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Dispacci dal vuoto #5: Visti da lontano, un laboratorio di Controcanto
di Ilaria Cecchinato Sofia Longhini pubblicato in Recensioni il 4 Dicembre 2018 0 commenti 8 minuti di lettura
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Come spiegare il lavoro a un marziano? Questo il punto di partenza di Visti da lontano, laboratorio condotto da Clara Sancricca, regista di Collettivo Controcanto, tenutosi in occasione di Festival 2030 dal 21 al 24 novembre all’Oratorio San Filippo Neri di Bologna. Ma dal tentativo di spiegare a un alieno il sistema lavorativo odierno per ricavarne le insite contraddittorietà, il laboratorio è andato oltre, interrogando noi tredici partecipanti sulle nostre prospettive, visioni future, desideri, certezze e incertezze, domande e paure. Le questioni emerse tramite racconti, improvvisazioni sul tema e dialoghi ci hanno condotto a riconoscerci in una linea comune: sempre proiettati in un tenebroso futuro, sembriamo non guardarci attorno e vivere appieno il presente con tutto ciò che abbiamo, sconfortati e confusi dalla nebbia data dal sistema attuale, dalle paure che ci attanagliano, da sogni che ci paiono lontani, quasi irraggiungibili, e forse troppo grandi per noi. Il laboratorio, allora, si è spostato su un altro interrogativo: perché releghiamo il tempo da dedicare alla realizzazione dei nostri sogni e desideri a momenti secondari e a stralci di giornate, facendo magari un lavoro nel quale non ci riconosciamo?

Giorno uno

Il primo giorno, arrivati all’oratorio, Clara ci accoglie con un sorriso largo e buono. In cerchio, seduti a gambe incrociate sopra le assi del palco, sovrastati dagli imponenti affreschi e decorazioni settecenteschi, ci presentiamo e raccontiamo il motivo per cui ci troviamo lì. Noi partecipanti siamo tutti giovani tra i venti e i trent’anni: c’è chi ha appena iniziato a lavorare, chi ha fatto qualche part-time o lavoro in nero, chi non ha mai lavorato e studia, studia e ancora studia. Ci chiediamo allora quale spazio abbia nelle nostre vite e nelle nostre menti questa parola, “lavoro”, così austera e complessa. Per libera associazione proviamo a dire cosa ci viene in mente, e le parole sgorgano come un fiume: ufficio, responsabilità, paura, capacità, pausa, pausa pranzo, appuntamento, famiglia, figli, indeterminato, casa, progetto, tempo, ansia, orari…

Pian piano ci scopriamo tutti vicini, con progetti sghembi e sbilenchi o con prospettive a volte chiare, altre sbiadite. Qualcuno di noi ha un obiettivo preciso ma non sa come e se riuscirà a realizzarlo (l’antropologa o la critica teatrale), mentre qualcun altro per la prima volta si trova di fronte a una scelta e non sa né dove si trova, né dove deve andare. Da una simile condizione comune nascono improvvisazioni su vari temi: chi si immagina tra vent’anni sconfitto, a fare un lavoro che non l’appaga; chi, ritrovando una vecchia amica con cui condivideva una passione, si rammarica per aver lasciato andare i propri sogni per assecondare la comodità della vita; chi immagina di essere intervistato sul proprio lavoro, spesso infelice; chi veste i panni di una bidella raccontando una divertente vicenda scolastica; e appaiono anche un’autrice di libri per l’infanzia e un cantante di una band al concerto del primo maggio.

Sulla scorta di questi primi momenti insieme, Clara ci chiede di pensare, una volta a casa, a delle domande e a un aneddoto, entrambi in relazione al lavoro.

Giorno due

Il mattino seguente, tutti armati di fogli e taccuini, sediamo attorno a un tavolo al piano -1 (altri laboratorianti ci hanno rubato il salone principale!). Raccolti, ci confidiamo le sconfitte di lavoro dei nostri padri, i buffi tentativi dei nostri coinquilini di essere all’altezza del lavoro ottenuto per l’estate, il coraggio delle nostre madri, il concetto fermo e saldo di lavoro per i nostri nonni, e anche di quando cucinavamo crepes in uno stand nella piazza del paese. Narriamo perfino di quella volta che, a Cisternino, abbiamo incontrato un «calzolaio in corpo di vecchio».

Ci spostiamo poi nella sala accanto, e ci stringiamo in cerchio nonostante le colonne centrali tentino di separarci. A rotazione, poniamo le domande che più ci scuotono e ci animano sul tema del lavoro:

«Quanto sono disposto a scendere a compromessi per fare il lavoro che voglio?»
«Ma l’obiettivo è il lavoro o si lavora per un obiettivo?»
«C’è davvero posto per tutti?»
«Ma se la passione diventa lavoro, si sporca?»
«Tutti meritano un lavoro?»

