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Dobbiamo cadere. <OTTO> di Kinkaleri
Uno spettacolo che torna a guardarci negli occhi dopo 15 anni
di Lorenzo Donati Pubblicato in Recensioni il 5 ottobre 2018 0 commenti 4 minuti di lettura
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Erano crollate le torri gemelle da due anni. <OTTO> di Kinkaleri non era però un saggio di intelligenza critico-performativa ma l’assunzione della caduta dentro un cristallo di poetica. Me lo ricordo, <OTTO>, così come gli altri lavori di questo gruppo che distilla il presente in una lingua urticante. Stavamo crescendo, molti di noi erano Santarcangelo: chi faceva il volontario, chi la stagista, chi era parte della redazione del giornale del festival. Me la ricordo, quella sensazione che ci prendeva di fronte ai loro lavori: un po’ saccenti un po’ inconfessabilmente curiosi: cosa avranno da dirci, questa volta? Quali enigmi e simboli e reticenti discorsi si celeranno nelle ineffabili sequenze coreografiche? Me li ricordo, i nostri lunghissimi dibattiti di notte, fra entusiasti decrittatori e spaesatissimi questionatori. Se ci ripenso adesso capisco che misurarsi a 22 anni con opere d’arte che chiedono di riconsiderare radicalmente il modo in cui si percepisce e si patisce è stata una delle cose più importanti che mi siano capitate (e l’imperativo dell’accessibilità culturale ci si è rivoltato contro! Perché non si può mai mediare al ribasso senza perdere quasi tutto). Invece quanto è vitale provare a “salire”, e farlo insieme, quanto è importante avere un problema in comune, mettere sul tavolo una difficoltà e non essere da soli ad affrontarla. Lì di fronte a noi sta un linguaggio diverso dal quotidiano: è l’arte, afferisce a un “oltre” che cerchiamo appena svegli, a volte lambisce un “senso” che potrebbe comporre frammenti di risposte su chi siamo, prima di dormire. Tutto questo lo abbiamo normalizzato, lasciando che il mondo si convincesse che il “non capire” fosse un difetto. E anche noi ne siamo un po’ convinti.

<OTTO> è tornato in scena con nuovi interpreti al Pecci di Prato (prima nel programma del festival Contemporanea, poi repliche fino al 21 ottobre, vedi programma), e anche oggi è uno spettacolo che ci guarda dritto negli occhi. Ci sfida a pensarci “interi” in una marea di frammenti. Ci spintona per svegliarci, cullati come siamo in un disincanto di contraffazioni. <OTTO> le contraffazioni se le prende tutte in mano e le usa senza subirle. Le sua per costruire la lingua del presente, l’unica possibile, quella che non finge. Tutto è contraffatto, in questo lavoro. Tutti cadono prima di potere dire qualcosa, e ogni volta sospettiamo di esserci persi fatti molto importanti. Cadono, insieme a un danzatore che entra-cade-esce-rientra-e-cade, ricorsivamente portando in scena oggetti diversi, cadono tutte le nostre ansie di affermare con compiutezza, perimetrando un senso definitivo. Eppure mentre si sta cadendo ci si accorge che un senso temporaneo e instabile sta già emergendo. Ai microfoni ci si va esibendosi in esecuzioni canore mute, da soli nello spazio si ingaggiano match di lotta dove anziché segnare colpi si incassano. Sono in tre, due uomini e una ragazza che danza irrigidendo gli arti e disegnando angoli nello spazio, ballicchiando sola di spalle, cadendo, guardandoci, anche noi spettatori-personaggi seduti nel deserto di un reale dove tutto è contraffatto e così finalmente è anche tutto vero, almeno lì di fronte a noi, in quegli istanti. Lo spazio, il teatro, l’arte diventano gradualmente una scena del crimine puntellata dalle lettere dei reperti della performance, come quelle usate dalla polizia scientifica, calchi o sagome della nostra nostalgia e del senso di colpa: liberiamocene, se vogliamo guardare e abitare uno spazio che esiste unicamente nel suo non essere denso, nel suo manifestarsi allo stato gassoso.

In <OTTO> si cammina su fili sospesi nel vuoto, disegnati a terra con lo scotch. Scene pulp sono generate con bambole gridolini e spargimenti di panna da cucina. Si può ancora danzare ma da soli, con il walkman nelle cuffie (anche se i brani pop-rock riescono lo stesso a farci a muovere a tempo, e a ben vedere mica siamo da soli, in quel teatro). Entra in scena una torta di panna e, come la pistola cechoviana che deve sparare, la torta andrà a finire sul volto di qualcuno (il danzatore ci cade sopra). Arrivano i nostri applausi scroscianti e veri, ma anche questi sono un raggiro, perché lo spettacolo era finito per finta. Tutto è così finto da sembrare vero, e viceversa, in un loop vertiginoso. Così è la lingua del nostro mondo teatrale, così il discorso mediatico pubblico, sono contraffatte le relazioni, è contraffatto il divertimento. Ed è qui che diventa forse ancora tutto possibile, perché mentre si cade si continuano a formulare ipotesi temporanee, anche di comunità. Non c’è nessun nichilismo e il disincanto si tramuta in bussola per orientarsi in mezzo a immagini rivelatrici delle nostre afasie, qui si cade ma tutto è ancora possibile se ci troviamo commossi con i Radiohead, amplificati dalle cuffie del walkman sistemate su un microfono: «You broke another mirror, You’re turning into something you are not…»

 

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