Come larve, da un bozzolo di coltri fuoriescono con canti rituali e ronfate i personaggi variopinti di Emma Dante: tutte in fila, in proscenio, si animano maschere archetipiche vestite ad hoc e pronte a presentarsi, ad affermare la propria identità. Brevi sketch, un paio di battute bastano a delinearne i caratteri: la famiglia cattolica, testimoni di Geova; le promesse del Palermo FC; il migrante dal Congo; l’ucraina rifugiata; la signora nubile e il vecchio nostalgico… Un mare di umanità varia, l’umanità che non abita la sacra e protetta città, ma lo spazio delle campagne, delle ville suburbane, lo spazio della guerra e dei morti. Extra moenia, come dice appunto il titolo dello spettacolo, “fuori dalle mura”.
Il palco, dunque, diventa il luogo dei desolati, dei non privilegiati, della massa in cui ognuno di noi è in grado di rispecchiarsi, in cui vengono enfatizzate le nostre debolezze, i nostri vizi. È lo specchio grottesco della società in cui viviamo, di cui la Palermo raccontata da Dante è cuore nevralgico e luogo esemplare. Brevi visioni dell’oggi, fugaci immagini balenano agli occhi, mentre il capotreno annuncia ritardi tanto folli, quanto plausibili e un rider di Glovo pedala instancabile sul palco: le figure si uniscono in un coro, un corpo unico mosso dai medesimi impulsi che lo trascinano da un’estremità all’altra della scena; soli, estraniati da questa compagine zombie, sono i due promessi sposi, emblema di un amore venato da maschilismo e possesso.
Uno a uno da questo sciame volteggiante si staccano i personaggi per raccontare un pò di se: c’è un vecchio che vede la guerra come emblema della salute dello Stato; una giovane donna ucraina scappata dal conflitto, scappata dalla costrizione sessuale a cui veniva sottoposta nel suo paese; c’è un ragazzo del Congo che ha preferito rischiare la vita nella traversata che fare il soldato nel conflitto civile, che ha perso l’intera famiglia per tale rifiuto. C’è guerra ovunque, militare o esistenziale che sia: c’è guerra nella signora affranta dal mercato immobiliare e in quella anziana, inacidita dalle opportunità mancate.
C’è il caos dell’uomo, il cui corpo, la cui libertà, è rivendicata dalla ragazza musulmana che sfila seminuda circondata da flash molesti e volti sbigottiti. Non possiamo evitare di richiamare alla mente la storia della donna iraniana che nel 2024 aveva sfilato in biancheria nei viali dell’Università di Teheran, giusto poche settimane prima del debutto di Extra Moenia al Biondo di Palermo. In questo mondo di conflitti e divieti, evocati dal groviglio di cartelli che affolla caoticamente la scena, il sentire del corpo, le sue percezioni, è tutto quello che di certo rimane. Il freddo, il caldo, la frenesia della danza e il sudore dello sport: Emma Dante torna a restituire centralità alla dimensione somatica, dimensione che, appunto, è in grado di unire tutti in un grande coro. Qui, i conflitti socio-politici emergenti vengono tradotti in chiave sensoriale: dalla rissa infantile tra i calciatori che svela i meccanismi dell’aggressività machista, alla corsa disperata del congolese istigato a colpi di frusta con una grottesca testa equina, sino al carnevale mercataro, colmo di urla, risate e colori.

Eppure la festa, sulle note di Alors On Danse, finisce presto, mozzata dalla violenza dello squadrone militare, costituito da tutti gli uomini in scena, i quali, improvvisamente, indossate le vesti soldatesche, arrivano a cacciare a urla e calci le donne ridenti, insieme con la spensieratezza. Solo una rimane sul palco, impaurita, circondata, non può scappare e nel silenzio più totale viene ghermita dal branco, spogliata e stuprata a turno dalla mandria di uomini nudi. Nel vuoto risuonano solo i suoi singhiozzi. Mezza nuda, violata recita un monologo sull’amore, la parola di Dio; mentre la sposina promessa fluttua leggera sul palco sognando il grande giorno… e il grande giorno arriva, ma la violenza va nascosta agli occhi della brava gente e, dunque, la donna stuprata viene rivestita e truccata con decoro per assistere alle nozze felici, nozze in cui lui, il marito, alla richiesta, alla promessa di rispetto, tace. Sebbene con questo spettacolo Dante evada le mura domestiche facendo dilagare epidemicamente il seme della violenza al di fuori della casa, bagliori e frammenti della sua precedente produzione, delle storie d’amore e di famiglia malate che l’hanno nutrita, sono facilmente individuabili in diversi personaggi: frammenti del passato, ma, potenzialmente, anche di una produzione futura, di cui si coglierebbero, a mò di trailer, degli stralci.
Extra Moenia, infatti, tocca molti, forse troppi, elementi che meriterebbero un approfondimento specifico: la sensazione, talvolta, è simile a quella di un feed digitale, un groviglio caotico di cronache che affolla e soffoca la mente, lasciandoci in uno stato di perenne sopraffazione. Tale sopraffazione esplode catarticamente sul palco tramite una surreale lotta a colpi di bottiglie di plastica, il cui suono pare riprodurre una cascata di granate e proiettili: la guerriglia sintetica lascia il palco azzurro come l’oceano, e in questo mare di plastica giace naufrago il ragazzo congolese, a cui è affidato l’ultimo monologo dello spettacolo, il racconto del suo viaggio.
Ogni eventuale patetismo è schivato grazie alla barriera linguistica del francese, la lingua madre: a un pubblico a maggioranza italofona solo alcune parole risultano comprensibili, evocative di un trauma individuale e collettivo al contempo. Attorno a lui, intanto, il coro di bagnanti seminudi inizia a gonfiare salvagenti colorati, in cerchio come a proteggere colui che parla, soffiano instancabili al fine di crearsi una precaria ancora di salvezza. Infine, il gruppo ritorna, monadico, a vagare in mezzo al mare di plastica, le luci si spengono e nel buio del palco solo il rumore, così simile alle onde.
Il corpo e l’erranza, due elementi chiave della condizione umana che Dante sembra voler scindere teatralmente, affidando alle singole biografie il peso del dato sociale e civile e riservando alla coralità quello biologico ed esistenziale. E mentre le bottiglie si fanno marea, navigata ritmicamente dagli attori, queste due dimensioni si fondono: l’oceano assassino e inquinato è solcato dalle membra stanche degli attori in un quadro d’epilogo sospeso, indeterminato, quale il giudizio sul caos e sulla violenza che ci abitano.
L'autore
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Laureata in Lettere Classiche all' università di Bologna, ritrova la sua passione per il teatro dall' altro lato del sipario. Attualmente studentessa di Italianistica con all'attivo una tesi sulla drammaturgia italiana riletta secondo la critica transfemminista.


