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Dispacci dal vuoto #4: Sempre domenica di Collettivo Controcanto
di Ilaria Cecchinato Ornella Giua pubblicato in Recensioni il 30 Novembre 2018 0 commenti 3 minuti di lettura
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Sei sedie sul palco, nessuna uguale all’altra, come parti di salotti e quotidianità differenti. A occuparle sei attori (Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero), ciascuno a interpretare più personaggi. Poche luci e movimenti accompagnano i dialoghi, discorsi sulla “vita vera”, quella dell’uomo nella società, dell’uomo lavoratore, sistemato in un posto fisso. Vite accomodate insomma, portate in scena da Collettivo Controcanto con lo spettacolo Sempre domenica, che sembra svilupparsi a partire dalla constatazione di un disagio comune: il lavoro che fagocita la vita. I personaggi (lo studente, il meccanico, la segretaria, la commessa, il giornalaio, il corriere…) fanno infatti emergere, più o meno consapevolmente, l’angoscia del dover vivere in un mondo scandito dai turni, dalle prestazioni, dalla programmazione delle ferie e dal senso di solitudine. L’unico destino possibile sembra quello di tenersi stretto il proprio posto, esattamente come fanno gli attori in scena, senza mai staccarsi dalla propria sedia, per un’ora e mezza. In un alternarsi di situazioni dialogate e raccontate, i personaggi prendono vita su quelle sedie per manifestare il proprio disagio, la stanchezza, una vita che pare sfuggir loro tra le mani.

La monotonia di un simile meccanismo scenico, dilatato per tutto lo spettacolo fino a una prevedibilità a tratti stancante, pare non essere altro che specchio della condizione dei protagonisti, un tentativo di condurre anche lo spettatore a percepire quella sensazione di spossatezza e assopimento dato dalla ripetizione monocorde di discorsi e situazioni. Una vita scandita da una monotona routine imposta dall’esterno e che provoca nei protagonisti alienazione, certamente diversa da quella della fabbrica e della catena di montaggio, un “mancare da sé” post-industriale, contemporaneo, in cui le scelte sono libere solo se integrate in una realtà predisposta, pre-esistente; una realtà impossibile da trasformare in quanto l’uomo ha da una parte le mani occupate nel guidare il furgone di una ditta di consegne, dall’altra la mente preoccupata e impaurita dall’eventualità di perdere anche quel briciolo di sicurezza che sembra esserci. Come una donna che ricorda al suo compagno, stanco e afflitto, che in fondo non manca loro davvero nulla, nonostante non riescano ad avere un po’ di tempo per sé. «È sufficiente tirare avanti – dice – come fanno tutti». Allora anche le lotte per la dignità del lavoro perdono di senso e si risolvono nella speranza che la situazione si stabilizzi, facendo le conte fra le teste chine di chi sa di essere licenziato e i sospiri di sollievo di chi sa di avere più speranze.

Il lavoro è uno dei problemi centrali e più dibattuti nella nostra società, le statistiche ci ricordano giornalmente il tasso di persone non occupate all’interno del sistema produttivo e parlarne è mettere in luce la frustrazione di chi non ha le carte giuste per far parte di questo mondo. Ma cosa vuol dire parlare di lavoro a teatro? Vuol dire abbandonare le statistiche e re-immaginare le domande. Davanti a uno spettacolo che si propone come fotografia del presente, senza una proposta di slancio che vada oltre il mero racconto dei fatti, non si tenta una risposta al problema del lavoro, ma viene accennata l’importanza dell’immaginare e condividere una realtà di domeniche, in cui il lavoro non abbia ragione di esistere come problema. Ed ecco che, per un attimo, quelle sedie diventano incapaci di contenere l’euforia e si può cantare a squarcia gola, con le braccia al cielo: «T’immagini… se fosse sempre domenica…».

 

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