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Dispacci dal vuoto #6Peppa Pig™ prende coscienza di essere un suino
di Gianluca Poggi pubblicato in Recensioni il 6 Dicembre 2018 0 commenti 6 minuti di lettura
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Con lo spettacolo modulare Peppa Pig™ prende coscienza di essere un suino + Performance, si è conclusa la quinta edizione del Festival 20 30. Sul palco dell’Oratorio San Filippo Neri, Fabrizio Martorelli interpreta il brillante monologo frutto del genio creativo e provocatorio di Davide Carnevali, drammaturgo italiano di respiro e sensibilità convintamente europea, tradotto e messo in scena da Berlino a Barcellona.

Peppa Pig™ prende coscienza di essere un suino

Il primo modulo, Peppa Pig ™ prende coscienza di essere un suino, è la storia di un padre e del disperato tentativo di sottrarre la figlia all’edutainment tardocapitalista imperante. È la storia di una tragedia (e di un destino… ma ci torneremo) che i tratti tondeggianti e infantili della tenera maialina conducono al parossismo di una comicità irresistibile, sostenuta tutta sulla (apparente?) sproporzione tra il mondo di Peppa e le conclusioni ideologiche che ne trae il padre. Fin dal titolo si intuiscono i caratteri distintivi del testo messo in scena, imperniato sul sovraccarico di riferimenti intellettuali e cultura pop, fino al cortocircuito: da un lato il marxismo occidentale, Bruno Bauer, Walter Benjamin, insieme a qualche assonanza cristologica; dall’altro Peppa Pig, seguita da Vittorio Sgarbi, Angelica Liddell e Lindsay Lohan.

Ecco allora ritratta una famiglia naturale dei nostri tempi: un padre separato, solo sulla scena e apparentemente condotto sul filo della follia dal gravoso compito dell’educazione della propria figlia, piccolissimo campo di battaglia dell’età di «quattro anni e mezzo quasi cinque» conteso all’ex moglie, alla maestra, agli amichetti – tutti appartenenti alla classe dei «decerebrati» – ma soprattutto all’industria culturale e al suo pensiero egemone, che mira dritto al cuore e alle menti più teneri per inoculare il virus consumistico. Don Chisciotte illuminista in tuta arancione (presagio dell’epilogo della sua epopea critica), il padre opta per una soluzione radicale: «L’altro giorno ho mostrato a mia figlia un video in cui Peppa Pig viene aperta e squartata da un allevatore del lodigiano». A sue spese mette in piedi una produzione indipendente e d’avanguardia per svelare alla figlia, attraverso lo stesso medium finzionale, che dietro ai fondali abbozzati a pennarello la realtà è un mattatoio e Peppa soltanto un suino, carne da macello grondante sangue, marchiata a fuoco ™ per assecondare le dinamiche di riproduzione del capitale.

L’ironia irriverente e dissacrante che percorre tutto lo spettacolo non risparmia nessuno, dagli obiettivi dichiarati dell’edutainment asservito al marketing e dell’artista prezzolato, fino al motore di tutta la vicenda: un padre grottesco, sovracculturato, talmente sopraffatto dall’angoscia per l’educazione della figlia da investirla con una narrazione totalizzante quanto quella contro cui si oppone, tentazione tragica di ogni slancio emancipatorio. Una visita al reparto macelleria di un’Esselunga del milanese suggella ed esaspera se possibile lo sforzo pedagogico del padre: a quella di Peppa Pig segue la trasfigurazione nel sangue della bambina, mondata e liberata, a tal punto consapevole da riconoscere la matrice brechtiana alla base di tutta l’operazione. Il sogno della ragione genera mostri, orgoglio di papà! Incombe allora la tragedia, in forma di farsa: veramente è possibile preservare l’aura di un’opera d’arte, nell’era della sua riproducibilità tecnica? Il video della macellazione è richiesto a gran voce, dai compagni d’asilo, dai genitori esasperati, persino dai proprietari del marchio Peppa Pig ™, a tutti i costi: niente vale l’opposizione del suo autore, il video entra nel mercato, lo slancio critico è inghiottito, digerito, completamente assimilato in forma di nuovo nutrimento per il sistema, il visino roseo di Peppa lascia spazio al broncio nietzscheano del papà, in barba a Marx, Benjamin e pure Che Guevara.

Performance

In prima nazionale ha inoltre debuttato al Festival 2030 il secondo modulo dal titolo Performance, orbitante attorno a Peppa Pig ™ prende coscienza di essere un suino e al più articolato progetto di Davide Carnevali (Mal)educazione transiberiana. Quasi fosse uno spin-off, questa seconda parte dello spettacolo concentra tutta la sua carica satirica sul mondo dell’arte e degli artisti, tra mecenati e protettori, biennali e installazioni site-specific, sulla scorta di un fantomatico autore in passamontagna e della sua idea geniale: fare soldi con il teatro, speculando sull’immagine e sull’idea del padre iconoclasta. Un successo annunciato: in una scena culturale desolante à La Grande Bellezza, il teatro sarà solo il cavallo di Troia per un autore frustrato fino alla rapina artistica per ottenere con il nome e le idee altrui la stima, il prestigio – e dunque i fondi – per realizzare progetti senza cuore, senza senso, senza gusto, per un pubblico e dei finanziatori talmente voraci al punto da bramare la più estrema delle performance. Si spengono le luci, in platea si trattiene ancora un istante l’applauso, quasi a voler condensare tutto lo spettacolo in un unico punto nel silenzio buio, prima di liberare la tensione accumulata.

Un’autorappresentazione della nostra ragion cinica

Alla fine dei due moduli, resta una domanda: cosa dice uno spettacolo centrato sullo scacco educativo dei genitori post anni ‘80 alla generazione 20-30, che rimanda indefinitamente l’ingresso nell’età adulta ritagliandosi la più o meno comfortable zone della young adulthood, ancora lontana dalle preoccupazioni e dalle insicurezze dei neogenitori? Qual è il fascino o la curiosità con cui la tenera maialina degli anni ‘10 cattura l’attenzione di un pubblico che anagraficamente non le appartiene? Forse in superficie – ma non a un livello superficiale – c’è il gusto per certi divertissement pop-intellettuali divenuti mainstream con la proliferazione di dispositivi ironici come i meme. E forse c’è anche un certo disincanto – alla fine della storia, mentre la storia sembra riprenda a correre ma all’indietro – con cui si ride amaro davanti all’autorappresentazione della nostra ragion cinica, mentre mette in scena l’eziologia dell’edutainment che i 20 30 d’oggi hanno vissuto sulla loro pelle, assimilandone messaggi che irresistibilmente replicano nella loro vita quotidiana. Sembra insomma, in qualche modo, di assistere alla condivisione di una paura e di un’angoscia profonda di fronte a un presente fatto destino, in cui anche i tentativi di autoeducazione più radicali sembrano così fragili e vulnerabili.

 

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