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Fare teatro in Bielorussia. Intervista a Vyacheslav Inozemtseva del festival PlaStforma 

di Francesco Brusa

Vyacheslav Inozemtseva è direttore del teatro InZhest e organizzatore di PlaStforma. Con lui discutiamo delle esigenze e degli obiettivi che animano il festival, dei risultati che ha raggiunto e del pubblico che lo segue. Inoltre, indaghiamo il ruolo che danza e teatro hanno nella società bielorussa, cercando di cogliere le eredità del passato e delineare le possibilità del futuro.

Perché hai sentito questo festival come necessario? Che cosa ti sembrava doveroso di essere mostrato al pubblico Bielorusso?

Innanzitutto mi premeva mostrare al pubblico bielorusso un nuovo e diverso modo di fare teatro, in un certo senso anche più complicato dal punto di vista formale di quello della tradizione. Durante l’epoca sovietica, il teatro sperimentale non era preso in alcun modo in considerazione, anzi potremmo dire che fosse praticamente illegale. Pertanto, penso sia doveroso portare all’attenzione del pubblico qualcosa che non si ha mai avuto la possibilità di vedere. Credo che l’arte debba essere diversa da ciò a cui siamo abituati: il mondo è più complesso e profondo di come la nostra tradizione estetica lo ha rappresentato. Questo è quello che significa fare ricerca teatrale: raggiungere una descrizione della realtà che sia capace di scavare e di aggiungere informazioni. L’esatto opposto del teatro istituzionale, che invece tende a semplificare e ridurre. Inoltre, sebbene non abbia una connotazione direttamente politica, il festival è anche un’occasione per lavorare con argomenti e immagini che erano vietati nel passato, vuoi per motivi appunto politici, oppure sociali e religiosi, e la cui trattazione è ancora oggi problematica. Ma, come detto, l’unico principio che mi ha guidato nell’organizzazione è stata la volontà di voler mostrare quanti più aspetti possibile della realtà che ci circonda, partendo dal movimento che costituisce per me l’essenza stessa del teatro.

Ci sono stati cambiamenti durante le tre edizioni del festival?

Allargherei la risposta a tutta la mia esperienza teatrale, in cui mi è capitato altre due volte di organizzare un festival, verso la fine degli anni ’80 e agli inizi dei 2000. Per quanto riguarda la situazione generale, si sono verificati pochi avanzamenti: il teatro di ricerca è ancora qualcosa di poco conosciuto dalla società e non riceve praticamente nessun supporto dalle istituzioni, sia a livello finanziario che organizzativo. Ma, nonostante tali difficoltà, io e altri artisti siamo riusciti a dar luce a PlaStforma, contando inizialmente solo sull’appoggio del pubblico. La nostra idea di partenza è stata quella di riunire le compagnie che avevano intrapreso un percorso di ricerca nel teatro fisico e lavorare insieme, facendo fronte così ai vari problemi che magari ostacolavano la carriera di ciascuno. Pensiamo quindi a PlaStforma come a una scuola, un luogo di costante apprendimento per attori, registi e spettatori. Relativamente al festival, devo dire che ha riscosso un interesse crescente, soprattutto nei confronti di un pubblico giovane. Penso che uno strato della società bielorussa fosse in attesa di nuove proposte culturali e PlaStforma ha in qualche modo soddisfatto tale attesa.

Hai detto che il movimento è per te un elemento essenziale del teatro. Qual è il tuo metodo di lavoro sul corpo?

Penso che il corpo giochi un ruolo fondamentale nell’attività teatrale. È importante acquisire consapevolezza del proprio corpo come uno “strumento” e come “luogo di conflitto”. Infatti, il corpo si trova in una posizione di conflitto con lo spazio che lo circonda e l’attore deve innanzitutto prendere coscienza di tale conflitto, che è forse proprio l’elemento primario da cui il teatro si genera. Solo dal semplice sentire il corpo in questo modo, è possibile costruire un’intera drammaturgia. Di fatto, molti dei miei spettacoli nascono partendo da tale esperienza basilare. Pertanto, non faccio alcuna distinzione fra corpo ed emozioni. Grazie alla sperimentazione con la danza Buto, ho capito come non siano due campi separati: grazie a un semplice movimento delle dita è possibile esprimere sensazioni e ricordi che abitano già il tuo corpo, anche se non appaiono alla tua conoscenza in una maniera razionale. Il lavoro che un attore dovrebbe fare col proprio corpo allora non è quello di allenarlo ad eseguire passi e gesti difficili, o almeno non solo, bensì di renderlo più ricettivo, come se fosse un “medium” fra te e lo spazio attorno.

Consideri il pubblico come un elemento altrettanto importante del processo creativo?

Naturalmente è importante: non sarebbe scorretto dire che senza di esso l’evento teatrale non accadrebbe. L’artista ha bisogno del pubblico ma, ovviamente, non nel mero senso di prestazione di un servizio di intrattenimento sulla base di un compenso economico. Ancora, direi che la relazione artista-pubblico è di natura conflittuale. Alcune volte, l’obiettivo che guida il processo creativo è proprio quello di entrare in conflitto con la normale reazione del pubblico. Altre, nel costruire i propri lavori si fa riferimento, anche inconsciamente, a una sorta di “spettatore astratto”. In ogni caso, l’artista sta sempre giocando con il pubblico, dal momento che potremmo definire il teatro come un gioco in cui lo spettatore partecipa non appena ne capisce le regole.

Non da ultimo, grazie a PlaStforma, artisti bielorussi entrano in contatto con artisti internazionali. In più, influenze e tendenze estetiche straniere iniziano ad essere conosciute nel paese. Come, dal tuo punto di vista, questo processo sta influenzando la scena bielorussa?

Posso parlare a proposito della mia esperienza e mi viene da dire che non è possibile alcuna crescita artistica senza una dimensione di scambio. Durante l’epoca sovietica, ho avviato collaborazioni con altri artisti che condividevano un’idea di ricerca teatrale. Poi, dopo la Perestroika, ho avuto la possibilità di andare all’estero (Germania e Polonia, principalmente) e conoscere altri metodi e concezioni. Questo è il modo in cui sono cresciuto e in cui la mia ricerca si è sviluppata, lo scambio è stata la mia scuola. Pertanto, non posso che pensare che sia positivo per i nuovi gruppi bielorussi entrare in contatto con colleghi e con un pubblico internazionali. Soprattutto se penso al fatto che non esiste una vera e propria istituzione per la formazione teatrale in Bielorussia. Grazie a PlaStforma, è accaduto che compagnie di qua fossero invitate all’estero, per spettacoli o residenza. È allora importante che si mantenga questo canale aperto: è un modo, forse l’unico, di crescere.

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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