettacolo (8 – 12 luglio), le pratiche vocali di Ewa Benesz (16 – 20 luglio), lo spettacolo Briganti di Berardi Casolari (27 luglio). Agosto aprirà con gli indiani Milon Mela (seminario e spettacolo 30 luglio – 5 agosto) e proseguirà (10 – 14 agosto) con l’interessante progetto che Leonardo Delogu sta portando avanti con casa DOM durante il quale s’indagherà la relazione tra corpo e paesaggio, attraverso il lavoro individuale e corale, una sorta d’addestramento a farci custodi dello spazio che abitiamo. Dal 27 al 30 agosto sarà la volta dell’atteso seminario con Mariangela Gualtieri che concluderà anche la programmazione degli spettacoli il 30 agosto con un “rito sonoro” Perché allora l’universo scrive i suoi segreti con mano d’innamorato? Durante il quale l’autrice percorrerà versi editi e inediti che cantano il meraviglioso nella natura, nell’amore e anche nel dolore. Ultimo laboratorio dedicato alla danza e condotto da Abbondanza Bertoni (5 – 7 settembre).
Programma completo, info e approfondimenti su www.cacolmello.it

fotografia di Paola Perrone

L'autore

  • Agnese Doria

    Classe 78, veneta di nascita e bolognese d’adozione, si laurea in lettere e filosofia al Dams Teatro e per alcuni anni insegna nelle scuole d'infanzia di Bologna e provincia e lavora a Milano nella redazione di Ubulibri diretta da Franco Quadri. Dal 2007 è giornalista iscritta all’ordine dell’Emilia-Romagna. Ha collaborato con La Repubblica Bologna e l’Unità Emilia-Romagna scrivendo di teatro e con radio Città del Capo.

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