I nostri pensieri e quesiti scorrono così, veloci furtivi, attenti e pesanti. Passano di bocca in bocca le domande, sincere, ingenue, arrabbiate, confuse, impaurite. Comuni. Clara ci chiede di sceglierne una, quella che più sentiamo urgente. Ci disponiamo in fila e tentiamo di sentirla dentro di noi, facendola salire, urlare: a occhi chiusi prima la bisbigliamo, quasi fosse un rosario, poi la pronunciamo sempre più energicamente, facendone risuonare la sua forza e urgenza a voce sempre più alta, fino a un grido di rabbia, speranza, confusione. L’energia che si respira è forte, così come la tensione. Il nostro urlo solitario si fa coro con altre grida, altre questioni, diverse ma complementari. Ci sentiamo un po’ meno soli e scopriamo che, in fondo, quelle domande non sono altro che le nostre più intime e sepolte paure. È proprio queste a cui Clara ci chiede di pensare, per il giorno dopo.

Giorno tre

Sono le dieci di venerdì mattina, fuori piove molto e fa freddo. Arrivati in oratorio, di nuovo in cerchio sul palco, ci confidiamo le nostre paure, le quali rimbalzano di bocca in bocca rapide:

«Ho paura di compromettere me stesso»
«Ho paura di confondere il cambiamento con la poca ostinazione»
«Ho paura di non essere all’altezza»
«Ho paura della fluidità di questo mondo»
«Ho paura della sua mutevolezza»
«Ho paura che i miei sogni siano più grandi di me»

Siamo lì, tutti insieme a guardarci negli occhi senza sapere dove andare, un po’ sconfitti e amareggiati, forse rassegnati. Ma Clara ci scuote: la paura va accettata e vissuta. E ora, lì insieme, sembra tutto possibile. Pare avvenire tra noi un piccolo incantesimo: ci sentiamo parte di una comunità, o forse addirittura di una famiglia. E allora, stretti tra noi, ci facciamo forza e decidiamo di guardare quel vuoto che ci circonda, di viverlo e abitarlo, facendo della paura la nostra forza.

Le scene che prendono corpo, e che andranno a costruire la prova aperta del giorno dopo, paiono materializzarsi come per magia in modo naturale, quasi come se le ore di quei giorni passate a raccontarci fossero in realtà un periodo di gestazione.

Giorno quattro

Il sabato, dalle dieci del mattino, ci immergiamo totalmente in quelle scene: le improvvisiamo, le costruiamo, le mettiamo in relazione, dando loro forma compiuta. Le viviamo e cerchiamo di abitare l’antica sala dell’Oratorio in tutti i suoi spazi: dalla platea al palco, dal pulpito ai balconi. L’esito finale prende a poco a poco forma: dopo le nostre domande bisbigliate e urlate, insceniamo una festa a sorpresa per l’assunzione a contratto a tempo indeterminato a un lavoro che non vogliamo. Ma noi festeggiamo lo stesso: che importa se quel lavoro non ci piace, se non siamo felici? D’altronde, da qui alla pensione «stiamo a posto!». Sulle note della domanda «ma perché la felicità no?», ora cerchiamo proprio di definirla, la felicità.

Seguono momenti in cui raccontiamo la continua ricerca di corsi di studio o esperienze formative pur di non affrontare la grande mole di responsabilità e problemi del lavoro; lo scontro con le nostre paure più profonde e il timore di fallire; le risa degli altri che si prendono gioco dei nostri desideri facendoci mettere in discussione e gettar via i nostri sogni per la “stabilità”. E infine, in fila tra il pubblico, nella penombra e accompagnati da una dolce melodia, raccontiamo quello che da piccoli avremmo voluto fare “da grandi”, un monito o forse uno spiraglio di luce, di genuina speranza e puro sogno.

«Io volevo fare la parrucchiera. Perché mi incantava l’acconciatura cotonata di mia nonna e volevo saperla fare anche io»
«Io l’investigatrice, per catturare i cattivi»
«Io il paleontologo. Perché volevo scoprire i dinosauri e perché volevo scoprire»
«Io la maestra»
«Io l’esploratrice»
«Io volevo fare la trapezista. Perché era la cosa più vicina a volare»

Il giorno dopo

Dal laboratorio con Clara Sancricca, abbiamo decostruito il concetto di lavoro per capirne le componenti, siamo andati a fondo della sua natura per aprire gli occhi appannati dal vuoto, dalle paure, dalla nebbia del caos e dalle pressioni esterne. Sono emerse le difficoltà di noi venti e trentenni di fronte alle scelte lavorative; la mancata speranza di realizzare i nostri desideri; la confusione dettata dall’assenza di certezze; la volontà di vivere la felicità, senza dovercela sempre negare perché “così va il mondo”; l’apparente impotenza a cambiare davvero le cose; il sentirsi soli. Eppure, l’indagine ci spinge non solo a mettere in discussione il sistema lavorativo odierno, ma anche la generazione 20-30, nei suoi blocchi e nel suo essere “viziata” dalla possibilità di sfuggire al lavoro. La giustificazione è una comoda scusa: il bisogno di “fare esperienza” e di “trovare se stessi”. E allora, forse, questo laboratorio ci ha insegnato qualcosa di prezioso, da tenerci stretto, riassumibile proprio in quel motto dello stesso Festival 2030: «entrare in scena senza paura».

 

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